Pubblicato il: 4 settembre 2017 alle 7:30 am

Sex toys in televisione: atto di emancipazione o di cattivo gusto? Scoppia la polemica Padula (telespettatori cattolici): «Gli spot alimentano l’ipersessualizzazione della nostra società. Agli effetti sui minori chi pensa?»

di Giuseppe Picciano.

Roma, 4 Settembre 2017 – Da qualche settimana su alcuni dei più seguiti canali televisivi privati passa il primo spot italiano sui cosiddetti sex toys. Si tratta del primo shop online dedicato al piacere delle donne e il primo in Italia ad aver promosso una nuova idea di sessualità ed intimità, sia femminile sia di coppia. Secondo gli autori, questa pubblicità rappresenta un avvenimento importante che rompe i tabù e fa della donna «la portavoce esclusiva di una piccola grande rivoluzione culturale nella quale le donne non sono più oggetti sessuali».

L’Aiart, l’Associazione dei telespettatori cattolici, è stata la prima organizzazione a prendere posizione criticando l’iniziativa: «Quello sui sex toys – commenta il presidente Massimiliano Padula – è uno spot patinato che rimanda a una pseudo parità dei sessi, all’emancipazione esclusivamente sessuale della donna e non fa altro che alimentare il processo di ipersessualizzazione che tristemente investe la nostra società. Si tratta di un processo che rischia non solo di annientare l’autenticità dei rapporti uomo-donna ma anche di coinvolgere i minori, sempre più bersagliati da messaggi pubblicitari allusivi e totalmente anaffettivi».

Padula precisa che le perplessità sullo spot, che passa regolarmente da poco più di un mese sulle emittenti nazionali private, vanno oltre il moralismo di maniera. «Al contrario – aggiunge Padula – vuole evidenziare come certi messaggi snaturino le relazioni umane riducendole a merce e, come in questo caso, a meri oggetti sessuali. È discutibile che le aziende radiotelevisive pur di far cassa, ospitino campagne di qualunque tipo, giustificando il passaggio dello spot in una fascia oraria protetta che, di fatto, non esiste più. I motivi – puntualizza Padula – sono essenzialmente tre: una regolamentazione frammentata e inefficace, la potenza del web e il conseguente accesso 24 ore su 24 da parte di chiunque a qualunque contenuto e, infine, il silenzio degli organismi di vigilanza».

L’ultimo riferimento del presidente Aiart è a realtà come l’AgCom, l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria e in particolare il Comitato Media e Minori, organismo del Ministero dello Sviluppo economico fermo da più di un anno. «Nessuno – conclude Padula – a quanto pare, ha interesse a rinnovare i suoi membri e a scegliere un nuovo presidente».

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