Pubblicato il: 21 settembre 2017 alle 6:58 am

Dopo ‘Brexit’ è ‘America First’ a preoccupare il Made in Italy Per il ministro Martina la svolta neoprotezionista di Trump peggio dell’embargo russo

di Fabrizio Morlacchi.

Roma, 21 Settembre 2017 – Prima era stata la Brexit ad allarmare l’Italia. Nonostante le rassicurazioni di Standard & Poor’s (l’Italia, insieme all’Austria, sarà uno dei Paesi meno colpiti dalla Brexit). Nella nota di aggiornamento del Def, un anno fa, il governo aveva previsto una forchetta tra «0,5 e 1,0 punti percentuali di Pil complessivo nel biennio 2016-2017». Secondo il capo economista dell’Ocse Catherine Mann l’effetto Brexit sull’export italiano sarà dell’1% nel 2018.

Adesso ci si mette pure la svolta protezionista imposta da Trump. “America First”, ama dire il tycoon ogni volta che se ne presenta l’occasione. Una vera e propria barriera che potrebbe costare cara al nostro Made in Italy, con una perdita per la nostra economia di qualcosa come un miliardo e mezzo di euro nelle esportazioni verso gli Stati Uniti. Oltre trecento milioni per il solo agroalimentare.

L’allarme, questa volta, è stato lanciato da Ismea in occasione della presentazione del dossier “L’America First di Trump. Scenari globali per il commercio agroalimentare” presentato presso il Centro Studi Americani, alla presenza del ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina, e del direttore del Csa, Paolo Messa. Le esportazioni agroalimentari dell’Unione europea verso gli Usa hanno raggiunto nel 2016 circa 21 miliardi di euro a fronte di importazioni pari a poco meno di 12 miliardi. Gli Usa rappresentano il terzo acquirente delle esportazioni italiane sia complessive che agroalimentari. L’export agroalimentare italiano verso gli Usa vale complessivamente 3,8 miliardi di euro.

Secondo il ministro Martina, la svolta neoprotezionista di Trump «potrebbe danneggiare con numeri superiori a quelli dell’embargo russo. Dazi, barriere e confini non aiutano il mercato italiano. Noi siamo per regole giuste e mercati aperti».

L’America, secondo un report di Credit Suisse intitolato «Getting Over Globalization», è già il Paese più protezionista al mondo, ancor più di Russia, India e Cina. Secondo quanto riportato dal report stilato da Credit Suisse, negli Stati Uniti le misure protezionistiche sarebbero nove volte superiori a quelle volte a liberalizzare il mercato internazionale.

«Il presidente Trump – ha spiegato Messa – ha annunciato più volte una scelta protezionista per la sua economia, il programma America First. Naturalmente bisognerà vedere cosa realmente accadrà. Lo studio Ismea, presentato al Centro Studi Americani, rivela che il rischio per il nostro export potrebbe valere fino a circa 1,4 miliardi di euro, una cifra enorme, di cui circa un terzo riguarderebbe proprio l’agroalimentare Made in Italy. Naturalmente non bisogna lasciarsi prendere dall’allarmismo perchè questa è una stima nel caso di scenario peggiore. Quello che però emerge dal report è che anche gli Stati Uniti o comunque i Paesi che realizzano politiche protezioniste pagherebbero un prezzo molto elevato».

Secondo alcuni esperti di geopolitica internazionale, l’effetto di una eventuale chiusura degli Stati Uniti potrebbe innescare, come conseguenza, un effetto muraglia da parte dei Paesi asiatici, europei e latinoamericani che per «ripicca» potrebbero decidere di imporre, a loro volta, dazi e contingentamenti sui prodotti statunitensi.

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