Pubblicato il: 26 settembre 2017 alle 8:00 am

Il riscatto del “persiano” Nasser, da rifugiato politico a eclettico imprenditore palermitano La città lo ha accolto e lui ha ricambiato amore e fiducia. «Qualcuno mi ha voluto aiutare»

di Arcangela Saverino.

Palermo, 26 Settembre 2017 – Nasser Ayazpour,  “il figlio del vento di primavera” (il significato del suo cognome) è un persiano, rifugiato politico in Italia, che diciassette anni fa è arrivato a Palermo, la città che ormai considera sua.«Io sono palermitano», dice, perché la città l’ha accolto quando nel 2000 ha deciso di lasciare l’Iran, la sua famiglia e il suo lavoro di commerciante di abbigliamento per conquistare e capire il vero significato della parola libertà. Perché a Palermo, durante il suo periodo di permanenza nella missione “Speranza e Carità” di Biagio Conte, ha conosciuto Daniele, l’amico che considera un fratello. L’amico che ha tutto, al contrario di lui, e nonostante ciò decide di seguirlo nella sua missione, quella di fare bene al prossimo attraverso il volontariato. Grazie a lui Nasser ha scoperto il significato di una nuova parola, fiducia. «Mi ha accolto a casa sua senza nemmeno conoscermi, mi ha aiutato. Non solo lui, ma tutta la sua famiglia». Perché l’amicizia nasce dalle occasioni della vita, spesso dal destino, ma per diventare sentimento irrinunciabile necessita poi di emozioni condivise talmente forti da trasformarsi in un rapporto indissolubile.

La vita di Nasser è un libro di avventure a puntate. Un libro da sfogliare pagina dopo pagina, in cui scorrono i racconti della sua sofferenza, della sua felicità, del suo coraggio, della sua intraprendenza, della sua umanità. Quando lo incontro per farmi raccontare la sua storia, abbandono l’idea di tirare fuori penna e taccuino perché capisco che saranno i suoi occhi a raccontarmi la vita che ha vissuto fino a quel momento. Quella luce particolare dei suoi occhi e quel sorriso che non scompaiono nemmeno nel momento in cui ricorda di essere arrivato in Italia senza niente, di non avere avuto nulla da mangiare per giorni e di avere fatto diversi lavori per sopravvivere. Quello sguardo da cui traspare l’humanitas e la fiducia nel prossimo. Nonostante il lungo viaggio con mezzi di fortuna fino alla Turchia, da lì fino alla Puglia e, infine, in Sicilia e le conseguenze che comporta una tale avventura.

Poi la richiesta per lo status di rifugiato, il lavoro di mediatore culturale con i migranti, con i minori a rischio a Brancaccio e Ballarò, con gli anziani, con i malati dell’ex ospedale psichiatrico con i quali ha portato in scena uno spettacolo teatrale, improvvisandosi regista. «I miei genitori, mia madre soprattutto, mi hanno sempre insegnato che non bisogna mai chiedere. Quello che vuoi te lo devi sempre guadagnare. Per questo motivo non ho mai chiesto nulla ed ho sempre cercato di lavorare, anche quando dovevo fare un’ora di strada a piedi per andare a lavoro perché non avevo i soldi per i mezzi». Parla con fierezza, con dignità.

Non ha chiesto nulla nemmeno quando, arrivato in Turchia, non mangiava da quattro giorni e sentiva nell’aria l’odore di carne proveniente da una bancarella. «Lo ricordo benissimo ancora adesso quell’odore. Passavo e spassavo davanti quella bancarella», dice. Poi, quando le luci si sono spente, sopra una panchina ha trovato un panino: «Qualcuno mi ha voluto aiutare».

Nasser oggi è un commerciante, un collezionista, un imprenditore, un papà, un marito. E’ per il profondo amore e riconoscimento nei confronti della città di Palermo che ha deciso di non abbandonarla e di lottare con tutte le sue forze per realizzare qualcosa di originale che desse ricchezza e lavoro a quella che ormai è diventata la sua “patria”. E basta inoltrarsi nel cuore del centro storico per rendersi conto che è riuscito a realizzare il suo sogno. Varcando l’arco che da via Maqueda introduce alla piazzetta PP3, nel complesso edilizio realizzato nell’ex Area Quaroni, si scopre un posto magico, quasi surreale.



L’ ”illuminazione”, come lui la chiama, è arrivata durante un viaggio in Danimarca con la moglie Ester Badami, biologa palermitana conosciuta a Palermo, che chiama “la mia socia”. Da qualche tempo le cose non andavano bene ed entrambi accarezzavano l’idea di abbandonare la città e l’Italia, ma quando hanno visto i nuovi locali danesi la risposta è stata quasi scontata: “Tutti scappano, noi restiamo”.

Nasser ha messo corpo e anima nella realizzazione del suo sogno, trovando nella sua compagna di vita un appoggio fondamentale. «Lei è la parte che frena, che mi frena. Io sono il tipo che oso, che mi butto senza pensare. Abbiamo girato diversi locali e mai nessuno andava bene. Quando siamo arrivati qua Ester mi ha subito detto “Questo va bene!” ed io ho capito subito che era il posto giusto. Ho sentito un’energia speciale».



L’idea iniziale era di uno showroom di mobili di modernariato, da qui il nome di SciùRum, ma ben presto si è trasformata in un luogo di convivialità, dove si incontrano culture, storie ed esperienze diverse davanti a un buon bicchiere di vino o una squisita pietanza. Ciò che lo rende unico e speciale è l’arredamento. I segnali stradali si sono trasformati in tavolini per l’aperitivo, poltroncine di legno ricavate da vecchi cinema, poltrone da barbiere e comodi pouf anni Settanta sono diventati i testimoni di tante conversazioni, di abbracci, di baci e di risate. Sono parti di arredamento che l’eclettico persiano ha notato tra rifiuti, ha preso per riportarli a nuovo: «Perché no? Erano tra i rifiuti e li ho riportati in vita. Io ho dato loro una seconda possibilità». La stessa seconda possibilità che la vita ha regalato a lui.



All’interno, sopra una mensola, sono posizionate quattro sedie, provenienti da chiese diverse: ortodossa, cattolica, ebraica e musulmana. Per Nasser il fatto che stiano una accanto all’altro ha un significato ben preciso: «Per me non esistono differenze di religioni, per me sono tutte uguali perché il Dio è unico. Quando sono arrivato in Italia ero musulmano, ma nel periodo trascorso da Biagio Conte mi sono avvicinato alla religione cattolica. Ho pure battezzato mio figlio». Sotto c’è una credenza, vecchia di duecento anni, che mostra con orgoglioso e che ha restaurato con le sue mani. Attorno tavoli di vetro dalla cui trasparenza emergono i contorni neri del planisfero, perché: «Noi siamo tutti uguali, anche qui dentro, siamo tutti una famiglia. Dietro il bancone del bar c’è un altro rifugiato e mangiamo tutti insieme perché per me siamo tutti allo stesso livello».

Quando parla i suoi occhi si commuovono. E sono gli occhi di chi ha conosciuto il male, la sofferenza, ma non ha mai smesso di credere al bene. Quello che ha ricevuto e quello che ha donato e continua a donare come fosse la missione della sua vita. Il bene di un semplice sorriso. Il bene di una chiacchierata che riconcilia il suo interlocutore con l’umanità, la stessa umanità che trabocca dai suoi racconti.

Nasser in lingua farsi significa Vittoria.

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