Pubblicato il: 1 agosto 2017 alle 8:00 am

Yemen: la guerra dimenticata e la responsabilità delle bombe italiane Mentre le Nazioni Unite parlano di catastrofe umanitaria, con due milioni di bambini malnutriti, l'Italia da anni vende armi alla coalizione dei Paesi del Golfo

di Arcangela Saverino.

Roma, 1 Agosto 2017 – Nella mappa delle guerre in corso nel mondo, sono ben 47 i Paesi coinvolti. A differenza dei conflitti in Siria, Iraq e Libia, quella in Yemen è una guerra dimenticata, per non dire volutamente taciuta. Diversi sono gli interessi che ne stanno alla base: gli interessi non solo dei “soliti noti”, come gli Stati Uniti, ma anche dei Paesi europei, tra cui l’Italia.

Breve premessa sulla guerra in Yemen

La guerra in Yemen è molto complicata. Dopo il vento della primavera araba che, nato in Tunisia, ha soffiato sulla popolazione yemenita tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, il presidente Ali Abdullah Saleh, alla guida del paese da oltre trent’anni, ha perduto il potere, sotto la pressione del Consiglio di Cooperazione del Golfo guidato dall’Arabia Saudita.

Il nuovo presidente Abdel Rabbi Monsour Hadi non è mai riuscito a mantenere il controllo dell’intero Paese, nonostante il suo principale obiettivo sia stato, fin dall’origine, quello di eliminare la presenza di ribelli sciiti al nord. Difatti, a partire dal 2011, gli Houthi, spinti dal desiderio di raggiungere l’autonomia, hanno iniziato una protesta per chiedere la sua cacciata.

Il conflitto, ufficialmente, è iniziato tra il 25 e il 26 marzo del 2015, la notte in cui gli aerei dell’Arabia Saudita, sostenuta dalla coalizione di altri otto Paesi arabi, hanno bombardato le postazioni dei ribelli sciiti Houthi nel sud del Paese. A partire da quel momento, la situazione è degenerata, trasformandosi in una vera e propria guerra civile.

I principali schieramenti che combattono sono due. La prima coalizione, che fa riferimento al presidente Hadi, è guidata dall’Arabia Saudita, dagli Stati del Golfo, dalla Giordania, dall’Egitto, dal Marocco, dal Sudan, dalla Turchia e dagli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna e dalla Francia. Il secondo schieramento è formato dagli Houthi (un gruppo legato agli sciiti), dalle forze fedeli all’ex presidente Saleh e dall’Iran.

Sul terreno degli scontri si contendono lo scettro due potenze, l’Iran e l’Arabia Saudita, ma a complicare la situazione è la rivalità tra gruppi yemeniti che fanno riferimento alle due principali personalità politiche nazionali (Saleh e Hadi) e alle differenze religiose (sunniti i sostenitori di Hadi, sciiti quelli degli Houthi), al punto che lo Yemen si è trasformato in un campo di battaglia Tra Shiiti e Sunniti.

A complicare la situazione vi è la terza “coalizione”, Al Qaida, che vorrebbe estendere la propria influenza, approfittando dell’assenza di un potere stabile nel paese yemenita. A causa del gran numero di interessi, l’appartenenza ad un gruppo può risultare abbastanza labile e le dinamiche dei gruppi in lotta possono cambiare da un momento all’altro: accade spese che nemici diventino alleati e poi di nuovo nemici, a seconda delle convenienze e degli interessi in gioco.

In questo grande caos, per l’Occidente è difficile stabilire chi siano i buoni e chi i cattivi. A differenza della guerra in Siria, il conflitto in Yemen non ha spinto un flusso di migranti alle porte dell’Europa ed è, forse, anche questo il motivo per cui i riflettori dei paesi occidentali sono tenuti bassi su questa parte di mondo “dimenticata da Dio”.

Il risultato è che, dopo due anni di conflitti, i morti e i feriti sono 33.395 (fonti tratte dal rapporto pubblicato negli ultimi mesi da Legal Center for Rights and Developmente, Onu), tutti civili rimasti vittime dei bombardamenti della colazione saudita, mentre gli sfollati hanno raggiunto i tre milioni.

A ciò si aggiungono altri numeri che hanno condotto le Nazioni Unite a parlare di “catastrofe umanitaria”: 17 milioni sono gli yemeniti che necessitano urgentemente di aiuti alimentari e sanitari, mentre 2 milioni sono i bambini affetti da malnutrizione acuta. C’è dell’altro. Lo Yemen è stato colpito da una delle peggiori epidemie di colera che si siano registrate al mondo: negli ultimi tre mesi i casi sospetti sono stati calcolati in 400.000 mila casi e i morti a causa della malattia in 1.900. Tale catastrofe è causata anche dal blocco aeronavale, imposto sul paese anche dagli Stati Uniti e Gran Bretagna, che impedisce il rifornimento di alimentari, acqua potabile e medicinali e che limita fortemente l’arrivo di aiuti umanitari, riducendo la popolazione alla fame.

Le responsabilità dell’Italia

E’ ormai del tutto accertato che l’Arabia Saudita riceva armi e denaro da taluni Paesi occidentali, in primis Stati Uniti e Gran Bretagna, nonostante, nel 2016, una risoluzione del Parlamento Europeo abbia esortato gli Stati membri a sospendere ogni forma di sostegno militare ai sauditi e ai loro alleati nel conflitto in Yemen.

Anche l’Italia ha, tutt’oggi, un ruolo determinante nell’approvvigionamento di armi alla colazione dei paesi del Golfo. Il 27 gennaio scorso, sul tavolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è arrivato il “Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen”, dal quale sono emerse le ripetute violazioni dei diritti umani internazionali da entrambe le coalizioni coinvolte nel conflitto. Nello specifico, l’Arabia Saudita sarebbe responsabile di tali violazioni in almeno dieci attacchi aerei: tra questi, gli esperti hanno denunciato le azioni offensive effettuate con bombe italiane ed hanno documentato il ritrovamento, in seguito a due bombardamenti a Sana’a (Yemen del nord) nel settembre 2016, di più di cinque bombe inesplose, sganciate dalla coalizione saudita e riportanti la sigla “Commercial and Government Entity (Cage) Code A4447”. Tale sigla è direttamente riconducibile all’azienda Rwm Italia S.p.a., con sede a Ghedi (Brescia) e stabilimento a Domusnovas (Sardegna), una filiale della ditta tedesca Rheinmetall.

Il commercio è iniziato sotto il governo Berlusconi ed è proseguito con l’amministrazione Renzi. Il Governo italiano, più volte interrogato sulla questione, ha sempre risposto che i sauditi non sono soggetti ad alcun embargo, sanzione o restrizione internazionale da parte dell’Onu o dell’Unione Europea per ciò che concerne il settore della vendita di armamenti. A maggio 2017 è nato il Comitato “Riconversione Rwm”, il cui obiettivo è la riconversione al civile della fabbrica sarda, di proprietà straniera, ma che ha uno dei suoi più importanti stabilimenti in un Paese democratico che nella propria Costituzione ripudia la guerra.

Il rischio è che il nostro Paese, continuando a vendere armi all’Arabia Saudita, si renda complice dei crimini di guerra in Yemen ed è per tale motivo che le Procure di Roma e Brescia hanno avviato indagini per accertare la legittimità dell’operato del governo.

Certo è che lo Stato italiano è legato al mondo saudita da interessi di natura economica: non va dimenticato, infatti, che l’Arabia è il nostro principale partner commerciale nel Golfo, nonché uno dei maggiori fornitori di petrolio (ciò spiega i numerosi viaggi dei governatori italiani in quella terra). Così come sembra certo che, con la propria condotta, aggiri la normativa (legge 185 del 1990 recante norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento), l’art. 11 della Costituzione e il Trattato Internazionale sul commercio di armi che espressamente vieta la fornitura di armamenti in tutti i casi in cui “si sia a conoscenza, al momento dell’autorizzazione, che gli armamenti possano essere utilizzati per commettere atti di genocidio, crimini contro l’umanità, gravi violazioni della Convenzione di Ginevra del 1949, attacchi diretti a obiettivi o a soggetti civili protetti in quanto tali, o altri crimini di guerra definiti dagli accordi internazionali di cui lo Stato è parte”.

È questo il motivo che ha indotto varie organizzazioni e associazioni italiane (Amnesty International, Fondazione Finanza etica, Movimento dei focolari, Oxfam Italia, Rete della Pace, Rete italiana per il disarmo) a chiedere alla Camera dei deputati, con un comunicato congiunto, di porre fine alla vendita di armi italiane all’Arabia Saudita. L’Italia è membro del Consiglio di Sicurezza Onu, nonché tra i paesi fondatori dell’Unione Europea: ciò dovrebbe impedirgli di nascondersi dietro le scuse portate avanti fino ad oggi, secondo le quali dovrebbero essere le Nazioni Unite e l’UE ad intervenire sulla situazione yemenita.

Difatti, per ben due volte il Parlamento europeo ha chiesto all’Alta rappresentante e vicepresidente della Commissione, Federica Mogherini, di imporre da parte dell’Ue un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita, posto che le Nazioni Unite, nel rapporto di gennaio, hanno documentato la violazione del diritto umanitario internazionale.

Da parte sua, il nostro Paese spera di ripulirsi la coscienza con l’annuncio di un contributo di 10 milioni di euro di aiuti umanitari nel biennio 2017-2018 a favore della popolazione dello Yemen. L’Italia come la dea della giustizia che in una mano tiene gli aiuti umanitari e nell’altra le bombe.

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