Pubblicato il: 30 agosto 2017 alle 7:00 am

‘Un Piano per la vittoria’ nella guerra in Afghanistan «Non si tratta più di ricostruire una nazione, uccideremo i terroristi» ha detto Trump annunciando l'invio di altri soldati

da New York, Loredana Speranza.

30 Agosto 2017 – Una settimana fa il presidente Trump ha tenuto un discorso davanti alla nazione e ad una platea gremita di forze armate, nella base militare di Fort Myer, in Virginia, dove ha annunciato  che, contrariamente a quanto promesso durante la campagna elettorale, rafforzerà le truppe in Afghanistan.

«Quando sono stato eletto, il mio primo impulso è stato quello di ritirare le truppe (dall’Afghanistan ndr) – ha affermato – e mi piace seguire il mio istinto,  ma le decisioni sono molto diverse quando sei seduto dietro la scrivania, nello studio ovale, in altre parole, quando sei presidente degli Stati Uniti d’America».

Attualmente sono presenti sul suolo afgano circa 8400 soldati americani, a cui si andrebbero ad aggiungere altri 4000, anche se il numero e le date restano da confermare, «perché a differenza delle amministrazioni precedenti – ha continuato Trump – sarebbe controproduttivo annunciare previamente le date in cui intendiamo iniziare o terminare gli interventi militari, nonché il numero di soldati».

Donald Trump è stato sempre molto critico verso il presidente Obama che, come Trump prometteva il ritiro dei soldati americani da tutte le zone di guerra e la fine di tutti i conflitti, che gli era valso il premio nobel per la pace, e poi costretto a rivedere i propri piani per quanto riguarda l’Afghanistan. Dall’Iraq invece Obama era riuscito a ritirare le truppe americane nel 2011, ma secondo Trump «il vuoto creato in Iraq, troppo presto,  è stato occupato dall’ISIS, e non bisogna ripetere gli stessi errori in Afghanistan».

La guerra in Afghanistan è la piu’ lunga nella storia americana, che dura da circa 16 anni, a seguito degli attacchi alle torri gemelle, a New York, dell’11 Settembre 2001. L’Afghanistan è un paese islamico con una lunga storia di conflitti, una sorta di terra di nessuno, che, per la sua geomorfologia (prevalentemente montuoso) e per la posizione strategica in Asia centrale, ha servito da Stato cuscinetto tra il mondo occidentale ed il mondo orientale. Culla dei maggiori gruppi terroristici, come AlQaeda, ed indirettamente anche dell’ISIS (branca della prima), l’Afghanistan è stato  teatro, dai primi anni ’80, della cosiddetta “Guerra Fredda” tra  le due più grandi potenze mondiali, USA e  l’allora Unione Sovietica. Una guerra indiretta dove gli Stati Uniti, per fronteggiare l’imminente pericolo di una diffusione del comunismo in Europa, hanno contribuito alla rinascita di uno spirito integralista musulmano di questa parte del mondo e alla susseguente creazione di cellule terroristiche, sostenendo la guerra santa dei mujahidin, prima e la jihad afgana dopo, formata dai talebani sotto la guida di Osama Bin Laden, con la crescita esponenziale di uomini e di armi. Questo fenomeno si è ancora più acuito dopo il 1991, con l’implosione dell’URSS e la conseguente creazione della Comunità degli Stati Indipendenti (Csi), a seguito delle quali si è venuto a creare un vacuum, che ha reso questa parte del mondo ancora più destabilizzata e pericolosa.

Nel suo discorso Trump si rivolge poi al Pakistan ed all’India, paesi alleati degli USA, e se pur riconoscendone i contributi ed i sacrifici, li esorta ad «aiutare di più con la situazione afgana», li invita a non «ospitare e proteggere criminali e terroristi , perché – continua Trump – il nostro impegno non è illimitato ed il nostro supporto non è un assegno in bianco».

«Noi non siamo più ‘nation builder’ (costruttori di nazioni), noi uccidiamo i terroristi» ed una volta terminata la guerra «parteciperemo alla costruzione economica dell’Afganistan, ma non ordineremo al popolo afgano come governare la loro stessa complessa società», quasi a voler rimarcare la necessità di porre un freno alle ingenti perdite di vite umane e di spese militari a discapito di quelle infrastrutture come autostrade, ponti eccetera, di cui Gli Stati Uniti hanno bisogno, e che il presidente ne aveva fatto il punto focale della sua campagna.

Cosa ne pensano gli americani. Per Heater Lagarra, parrucchiera di 32 anni: «Non è necessario continuare una guerra che porta solo ad ulteriori perdite di vite innocenti da entrambi le parti e i costi per gli armamenti non fanno altro che lievitare le tasse, che potrebbero essere invece impiegate per riparare strade e ponti».

Di diverso avviso è Annamaria Miller, maestra di 58 anni, residente a Newark, che dichiara: «A me non piacciono le guerre, quella del Vietnam per esempio è stata inutile e avremmo dovuto evitarla perché non ci riguardava ma, credo, che questa sia una guerra indispensabile, perché dobbiamo proteggere il nostro Paese da un nemico difficile da identificare, un nemico che ci ha colpito in casa».

«E’ molto difficile prendere una decisione giusta» afferma invece Dave Willing, un computer design di 49 anni «dobbiamo solo affidarci al nostro presidente».

La guerra in Afghanistan, per molta parte dell’opinione pubblica, non riguarda solo gli Stati Uniti: è una guerra mondiale che sta colpendo il cuore dell’Europa e dell’Asia, dalla Russia, a Berlino, a Bruxelles, a Nizza, Parigi, Barcellona. Una guerra impari contro un nemico che, come afferma la signora Miller, è «difficile da identificare». Un nemico, un “loser”, come lo definisce il presidente Trump, indottrinato a dovere da un falso idealismo religioso che nasconde invece velleità espansionistiche ed economiche.

Nella storia di tutti i tempi e di ogni parte del mondo, ad ogni longitudine e latitudine, esistono delle regole immutabili, nonostante la diversità di contesti politici, economici e sociali nei quali si vanno ad inserire. Una di queste regole è, senza dubbio, l’instabilità di quei paesi, come l’Afghanistan, che non sono mai caratterizzati da una connotazione etnica, linguistica, religiosa precisa ma che si potrebbero definire “ambigui” e che, così attirano la fame e i desideri di tutte le nazioni che ne sono poste ai confini, contribuendo a creare quegli organismi terroristici che impediscono uno sviluppo ed un futuro sicuri. L’unica alternativa e via praticabile è quella, come afferma Trump nel suo discorso, «di lavorare in comune accordo con i nostri partner e alleati», tramite una politica di accordi ed interscambi sempre più allargati e distesi.

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