Pubblicato il: 7 settembre 2017 alle 7:28 am

Più tasse che ricavi e le imprese chiudono Cuchel (presidente associazione commercialisti): «Assurdo chiedere acconto relativo a un anno di imposta ancora da concludersi». Istat: «Aumento del clima di fiducia» ma Confcommercio frena: «Aspettiamo ripresa più vigorosa e continua». In Europa solo le imprese tedesche versano al fisco più delle italiane

di Giulio Caccini.

Roma, 7 Settembre 2017 – Quando a metà 2017 Confartigianato affermava che «non si va verso lo sviluppo aumentando la pressione fiscale» probabilmente faceva riferimento al Conto economico delle Pa aggiornato nel Def approvato ad aprile dal quale risultava una risalita della pressione fiscale nel 2018 e nel 2019. Che si riferisca al singolo cittadino o alle imprese, l’Italia è tra i Paesi che esercita la pressione maggiore per la quantità di imposte e tasse.

Sempre nello scorso aprile sia la Corte dei Conti che l’Ocse hanno evidenziato l’eccessivo peso del Fisco e dei contributi sulle buste paga degli italiani: secondo i dati pubblicati dall’Organizzazione parigina, l’Italia è al quinto posto nella classifica relativa al peso delle tasse sui salari. L’Ufficio studi della CGIA di Mestre ne ha individuate un centinaio, un lungo elenco composto da addizionali, accise, imposte, sovraimposte, tributi, ritenute, e così via. A un sistema tributario molto frammentato, che continua a tartassare cittadini e imprese, si accompagna un gettito estremamente concentrato in poche voci: le prime 10 imposte, infatti, valgono 421,1 miliardi di euro e garantiscono l’85,3 per cento del gettito tributario complessivo che nel 2015 (ultimo dato disponibile) si è attestato a 493,5 miliardi di euro. E al nocciolo della questione arriva Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio Studi CGIA quando dice che quest’anno ciascun italiano pagherà mediamente 8 mila euro di imposte e tasse, importo che sale a quasi 12 mila euro considerando anche i contributi previdenziali.

Imprenditori. Da tempo circola una tabella dalla quale emerge che il totale delle uscite tra tasse e imposte a carico dell’imprenditore supera perfino i ricavi.

Abbiamo chiesto una spiegazione a Marco Cuchel, presidente dell’Associazione Nazionale dei Commercialisti: «Non è certo una novità! La tabella è già qualche anno che circola sul web e social mettendo in evidenza un problema reale a cui l’imprenditore deve far fronte – ha detto l’esperto a neifatti.it – . Infatti nel secondo anno di attività devono essere pagate le imposte ed i contributi previdenziali a percentuale quali saldo del primo anno di attività ed acconto per il secondo anno di attività. Naturalmente risulta l’anno più penalizzante perché il saldo sarà totale non avendo pagato nessuno acconto per il primo anno. Il vero problema – ha precisato – è che risulta essere assurda la richiesta di un acconto relativo ad un anno di imposta ancora da concludersi».

Nessun provvedimento viene preso in tal senso. E dire che ancora secondo l’Ufficio studi della CGIA di Mestre, le nostre imprese versano al fisco 105,6 miliardi di euro l’anno: nell’Unione europea solo le aziende tedesche pagano un importo complessivo superiore, 135,6 miliardi, con il particolare non trascurabile che la Germania conta 22 milioni di abitanti in più dell’Italia. E il carico fiscale sulle imprese italiane non ha eguali nel resto d’Europa quando misuriamo l’incidenza percentuale delle tasse pagate dalle aziende sul gettito fiscale totale. Se da noi la percentuale è del 14,9, in Irlanda è del 14,8, in Belgio del 12,9, nei Paesi Bassi del 12,7, in Spagna dell’11,8, in Germania e in Austria dell’11,6. La media dell’Unione europea è pari all’11,5 per cento

Rispetto a minori entrate a causa della crisi e uscite sempre maggiori a causa del carico fiscale, cosa succede? E’ semplice. Le imprese chiudono. Così negli ultimi 8 anni abbiamo perso quasi 158.000 imprese attive tra botteghe artigiane e piccoli negozi di vicinato. Di queste, oltre 145.000 operavano nell’artigianato e poco più di 12.000 nel piccolo commercio. E quasi 400.000 addetti hanno perso il lavoro.

«La crisi, il calo dei consumi, le tasse, la burocrazia, la mancanza di credito e l’impennata del costo degli affitti – ha denunciato Paolo Zabeo – sono le principali cause che hanno costretto molti piccoli imprenditori ad abbassare definitivamente la saracinesca della propria bottega. Se, inoltre, teniamo conto che negli ultimi 15 anni le politiche commerciali della grande distribuzione si sono fatte sempre più mirate ed aggressive, per molti artigiani e piccoli negozianti non c’è stata via di scampo. L’unica soluzione è stata quella di gettare definitivamente la spugna».

Confcommercio. E mentre l’Istat a inizio settimana ha comunicato che l’economia accelera e si va verso una crescita più forte anche grazie all’indice del clima di fiducia dei consumatori che ad agosto «ha registrato un forte aumento alimentato dal miglioramento di tutte le componenti e dalla diminuzione delle aspettative sulla disoccupazione», l’Ufficio Studi di Confcommercio, proprio commentando i dati dell’Istituto di Statistica ha precisato: «E’ necessaria la massima cautela nel valutare il quadro congiunturale. La domanda delle famiglie continua a mostrare, infatti, elementi di fragilità e discontinuità, soprattutto per la componente relativa ai beni. Solo con una ripresa più vigorosa e continua, il miglioramento registrato nei mesi più recenti sul versante della fiducia potrà tradursi, concretamente, in una crescita della domanda in grado di coinvolgere tutti i segmenti di consumo e le diverse tipologie distributive».

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