Pubblicato il: 7 settembre 2017 alle 7:23 am

Amore e morte in laguna Sull’onda del Festival del Cinema che si sta svolgendo nella città veneta, invitiamo a leggere La morte a Venezia (der Tod in Venedig, 1912), racconto lungo del tedesco Thomas Mann

di Caterina Slovak.

Roma, 7 Settembre 2017 –  «Niente è più singolare, più imbarazzante che il rapporto tra due persone che si conoscono solo attraverso gli occhi, che si vedono tutti i giorni a tutte le ore, si osservano e nello stesso tempo sono costretti dall’educazione o dalla bizzarria a fingere indifferenza e a passarsi accanto come estranei, senza saluto né parola».  E’ una citazione dal romanzo, una riflessione del protagonista.

Gustav von Aschenbach, famoso scrittore cinquantenne nobile (forse il musicista Gustav Mahler), ha una salute malferma a causa di problemi cardiaci e, forse per esorcizzare l’idea della morte, sente, in questo momento della sua vita, un irrefrenabile istinto di viaggiare. Arriva in una Venezia elegante e va ad alloggiare all’Hotel des Bains al Lido dove, a cena, scorge per la prima volta un ragazzo di quattordici anni che gli sembra da subito bello come una divinità greca: si tratta di Tadzio, un ragazzo polacco in vacanza con la famiglia e l’istitutrice.

Tuttavia, il clima della laguna, con la pressante afa e la continua pioggia,  non giova ad  Aschenbach,  che  decide così di partire anche da Venezia. Alla stazione scopre però che il suo bagaglio è partito per un’altra destinazione, ed è costretto a tornare il albergo. Un segno del destino, un caso fortuito che lo rende intimamente felice: potrà rivedere Tadzio. Il nobile scrittore sviluppa così a poco a poco una vera e propria ossessione  per il ragazzino: lo osserva mentre gioca in spiaggia, lo segue a distanza durante le passeggiate per le calli insieme alle sorelle e all’istitutrice, arriva persino a essere cinicamente contento dell’aspetto malaticcio del ragazzino, perchè probabilmente non diventerà mai adulto, e forse nessuno potrà amarlo. L’uomo è così succube del suo delirio amoroso che, quando gli riconsegnano il bagaglio, sceglie di restare a Venezia per altro tempo.

Nel frattempo Tadzio comincia a rendersi conto dell’insistente sguardo dell’uomo e spesso, con espressione seria e occhi bassi, ricambia. La situazione sanitaria precipita: con il passare dei giorni, sono sempre meno i villeggianti tedeschi a Venezia, dove intanto sono comparsi per le strade, impestate da un forte odore di disinfettante, dei misteriosi cartelli sanitari che consigliano di non consumare frutti di mare. Lo scrittore chiede così informazioni in albergo e per le calli, ma tutti gli rispondono che la città viene disinfettata preventivamente per il caldo e per lo scirocco. Sospettoso, Aschenbach legge sui giornali tedeschi che si sospetta una non meglio precisata pestilenza: è il colera, tenuto nascosto dal governo ai turisti stranieri per non rovinare gli introiti economici della città.

Aschenbach potrebbe dare l’allarme tra gli ospiti dell’albergo, ma decide di tenere per sé il segreto perché più della malattia teme la partenza di Tadzio. La sua passione amorosa si è infatti di giorno in giorno trasformata in follia, tanto che egli si è ormai convinto che anche altri (e in particolar modo le sorelle e l’istitutrice, che si mostrano ostili nei suoi confronti) si siano accorti dei suoi sguardi verso il ragazzo.

Una sera, in camera, felice per uno sguardo che gli sembra di amore ricambiato, esclama: «Ti amo!» e sogna un’orgia. Si stupisce di impulsi omosessuali mai emersi prima, ma l’euforia è più forte: per piacere al ragazzo si fa tingere capelli e baffi, si trucca… Ma spesso si accascia al suolo privo di forze, stremato anche dai continui pedinamenti.

Un giorno, in spiaggia, Tadzio si avvia verso il mare e si allontana. Immergendosi in acqua, e nel suo gioco tra curiosità e malizia  si volta ancora una volta e guarda verso Aschenbach.  Allo scrittore sembra quasi che il ragazzo gli sorrida, sta per alzarsi e raggiungerlo ma cade riverso sulla sua sdraio, esausto ma felice di questo nuovo aspetto della sua personalità.  Poco ore dopo, Gustav von Aschenbach muore (i lettori italiani non sospetteranno quello che è già insito nel nome: Aschen in tedesco significa infatti cenere).

A parte i soliti richiami freudiani (la “pulsione di morte” ), il romanzo breve (o racconto lungo) di Thomas Mann è il racconto della scoperta degli istinti, della felicità dell’amore in una scenografia decadente: «Questa era Venezia, la bella lusinghiera e ambigua, la città metà fiaba e metà trappola…».

Alla fine, secondo l’Autore, non è possibile coniugare istinti e razionalità, libertà e consuetudine borghese. Dal  romanzo è stato tratto il celebre film di Visconti del 1973 e un melodramma di Britten nel 1973.

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