Pubblicato il: 2 settembre 2017 alle 7:00 am

Kabbalah, misteri e terrore nella letteratura Yiddish La lingua segreta degli ebrei in fuga

di Caterina Slovak.

Roma, 2 Settembre 2017 – L’yiddish è il linguaggio ebraico-tedesco parlato a partire dal X secolo dagli ebrei diasporici nell’Europa centrale e orientale e diffuso in seguito alle persecuzioni e allo sterminio dei nazisti in tutto il mondo e soprattutto in America. E’ diventato una sorta di dialetto della diaspora, della persecuzione, della discriminazione, è parlato su scala mondiale e ha sempre avuto la suprema virtù epica di creare una calda familiarità quotidiana e un senso d’appartenenza alla piccola grande comunità degli esiliati, degli umiliati e offesi da ogni forma d’arroganza e di prevaricazione. Molti scrittori lo usarono per descrivere l’ambiente del ghetto, i riti, le cerimonie religiose, le leggende miste di tradizioni bibliche e superstizioni. Tra queste storie, a metà tra Bibbia e leggenda, ci sono due temi che hanno affasscinato gli autori e, in tempi più recenti, gli sceneggiatori: il Golem e il Dybbuk.

Il Golem, il ‘Nuovo Adamo‘ creato secoli dalla magia di un rabbino rinascimentale, venne reso celebre dal romanzo di Meyrink che, apparso in libreria nel 1915, vendette più di 200.000 copie e ispirò numerose altre opere nochè alcuni film trasformandosi nel simbolo dell’anelito dell’apoteosi Uomo-Dio. Gustav Meyrink, praghese e contemporaneo di Kafka,  misterioso scrittore di origini austriache ed ebraiche, era lui stesso attratto dalle pratiche esoteriche e fermo sostenitore del ritorno in vita dopo la morte.

Quella del Golem è una delle più antiche leggende praghesi tramandata sino a noi: plasmato nell’argilla dalle arti del grande rabbino cabalista Judah Loew (1520-1609) per difendere il Ghetto di Praga dalle persceuzioni dei cristiani, l’essere artificiale volle sfuggire al controllo del suo creatore costringendo quest’ultimo a ricondurlo allo stato di materia inerte. Loew ne nascose i resti nella soffitta della Sinagoga Vecchia-Nuova di Praga, la più antica d’Europa, dove, secondo la tradizione, ancora si trovano. Si trattava dunque di una sfida arcana e immensa degna solo dei più grandi cabalisti, in quanto il Golem non é una semplice leggenda, ma scaturisce da uno dei più antichi testi cabalistici, il Sefer Yetsirah (Libro della Creazione) che racchiude rituali magici per animare la materia attraverso l’uso delle lettere dell’alfabeto ebraico e del nome segreto di Dio. Meyrink si ispirò a questa tradizione per resuscitare il ‘mostro’ in un romanzo  intriso di un’inimitabile atmosfera di mistero gotico che ricorda E.A.Poe . L’Inizio è  del tutto casuale: un uomo, un giorno, nel Duomo di Praga, scambia il proprio cappello con quello di Athanasius Pernath, un intagliatore di pietre preziose. Uno scambio di identità che frattura la sottile barriera fra il mondo reale e quello oscuro dei sogni, solo apparentemente lontano. Il protagonista incontrerà  spesso sul proprio cammino la misteriosa figura del Golem. Esso, secondo la leggenda, sarebbe l’oscuro costrutto capace di obbedire a qualsiasi ordine gli venga impartito, tramite un messaggio legato al suo collo. Ma nell’opera di Meyrink il Golem non è un uomo d’argilla come quello creato dal Rabbi Löw all’epoca di Rodolfo II, bensì un fantasma, un’ombra che ogni 33 anni si aggira per il ghetto sconvolgendo i suoi abitanti. Della sua esistenza nessuno è certo, così che lo si può vedere anche in senso psicanalitico come materializzazione dei timori di coloro che credono di averlo visto, o come rappresentazione del ‘doppio’. Un romanzo moderno quindi, di stampo novecentesco, distante dalla Praga medievale cui rimanda invece il Golem della tradizione.

Un’altra celebre leggenda ebraica è il Dybbuk. Secondo un’antica tradizione ebraica, alla quale fa riferimento anche l’Antico Testamento, quando il corpo di una persona vivente viene aggredita da un’anima dannata, allora ci troviamo in presenza di uno spirito maligno chiamato Dibbuk; In pratica una creatura che fa ritorno dal regno dei morti per portare a compimento una vendetta dovuta ad un’ingiustizia subita in vita.

Un Dybbuk può essere animato sia da cattive che da buone intenzioni, con una netta prevalenza delle prime.

La credenza nel Dybbuk era prevalentemente diffusa nel XVI e XVII secolo nell’Europa dell’est, ed era legata un antico concetto base più ampio risalente al misticismo ebraico del XIII secolo. Il tema  fu riportato all’attenzione pubblica agli inizi del 1900 quando l’opera teatrale Der Dybbuk (Un Dybbuk, conosciuta anche come Between Two Worlds) di  S. Ansky venne tradotta in varie lingue e portata in scena in diverse parti del mondo. Più recentemente è stato citato nel film horror  Il mai nato (The Unborn), diretto nel 2009 da David S. Goyer, dove viene esorcizzato da un rabbino, o in  The Possession di Ole Bornedal (2012).

Nella  letteratura yiddish è stato trattato da autori ebrei russi e polacchi e trova nella Shoah la sua idea forte: i morti dell’Olocausto sono ancora fra noi e chiedono di farci carico delle loro vite spezzate, a nome di tutti i deportati e uccisi. Nel  racconto L’ultimo demone, di Isaac B. Singer,  a narrare la storia è un demone che vive in una soffitta  e si nutre rosicchiando un vecchio libro di storie yiddish, succhiando le lettere dell’alfabeto ebraico, e dice che quando avrà divorato l’ultima, svanirà e cesserà d’esistere.

neifatti.it ©