Pubblicato il: 12 settembre 2017 alle 8:00 am

Il Paese dei veleni che non tutti conoscono Diossine, amianto, mercurio, la contaminazione industriale ha prodotto in Italia 3500 morti in 8 anni. Da nord a sud, tutte le regioni sono coinvolte. Nella sola Lombardia quasi 900 siti contaminati. E in uno di questi si produce latte

di Fabrizio Morlacchi.

Roma, 12 Settembre 2017 – Se esiste una terra dei fuochi esiste anche un’Italia dei veleni. “E’ tutta la Penisola, terra dei fuochi” dice a neifatti.it uno dei poliziotti della squadra di Roberto Mancini. E non è stato il primo a dirlo, tempo fa lo scrisse, chiaro, l’Istituto Superiore di Sanità con lo studio ‘Sentieri’ e disegnando finanche una mappa di tutte le aree avvelenate del Paese. Ma è come se a nessuno fosse importato veramente. E non si è mai registrato in Italia un altro “caso mediatico” come quello fatto scoppiare intorno alla Campania.

Nel 2011 da quella mappa nasce un blog: “Ecoinchiesta, l’Italia dei veleni”. Ed è una sorta di diario su quanto accade nel sottobosco delle aree industriali e dei suoli contaminati da sversamenti illeciti. «Queste aree – si legge – sono caratterizzate da una mortalità in eccesso rispetto alle medie regionali. Vale a dire che le morti “osservate” sono, in quasi tutte le località, maggiori di quelle “attese”.  Sentieri ha definito le esposizioni ambientali sulla base dei decreti di perimetrazione di queste aree di bonifica, caratterizzate dalla presenza di impianti chimici, petrolchimici, raffinerie, industrie siderurgiche, centrali elettriche, miniere e cave di amianto e altri minerali, porti, discariche e inceneritori. Insomma, l’Italia dell’industria pesante e delle pattumiere, dove generazioni di lavoratori hanno prodotto benessere e ricchezza spesso a costo della loro salute».

Un primo computo dei morti da contaminazione industriale parla di 3.508 vittime in otto anni. Precisando poi: «Se invece si considera il surplus complessivo dei decessi in queste aree si sfiorano per lo stesso periodo le 10 mila persone».

Le aree sono quelle di «Balangero, Casale Monferrato, Broni, i dintorni dello stabilimento Fibronit di Bari, Biancavilla, Massa Carrara, Priolo, Pitelli, Piombino, Massa Carrara, Orbetello, la bassa valle del fiume Chienti, la laguna di Grado-Marano, la zona Nord di Trento, Falconara, Taranto, Milazzo e Porto Torres», e così via. Sono coinvolte tutte le regioni e con molteplici tipi di inquinamento (diossine, caprolattame, Pcb, Ddt, Amianto, mercurio, ecc); mancano, alla data dell’indagine, solo Abruzzo e Molise. Un elenco lungo, troppo lungo per essere ignorato. Parleremo qui di una per tutte.

Lombardia. Un anno fa il Magazine ‘Vita’ pubblica: «La provincia di Brescia smaltisce 57 milioni di metri cubi di rifiuti tossici, quella di Caserta 10 milioni. Nella provincia di Brescia finisce il 70% dei rifiuti speciali della Lombardia, a cui si aggiungono quattro discariche di scorie radioattive e tonnellate di rifiuti provenienti dall’estero. Persino dall’Australia e dal Mar Caspio. Se in Campania è “terra dei fuochi”, questa che cos’è?».

Già, cos’è… E’ nelle pagine milanesi del Corriere della Sera che nel 2015 viene denunciata la presenza di «ben novecento siti contaminati sparsi per la Regione. Si tratta di aree che vedono la contaminazione di suolo e falda oppure solo di una o dell’altra. Non ci sono però solo zone ex industriali o discariche: in almeno undici casi i terreni sono agricoli». I dati sono quelli dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpa).

Focus, in un numero speciale nel 2009 dedicato ai 10 luoghi tra i più contaminati d’Italia, riporta il ‘caso Brescia’: «la poco ridente cittadina di Anniston, in Alabama, che rispetto ai PCB (policlorobifenili, a causa della loro tossicità e della loro tendenza a bioaccumularsi sono attualmente in buona parte banditi ndr), contende a Brescia il primato di territorio più inquinato del mondo». Lo storico dell’ambiente Marino Ruzzenenti paragona il sito inquinato nazionale «Brescia-Caffaro» al delta del Mekong distrutto dalla guerra chimica. Siamo a questi livelli di disastro ambientale.

Nel portale web della Regione, la Lombardia ha messo online l’elenco dei siti contaminati sul territorio lombardo. Ne sono 888, divisi per provincia. Compaiono diverse aziende agricole e appezzamenti agricoli, un presidio ospedaliero, una scuola comunale (Via Colonna a Milano), la Scuola Media VII (a Sesto San Giovanni) e alla riga 663 con il numero identificativo 3212, in mezzo a discariche non controllate, raffinerie, ex oleodotti e industrie chimiche, c’è il sito “Centrali produttori latte Lombardia S.p.a.” nel comune di Peschiera Borromeo. Tra i siti contaminati. Tra gli oltre 800 siti che, come specifica l’ente lombardo, sono interessati da: «contaminazione di suolo e falda; contaminazione o di solo suolo o di sola falda; contaminazione di falda e bonifica dei suoli conclusa». Perché non si è parlato del latte lombardo con le stesse preoccupazioni causate dalla mozzarella campana? I cittadini della Lombardia non hanno diritto di sapere cosa consumano al pari di quelli di altre regioni d’Italia? O c’è dell’altro?

Nel 2014 in Campania nasce la Task Force ‘Pandora’, da un’idea di Paola Dama, dottore di ricerca in oncologia molecolare e farmacologia alla University of Chicago. L’obiettivo è quello di “portare chiarezza nelle informazioni che riguardano la questione della cosiddetta Terra dei Fuochi nella regione Campania. La sua mission è la diffusione di notizie sulla base di dati certi e validati, prestando la propria conoscenza e quindi proponendosi come punto di riferimento ai cittadini, ai media e all’attuazione di provvedimenti politico-organizzativi necessari”. La fondatrice di Pandora parla di «uno scellerato accanimento mediatico sulla Campania».

Perché poi mentre l’Europa ha stretto la Campania all’angolo il resto del Paese muore avvelenato in un silenzio quasi generale.

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