Pubblicato il: 23 settembre 2017 alle 6:58 am

Il Napoli è tornato. “Dove c’e’ gusto non c’e’ perdenza” I detrattori del gioco di Sarri si erano illusi. Il secondo tempo con la Lazio è stato da manuale. La prodezza di Mertens da annali del calcio

di Antonio Mango.

Napoli, 23 Settembre 2017 – Stratosferico. Ha guardato per un attimo la porta, come per prendere le misure. Ha inseguito il pallone fino alla linea del fallo laterale. Un giocatore normale l’avrebbe fatta uscire per ricominciare l’azione. Lui, Mertens, no. Ha tirato un pallonetto lungo, destinazione porta laziale, giusto l’angolo della rete. Imprendibile, spiazzante, non si poteva che assistere. Inutile scomodare paragoni. Ma questa rete è filosofia del calcio, tra scienza di collettivo e arte individuale.

E allora di nuovo si parla di grande bellezza. Per un po’ il Napoli aveva lasciato immaginare di essere tornato sulla terra. Con Atalanta e Bologna aveva convinto pure gli italianisti ad oltranza. Per i quali non c’è vittoria se non sofferta, in una sorta di cultura del cilicio pallonaro. Un golletto a fine partita, salvando capra e cavoli, e un’avara conduzione del gioco. Il Napoli le aveva vinte all’italiana queste due partite, se non per la tattica (rimasta fedele a se stessa), se non per il numero di gol (tre come minimo sindacale), per un certo senso stoico e niente più con cui aveva affrontato l’organizzazione atalantina e l’assalto dei bolognesi, perdendo oltretutto in Ucraina. Napoli in difficoltà, da grande tristezza e quindi, secondo il paradigma del vincere e giocar male, da scudetto. Così fan tutte (o quasi), direbbero gli Allegri sparsi per l’Italia,

E’ stata, però, un’illusione per i cultori degli uno a zero se va bene. Il secondo tempo di Lazio-Napoli ha rimesso le cose a posto. Il gioco c’è stato, pure i gol (che non sono mai mancati) e i punti. A dispetto dei “cholisti”, l’anomalia napoletana, col suo nuovo verbo e le sue allegre migrazioni in giro per l’Italia e per il continente, genera un misto tra invidia e ammirazione.

Al punto che Sarri è diventato il professore d’Europa, Insigne il miglior giocatore nazionale, Dries Mertens l’avatar di Ciro che disegna traiettorie impossibili, Callejòn il Domenghini di Herrera, Jorginho il play maker che dovrebbe stare in nazionale e che sa battere i rigori come pochi, Koulibaly che avrà pure la cazzata incorporata, ma fa venire l’astenia alle punte che gli toccano, Hysaj e Ghoulam terzini quasi sconosciuti, che scalano la hit-parade dei migliori laterali europei, e una covata di giovani talenti che aspettano di salire in classifica presenze. Miti e sottomiti di una favola calcistica. al netto dell’oracolo Raiola, che smonta per professione, con le sue esagerate offerte milionarie, squadre, campioni e contratti.

Nessuno sa come andrà a finire tra le cinque squadre titolate. Ma chi ha assistito ai dieci minuti che sconvolsero la Lazio e alla stella cadente tipo notte di San Lorenzo di Mertens può dire che se ne frega anche dei punti e che “dove c’è gusto non c’è mai perdenza”. Si scherza, ovviamente.

neifatti.it ©