Pubblicato il: 8 settembre 2017 alle 7:30 am

Si chiama “Gig Economy” ed è la nuova frontiera del lavoro In Italia interessa il 27% della popolazione. Nel Regno Unito, dove esiste da tempo, sono state avviate cause legali per sfruttamento

di Danilo Gervaso.

Londra, 8 Settembre 2017 – In un servizio andato in onda a inizio 2017 la BBC definì la Gig Economy come: «un mercato del lavoro caratterizzato dalla prevalenza di contratti a breve termine o di lavoro indipendente, al contrario di posti di lavoro permanenti. E – tenendo insieme opposti punti di vista – può essere considerato un ambiente di lavoro che offre flessibilità per quanto riguarda le ore di lavoro o … E’ una forma di sfruttamento con poca protezione sul posto di lavoro».

In realtà il servizio della British Broadcasting Corporation, il più grande e autorevole editore radiotelevisivo del Regno Unito, era incentrato sul caso di una ditta di Londra, Pimlico Plumbers, che aveva perso il suo appello contro una sentenza precedente affermando che uno dei suoi idraulici a lungo impiego era un lavoratore – con normali diritti, incluse ferie e trattamenti previdenziali – piuttosto che un imprenditore indipendente.

E non è l’unico caso che si registra nel Regno Unito, dove si attende l’esito delle valutazioni della Corte di appello dalla quale potrebbe cambiare il destino di milioni di persone occupate nella Gig Economy. Verso la fine dell’anno scorso, un gruppo di corrieri da asporto alimentari che lavorano per Deliveroo ha intrapreso misure legali per ottenere il riconoscimento sindacale e i diritti dei lavoratori.

Altra caratteristica della Gig Economy è la flessibilità. Invece di un salario regolare, i lavoratori vengono pagati per i “gigs” che fanno, ad esempio una consegna di cibo o un viaggio in macchina. Nel Regno Unito si stima che cinque milioni di persone siano impiegate in questo tipo di attività. I lavori includono corrieri, autisti e produttori di video. I sostenitori dell’economia del “gig” (che si traduce letteralmente con “concerto”) affermano che le persone possono beneficiare di ore flessibili, con il controllo di quanto tempo possono lavorare mentre si dedicano ad altre priorità nella loro vita.

Il Rapporto Coop2017, ha portato alla luce il fenomeno anche in Italia, presentando quest’anno anche un capitolo sui cosiddetti “Gig worker”: dai “pony” che portano cibo a domicilio in bici a chi gestisce profili di piccole aziende sui social network. E’ emerso che il 27% degli italiani che hanno un impiego a tempo pieno o indeterminato, svolge anche altri lavoretti per arrotondare il proprio reddito. E tra questi, il 41% tramite app o piattaforme on line.

Dalle interviste a un campione di circa 500 Gig worker, si scopre che la maggioranza (54%) è costituita da uomini, il 69% ha tra i 20 e i 39 anni e il 60% ha un diploma di scuola superiore. Questi lavoretti rendono poco: il 65% dichiara che al massimo arriva a guadagnare 50 euro al mese, il 18% da 50 a 100 euro. Circa il 14% può ritenersi più fortunato perché guadagna da 100 a 500 euro; il 2% fino a mille euro e appena l’1% oltre i mille euro. Proprio perché i lavoretti rendono poco, la maggioranza ne fa più di uno: per la precisione, il 24% ne fa due, il 17% tre e il 14% addirittura da 4 a 5. Inoltre, il 45% si dedica al secondo o terzo lavoro almeno una volta alla settimana e il 35% almeno una volta al mese.

Tornando all’Inghilterra, ancora la BBC faceva notare che la natura flessibile dei lavoratori della Gig Economy, offre spesso vantaggi ai datori di lavoro, o per meglio dire ai committenti, in quanto pagano solo quando il lavoro è disponibile e non si addossano costi del personale quando la domanda non è presente. Nel frattempo, però i lavoratori dell’economia del “gig” sono classificati come appaltatori indipendenti. Ciò significa che non hanno alcuna protezione contro il licenziamento ingiusto, nessun diritto al pagamento di licenziamenti e nessun diritto a ricevere il salario minimo nazionale, la vacanza a pagamento o la malattia. Aspetti controversi che denotano una vicinanza eccessiva tra flessibilità e sfruttamento.

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