Pubblicato il: 4 settembre 2017 alle 8:32 am

Palermo ricorda il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a 35 anni dalla sua uccisione La Festa dell’onestà, giunta al secondo anno, è l’evento in memoria del Prefetto e per rievocare la sua lotta al terrorismo e alla mafia

di Arcangela Saverino.

Palermo, 4 Settembre 2017 – «Certe cose non si fanno per coraggio, si fanno solo per guardare più serenamente negli occhi i propri figli e i figli dei nostri figli». Parole scolpite nella memoria. Sono le parole del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso il 3 settembre 1982 a Palermo per mano mafiosa. In città, i mesi caldi dell’anno fanno rima con gli anniversari dei delitti di mafia, perché una volta la mafia uccideva solo d’estate, per citare il film di Pif. Il periodo che va dalla fine degli anni Settanta all’inizio degli anni Ottanta è ricordato come la stagione di mafia più cruenta a causa delle numerose vittime che ha mietuto. Nel giro di pochi anni sono stati colpiti giudici (Cesare Terranova nel 1979, Gaetano Costa nel 1980, Rocco Chinnici nel 1983) ed esponenti politici di primissimo piano come Piersanti Mattarella (1980), appena nominato Presidente della Regione Sicilia, e Pio la Torre (1982), segretario regionale del PCI conosciuto per il suo impegno nella lotta antimafia. La mafia non ha risparmiato nessuno. Chiunque in quel periodo abbia tentato di contrastarla è stato  destinato a morire. E’ in questo clima di terrore che il presidente del Consiglio Giovanni Spadolini e il ministro dell’ Interno Virginio Rognoni hanno mandato in Sicilia il generale Dalla Chiesa, come nuovo Prefetto di Palermo, per combattere la mafia. E’ stato mandato a morire, come qualcuno, da lì a poco, avrebbe sostenuto. Perché? Perché il Generale, giunto sull’isola, aveva sperato nell’attribuzione di “poteri speciali” di coordinamento nazionale per il contrasto alla criminalità organizzata.

Poteri che non sono mai arrivati e che, ben presto, hanno fatto capire al carabiniere di essere stato mandato allo sbaraglio dallo Stato. Di essere un uomo solo. E, infatti, dopo circa 100 giorni dal suo insediamento, Dalla Chiesa perde la vita in una delle stragi mafiose che la città di Palermo, ancora oggi, non dimentica. E mai potrà farlo perché il suo arrivo in città aveva dato una speranza ai palermitani onesti, stanchi di tutto quel sangue versato. Una speranza che, nel giro di pochissimo tempo, si è infranta.

E si è infranta alle 21.15 di quel maledetto 3 settembre 1982. Il Prefetto, insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro, decidono di passare la serata in un ristorante di Mondello. Giunti in via Isidoro Carini, in pieno centro a Palermo, sopraggiungo due auto, si affiancano a quella di Dalla Chiesa e sparano con un kalashinikov. Il Generale tenta con il suo corpo di fare scudo alla moglie, ma è tutto inutile: entrambi muoiono sul colpo. Con loro, nell’agguato, morirà, 13 giorni più tardi, anche il poliziotto Domenico Russo. «Qui è morta la speranza dei palermitani onesti» è la scritta che compare su un muro di Palermo all’indomani della strage.

Uno stato d’animo che gli stessi palermitani onesti hanno manifestato ai funerali, contestando e fischiando tutti i rappresentati istituzionali lì presenti. L’unico ad essere risparmiato fu il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, l’unico ritenuto estraneo al terremoto che stavano attraversando da tempo i vertici dello Stato, i servizi segreti e tutto quel mondo che, un anno prima della morte del generale, si era scoperto essere affiliato alla loggia massonica P2.

Dalla Chiesa doveva morire perché aveva ben compreso che, per combattere la mafia, bisognava seguire i soldi e le banche. Aveva deciso di fare pressione su Salvo Lima, esponente della Democrazia Cristiana siciliana e grande amico di Giulio Andreotti, e sui cugini Salvo, conosciuti come gli esattori tributari della Sicilia.

Ancora oggi serpeggia il sospetto, sebbene mai confermato, che fosse inviso a personaggi molto in alto e coinvolti nella cosiddetta “Strategia della tensione”. Lui con la sua incorruttibilità. Con la sua onestà. Con la sua rettitudine morale che mai gli avrebbe permesso di tacere sulle prove di un eventuale coinvolgimento di settori deviati dello Stato e della politica nel rapimento di Aldo Moro.

A trentacinque anni di distanza da quel maledetto giorno Palermo non dimentica. Non vuole dimenticare. Ed è per questo motivo che, già dall’anno scorso, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando ha istituito la Festa dell’onestà in memoria del generale Dalla Chiesa, organizzata dall’Associazione Càssaro Alto con il Comune di Palermo. Tutta la zona intorno alla Cattedrale e alla caserma “Carlo Alberto dalla Chiesa”, detta il Càssaro Alto, ieri si è trasformata in una lunga festa tra memorie, foto, dibattiti ed iniziative che si è svolta dalle 9 fino alle 23.

In mattinata i bambini del Càssaro, dell’Albergheria, del Capo e dei Danisinni (quartieri di Palermo), hanno reso l’omaggio floreale alla lapide in memoria del generale. Alle 17.30 si è svolta la cerimonia di intitolazione al Prefetto della raccolta bibliografica sulla criminalità organizzata e il terrorismo, conservata presso la Biblioteca centrale della Regione Siciliana. Alle 19, nel piano della Cattedrale, la figlia del generale Simona, ha raccontato con profonda commozione la figura del padre. Lo ha ricordato come l’uomo di Stato che tutti hanno conosciuto e che, ancora oggi vive nella memoria dei più giovani, ma anche come il padre dolce ed amorevole che cercava in ogni modo di non fare pesare sui figli il suo “lato pubblico”.

E proprio sul piano della Cattedrale ha troneggiato il veliero della legalità, con la base in ulivo, segno di pace, i libri che rappresentano le  leggi, la Sicilia libera e le catene che stanno a significare l’omertà che si spezza ogni volta che i palermitani collaborano con le forze dell’ordine. Una grande festa, allegra e gioiosa, che si è fermato soltanto per un infinito minuto alle 21.15.

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