Pubblicato il: 20 settembre 2017 alle 6:59 am

«Mi venne in mente di tessere un elogio scherzoso della Follia» Scrive Erasmo da Rotterdam nella lettera che invia a Tommaso Moro al ritorno dal suo viaggio in Italia

di Maria Del Giudice.

Roma, 20 Settembre 2017 – Nessun pericolo di scisma si disegnava all’orizzonte quando, tra l’autunno del 1509 e la primavera del 1511, sull’onda delle impressioni italiane e di quelle su cui già in precedenza aveva meditato, Erasmo da Rotterdam compose, in perfetta libertà creativa, l’Elogio della follia.

Quest’opera è il meraviglioso prodotto della gioia di vivere di Erasmo, ospite in quel momento di uno dei suoi più intimi e cari amici, Tommaso Moro. L’Elogio è altresì la prima incarnazione nella letteratura europea del distacco autosufficiente dell’intelligenza laica dalla visione ecclesiastica del mondo e dalle coordinate mentali cristiane; l’autore dà la parola alla Pazzia stessa, che la conserva dall’inizio alla fine.

Cos’è la follia di cui l’umanista tesse l’encomio con ironia sorridente? E’ il composito e poco ragionevole comportarsi degli uomini e più precisamente dei suoi contemporanei; è l’insieme delle forme in cui questi si lasciano sopraffare dalle proprie debolezze, dalle proprie passioni, dalle proprie incoerenze. L’universalità della pazzia, l’asserzione che essa è connaturale all’uomo, è la geniale ipotesi di partenza. Erasmo ha altresì veramente percepito quanto è imprescindibile l’irrazionale, sia esso illusione, amore, ideale o cupidigia. Non lo esalta ma lo constata, dopo secoli in cui si era fatto di tutto per svisarlo o per condannarlo; intuisce che né la condanna né l’ignoranza rappresentano una soluzione e quindi celebra la sua funzione insostituibile nella vita.

La forza dell’Elogio consiste in questo guardare senza moralismo e con benignità, l’irrazionalità umana. Ma vi è anche una coerenza duttile, cortese e pur inesorabile per il suo rifiuto di scorgere una diversità di natura tra le varie manifestazioni della follia. Per quanto in modo semi-serio, l’autore mette un unico comune denominatore sotto tutti i comportamenti, del gaudente come del filosofo, dell’innamorato, del superstizioso, del teologo, del credente. Almeno sul piano mentale, non riconosce maggior senno al santo che al bacchettone, allo stoico che al mercenario.

Tenuto conto dell’epoca in cui viveva, tale procedimento risultava addirittura rivoluzionario. Non solo perché nessuno aveva mai osato impiegarlo e non tanto perché la sua impertinenza nulla risparmiava, ma in quanto rivelava la possibilità e addirittura la presenza di un criterio diverso di giudizio ormai maturo e autonomo. Vi era, da parte di Erasmo, un evidente coraggio intellettuale ma insieme la coscienza di non parlare solo a nome proprio. Egli rappresentava tutta una sensibilità laica nutrita di umanesimo ma non priva di rinnovato spirito religioso, che dopo aver accumulato innumeri e disparate reazioni, si concentrava ora in un esplicito discorso d’insieme.

Erasmo non ha scritto a caso l’Elogio della follia; esso rientra nel suo meditato piano di restaurazione morale, religiosa e culturale. Egli, infatti, si sente ancora cristiano: ma, come una larga parte dell’élite intellettuale e sociale del suo tempo, intende promuovere una religione nettamente diversa da quella che passa sotto tale nome. Prima di Lutero, ha chiaramente tracciato un programma che esercitò una vastissima seduzione sui laici colti e sui numerosi ecclesiastici del Cinquecento. Ogni paese d’Europa, dalla Spagna alla Polonia, dall’Inghilterra all’Italia, attraversi i Paesi Bassi, la Francia, la Svizzera e la Germania, ebbe i suoi attivi, convinti e spesso influenti erasmiani. La loro azione fu notevolissima, e non solo in ristrette cerchie di eruditi. La lucidità, la critica e la misura del grande umanista toccarono un pubblico immenso. Non solo il latino era la lingua di tutti coloro che sapevano leggere, ma gli argomenti che egli trattava erano del più alto e immediato interesse.

Dell’Elogio della follia furono stampati 1800 esemplari nella prima edizione parigina e fu edito una sessantina di volte prima della fine del secolo. Erasmo aveva compreso appieno l’enorme importanza della stampa come mezzo d’azione etica e culturale e a più riprese si sottopose senza esitare allo sfibrante lavoro di tipografia.

E’ facile dire cosa proponeva l’umanista: che la Chiesa correggesse radicalmente la sua invadenza nella sfera politico-sociale, rinunciando alla sete di potere, al lusso smodato, al nepotismo. Che il folklore di cerimonie, voti, processioni, indulgenze, venisse ridotto in modo severo per mettere in primo piano l’osservanza effettiva delle virtù evangeliche. Che la cultura teologica si riformasse, abbandonando le annose e ormai sterili dottrine scolastiche per dedicarsi allo studio storico e filologico della Scrittura. Che, infine, i cristiani non trovassero più il pretesto per sterminare i propri simili perché eretici, turchi o pagani.

L’ampiezza di queste prospettive era tale che non stupisce di vederle soltanto abbozzate. Era già impresa decisiva averle espresse con chiarezza ed equilibrio. I secoli successivi hanno mostrato che molte di esse indicavano i compiti dell’avvenire, e hanno provato che occorrevano centinaia di anni per realizzarle almeno in parte. Quella Follia che Erasmo aveva cercato di additare ai contemporanei affinché meglio se ne guardassero era davvero inseparabile dalla storia umana come dalla condotta individuale. Tuttavia quel nuovo buon senso collettivo in nome del quale l’umanista aveva levata così alta e pubblicamente la voce, doveva costituire uno dei filoni più preziosi della civiltà moderna. Compromesse da una congiuntura sfavorevole le suggestioni evangeliche, l’opera erasmiana tramandò alle generazioni seguenti una capacità di senso critico e di autonomia di giudizio che non si doveva più estinguere e che attraverso uomini come Montaigne e Charron doveva giungere a Voltaire e oltre.

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