Pubblicato il: 14 settembre 2017 alle 9:00 am

Gramigna, vita di un ragazzo in fuga dalla camorra, dopo il libro il film, nelle sale da novembre Il giornalista Michele Cucuzza racconta la storia di Luigi Di Cicco, figlio di un personaggio di spicco della malavita organizzata campana e della sua scelta di legalità

di Marzio Di Mezza.

Roma, 14 Settembre 2017 – ‘Gramigna’ non è solo un libro ben scritto. Potremmo definirlo un manifesto, l’elogio della legalità, la mappa che indica la via da percorrere: a chi ha già imboccato quella strada per incoraggiarli a proseguire senza tentennamenti; e a coloro che, invece, non sanno che esista un bivio. A questi, soprattutto, il testo scritto a quattro mani da Michele Cucuzza e Luigi Di Cicco, vuole trasferire messaggi di grande valore. E Cucuzza, giornalista dalla lunga esperienza, parla del libro, come del film che ne è stato tratto, ogni volta con entusiasmo ed emozione.

Il primo messaggio è: si può fare.

«È la conferma del cambiamento possibile. Tante volte, tutti quanti, ci lamentiamo di mille cose che non vanno e vorremmo fossero diverse. Il cambiamento in realtà – e la storia di Luigi lo conferma – nasce da noi stessi. Le cose si possono cambiare. Lui le ha cambiate, eppure era un “destinato”, il suo destino era quello di fare il figlio del boss. Ereditare il male, quello che il padre aveva seminato a Lusciano nell’agro aversano. Invece Luigi questo lo ha rifiutato e ha scelto la legalità. Adesso è un simpatico 40enne, vive a Civitavecchia con la famiglia, ha aperto un ristorante dove si consumano ottimi prodotti campani a partire dalla mozzarella di bufala. Ogni giorno dice: vive la libertà, soprattutto la libertà da tutti i guai nei quali poteva andare a finire».

Non è l’unico ma non si sente parlare spesso di queste storie…

«Sono quei personaggi di cui il Paese ha bisogno. Lui rappresenta la legalità, i valori positivi. Purtroppo i nostri personaggi positivi troppo spesso sono morti di morte violenta. Invece ci sono anche figure, grazie al cielo, vive e vegete che possono darci la spinta. Che non sono soltanto gli eroi televisivi, chef e piccoli chef, protagonisti degli show. Va tutto benissimo, ma nel pantheon possono esserci altri personaggi che meritano consenso e simpatia».

Cucuzza, a distanza di qualche anno dall’uscita del libro… C’è qualcosa che secondo lei si poteva ancora dire?

«Intanto adesso esce il film, dal 16 novembre sarà nelle sale. Con la regia di Sebastiano Rizzo. Il papà di Luigi è interpretato da Biagio Izzo che ha scelto di fare una parte drammatica, lui che è un attore comico, perché molto coinvolto da questa storia. La casa produttrice è costituita da un gruppo di amici di Luigi, hanno creduto nel progetto e lo hanno finanziato con un fund raising.

C’è una cosa inconsueta, che mi ha raccontato Luigi e non ho motivo di dubitare: anche da parte del padre non c’è mai stata la volontà di fare del figlio il suo erede. Perché suo padre, potente boss, da giovanissimo è finito dentro per reati molto gravi ed è stato condannato all’ergastolo. Una vita quasi tutta in carcere, che vita è?».

Il film l’ha visto?

«L’ho visto. Lo trovo molto bello, molto emozionante perché con il linguaggio del cinema – che deve essere anche spettacolare – è venuto fuori molto bene il senso della storia e mi auguro che avrà il successo che merita. Il senso, l’idea di fondo, è che ci può essere oltre alla meritoria e importantissima attività di repressione dello Stato (grazie ai magistrati e alle forze di polizia) anche un’altra possibilità. Bisogna pensare che la scelta di Luigi e di altri personaggi come lui – ce ne sono anche se non sempre raggiungono la ribalta che meriterebbero – potrebbe essere un segnale di erosione interna altrettanto importante e devastante per la criminalità».

Gramigna, proprio per il fatto di aprire alla speranza, con il suo lieto fine, può considerarsi una risposta a Gomorra?

«Sono due cose diverse. Il libro di Saviano è stato dirompente, di una grandissima levatura. In ‘Gramigna’ non c’è il male assoluto, questo viene giustamente detto, perché è dal male assoluto che è fuggito Luigi, da un mondo con il quale non ha mai voluto avere niente a che fare. ‘Gramigna’ è la strada alternativa per chi era ghermito da questa mala pianta che lo ha sempre seguito. Lui non ha fatto come il figlio di Totò Riina».

C’è poi una camorra che non perdona nemmeno l’impegno civile. In estate un altro giornalista, Simone Di Meo, mentre presenta un suo libro viene minacciato ed è costretto ad abbandonare il palco…

«Il prezzo che a volte si paga quando si fa un lavoro di inchiesta. Lavoro assolutamente meritorio e che espone i colleghi a rischi di questo tipo. Per il nostro libro è un po’ diverso. Questa è una storia in positivo. Quando andiamo a Lusciano, Luigi è benvoluto e riconosciuto come personaggio positivo, rappresenta il riscatto di una persona e di una famiglia, di una comunità e dell’intero paese. Riscattarsi vuol dire mancare all’appuntamento. La gente ha sentimenti positivi e reazioni positive nei suoi confronti.

Il nostro libro fa vedere come quel mondo sia isolato, non produce né benessere né sicurezza. Se non muori ammazzato finisci in prigione o latitate tutta la vita. Raccontiamo un individuo che è abituato da piccolo a vivere in un certo ambiente, con denaro armi, morti; trasferiamo al lettore lo stato d’animo di un bambino che magari il pomeriggio va con la mamma a visitare il papà in un carcere speciale e l’indomani va a scuola. Con quali tragedie interiori, traumi, questo bambino vive? Ecco, tutto questo ha spinto Luigi al rifiuto. Lui diceva: io certe volte mi addormentavo con il desiderio di entrare in coma e svegliarmi solo quando tutto fosse finito. È riuscito a realizzare il suo desiderio anche senza entrare in coma».

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