Pubblicato il: 24 settembre 2017 alle 8:00 am

«Combatto per denaro da quando avevo 8 anni» Ricordo di Jake La Motta, ex campione del mondo dei pesi medi di pugilato, scomparso qualche giorno fa all’età di 96 anni

di Marzio Di Mezza.

Roma, 24 Settembre 2017 – Mio padre ancora lo ricorda quel 14 febbraio del 1951. La sesta volta che Jake La Motta e Sugar Ray Robinson incrociavano i guantoni sul ring. Un incontro sorprendente, emozionante, passato alla storia come “il massacro di San Valentino”, perché un Robinson più forte che mai, mise in difficoltà La Motta, costringendolo a incassare colpi e combinazioni fino al k.o. tecnico. Tredici round ci vollero per infliggere la dura sconfitta al pugile italo americano, il “Toro scatenato”, The Raging Bull. Tredici riprese per proseguire l’ascesa di una nuova stella dei pesi medi, Robinson; ma anche per ribadire quanto era difficile battere La Motta.

Qualche giorno fa, in seguito a una polmonite e a successive complicazioni, La Motta è morto. Aveva 96 anni, quasi tutti spesi sul ring. «Combatto per denaro da quando avevo 8 anni» ha detto un giorno. Una vita per la boxe, la sua. La boxe per la vita.

 

 

Jake La Motta era nato a New York il 10 luglio 1921. Il padre era originario di Messina, ed essendo la madre ebrea gli fu dato il nome di Jacob. Si dimostrò da subito un ragazzo inquieto più che vivace, uno dei tanti ragazzi di strada della New York più violenta. Una volta raccontò di aver aggredito con un tubo di metallo un allibratore lasciandolo agonizzante a terra. «Per anni ha creduto di averlo ammazzato – disse -, poi però riapparve nel mio camerino il giorno in cui diventai campione del mondo».

Molti conoscono la storia della bicicletta rubata al piccolo Cassius Clay e l’incontro con il poliziotto che gli aprì le porte della palestra e della boxe. Non tutti sanno che anche per il piccolo Jake l’abitudine a dare pugni nacque come reazione ai furti. «Da bambino mia madre mi preparava un panino che ogni giorno qualcuno mi rubava – racconta Jake -. Allora mio padre mi diede un rompighiaccio. “Mettilo nei pantaloni e se occorre mostralo, vedrai che nessuno più ti disturberà”, mi disse. E infatti nessuno mi rubava più il panino. Un giorno mi accorsi di averlo dimenticato a casa e quando uno mi venne vicino per prendermi il panino pensai di sferrargli un pugno. Da quel momento i pugni sono stati meglio del rompighiaccio». A 16 anni entra in riformatorio dove ci resta un anno e mezzo. Lì ci sono sacchi da boxe e passa le giornate ad affinare la sua tecnica. Fisicamente non era particolarmente dotato. Alto 1 metro e 73 centimetri (ma era nella media dell’epoca: Laurent Dauthuille era alto 1,72; Marcel Cerdan 1,69; Tony Zale, 1,70. Robinson con i suoi 180 centimetri rappresentava già una novità). Ma probabilmente anche per questo sul ring diventava una furia.

 

 

Per quelli della mia generazione, La Motta lo si può vedere solo in vecchi filmati caricati su Youtube o in documentari sulla boxe che ancora girano nelle versioni dvd o in tv. Guardare un peso medio, a meno che non sia Hagler, non è la stessa cosa che vedere boxare un massimo o un medio massimo. E La Motta non aveva né l’eleganza di un Alì, né il gancio di Foreman ma di certo aveva dalla sua la mascella d’acciaio e una aggressività unica, qualcosa che non dava respiro agli avversari e che, poi, la si riscontrerà solo in pugili come Tyson. Insomma, un’eredità della strada o dell’infanzia difficile, che conferiva a quelli come lui una energia maggiore.

La sua storia di pugile è fatta di episodi fortunosi. Debuttò a 19 anni e il primo momento importante per la sua carriera fu il doppio confronto con Ray Sugar Robinson. Nel primo, il 22 ottobre del 1942 a New York, fu sconfitto; nel secondo, il 5 febbraio dell’anno dopo a Detroit, vinse, ai punti, dopo aver spedito Robinson – che non era mai stato battuto fino ad allora – ko all’ottava ripresa. Sugar Ray poi si rifece 21 giorni dopo nella ‘bella’ di New York, e batté ancora La Motta due volte nel 1945. Sei in tutto gli incontri tra i due, l’ultimo dei quali – quello più famoso – nel ’51.

 

 

I quattro duelli con il croato Fritzie Zivic, fra il 1943 e il 1944, sono passati alla storia come i match più scorretti della storia della boxe. Sui match di La Motta aleggiò spesso lo spettro della combine. La prima volta nel ’47 dopo il kot subito al quarto round da Bill Fox: ci fu anche un’inchiesta che lo giudicò colpevole, tanto che gli venne perfino ritirata la licenza.

«La Motta sostenne di aver rifiutato un pagamento di centomila dollari – scrive David Remnick nel suo ‘Il Re del mondo’ libro che ripercorre la vita di Alì -, aveva accettato di perdere intenzionalmente perché, nella situazione della boxe controllata dalla mafia, era l’unica opportunità per combattere per il titolo. Ed era vero. Una volta che ebbe rispettato la sua parte del patto, La Motta fu presentato con Marcel Cerdan al Briggs Stadium di Detroit e vinse l’incontro».

Il match avvenne il 16 giugno ’49 e La Motta vinse il titolo contro tutti i pronostici. Il francese giurò che si sarebbe ripreso il titolo, ma prima un rinvio per un infortunio dell’avversario italo-americano poi il tragico incidente aereo in cui perse la vita gli negarono la rivincita.

Da campione (non potendo incontrare il suo amico Rocky Graziano, infortunatosi a una mano) il primo avversario che La Motta trovò sulla sua strada il 12 luglio ’50 fu Tiberio Mitri, il triestino campione d’Europa, soprannominato “faccia d’angelo”, abile nelle schivate e veloce sulle gambe. E in un Madison Square Garden pieno come un uovo fu un match a senso unico.

Nel libro biografia su Tiberio Mitri, i giornalisti Roberto Degrassi e Severino Baf scrivono: «Nomini La Motta e Gianna Mitri, sorella di Tiberio, anzora oggi, zac, mima un gancio degno del fratello. Verrebbe da pensare che il destino si sia distratto un po’ nell’attribuirle il semplice ruolo di contabile alla Universal Film. Anche a distanza di sessant’anni il “peso farfalla” della famiglia Mitri planerebbe volentieri in un occhio, non del “Toro del Bronx” Jake La Motta ma in quello dell’arbitro Goldstein: “Ancora oggi mi chiedo perché non abbia sospeso l’incontro al Madison. Mio fratello per quanto sanguinante e col volto sfigurato, non si sarebbe arreso mai e poi mai, coraggioso e orgoglioso com’era. Spettava a quel tipo col papillon dire basta. Invece girava sadicamente intorno al ring permettendo che il pestaggio non avesse tregua”». L’arbitro, Rudy Goldstein è soprannominato “Il gioiello del ghetto” diventerà tristemente famoso anni dopo per non aver interrotto in tempo l’incontro in cui Emile Griffith massacra a morte Benny Kid Paret.

 

 

Con Mitri, dunque, davanti a poco più di 16mila spettatori del Madison (che assicurarono un incasso di circa 100 mila dollari), La Motta vinse largamente ai punti. E a caldo dichiarò: «Mitri non appartiene alla mia stessa categoria. Forse non doveva salire sul ring con me, non possedeva il talento. E poi mi è sembrato smarrito caratterialmente, deconcentrato». Uno strano destino unisce i due pugili nei mesi successivi. Anche La Motta, come Mitri, perde due figli avuti dalla seconda moglie Vicky (ne avrà altre quattro): Jack per un cancro e Joe in un incidente aereo.

La Motta collezionò 83 vittorie (di cui 30 per Ko), 19 sconfitte e 4 pareggi. Fu il primo pugile a battere Sugar Ray Robinson e lo fece nel secondo dei loro sei incontri. L’ultimo, quello del 14 febbraio 1951, fu una lotta impietosa, crudele che lasciò tracce sul fisico dell’italo americano. La Motta da allora non fu più lo stesso e chiuse con la boxe nel ’54 con una sconfitta ai punti per mano di Billy Kilgore. Appesi i guantoni al chiodo fu chiamato spesso in show televisivi e spettacoli di intrattenimento, come il suo amico fraterno Rocky Graziano. La International Boxing Hall of Fame e la World Boxing Hall of Fame lo hanno riconosciuto fra i più grandi pugili di ogni tempo. Ma è grazie al film “Toro Scatenato” che verrà ricordato, il film diretto da Martin Scorsese e magistralmente interpretato da Robert De Niro (Oscar quale migliore attore protagonista) che dipinge il personaggio del pugile newyorkese come una persona violenta e piena di problemi. «Pensavo che Jake avesse usato tutti per autopunirsi, soprattutto sul ring» dirà poi Scorsese.

 

 

La Motta, infatti, fu un uomo dal carattere impossibile, sempre destinato a far parlare di sé. Si sposò sei volte, non ebbe mai un buon rapporto con i suoi manager. Finì anche in prigione per una denuncia di violenza ad una minorenne. Una volta disse: «Sono stato fortunato perché sopra il ring non mi sono mai fatto male, e perché tante donne mi hanno voluto bene».

Come pugile non fu né il più potente, né il più tecnico, né il più veloce, né il più bello a vedersi. Ma fu sicuramente il più coraggioso. Il simbolo, lui figlio di un emigrante siciliano che dopo gli anni della Grande Depressione americana incarnava la voglia di riscatto degli italo-americani del Bronx, la spinta a farsi strada nella vita. La carriera da professionista durò 14 anni, combatté 102 volte. Una fama la sua costruita a suon di cazzotti, eccessi e sregolatezze.

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