Pubblicato il: 28 settembre 2017 alle 8:00 am

Da “uno a uno” a “uno a nessuno” Le riflessioni di uno psicologo sulla diversità tra rapporti e comunicazioni. «Io c’ero è stato sostituito da io mi fotografo e quindi esisto»

di Francesco Rettura.

Roma, 28 Settembre 2017 – Siamo abituati a ragionare per differenza e a comprendere e percepire sempre per differenza: il bianco dal nero, il bello dal brutto, il sano dal malato e così a proseguire. Perché il nostro inconscio è strutturato per coppie di opposti, una specie di codice binario che ordina, a cascata, l’organizzazione delle nostre categorie mentali. Detto questo, posso presentarmi per darvi ragione del problema di cui voglio occuparmi e anche del modo col quale me ne occuperò: sono uno psicologo e già per questo abituato alla semiologia complessa della nostra mente, ma sono anche uomo curioso e insaziabile verso nuovi saperi e scenari della vita individuale e collettiva degli uomini e delle donne del nostro tempo. Accade così che poi finisco per mettere becco quasi su tutto, convinto come sono che una logica sistemica riesca a guidarci correttamente anche su territori sconosciuti. Accade così che non resisto a una richiesta di una cara amica per una riflessione sulla diversità tra rapporti e comunicazioni, rispettosi dell’identità e dell’alterità delle persone con le quali comunichiamo e quella, oggi diffusissima, dei social che ci abituano a comunicare verso tutti in maniera indifferenziata e, di conseguenza, con una modalità che non ha bisogno di connotare lo skyline dell’altro.

Come mai è successo tutto questo e perché? E quali le conseguenze che possiamo immaginare per la nostra psiche? E verso quale società stiamo andando? Per rispondere a queste domande dobbiamo fare un passo indietro e riflettere su quello che viene definito come il “rapporto uno a uno” e cioè ad una situazione spazio-temporale con un perimetro preciso ed una velocità sociale lenta: si aveva il tempo di guardarsi negli occhi, di stringersi la mano, di comprendersi, di aprirsi, di stupirsi, di condividere e di raccontarsi la vita. Esisteva il tempo del desiderio, il fascino struggente dell’attesa, il valore dell’impegno per raggiungere un obiettivo, il premio orgoglioso per esserci riuscito. Esisteva il cerchio del perimetro familiare, poi il cerchio dei pari e cioè degli amici, poi quello delle persone importanti alle quali magari volevamo somigliare da grandi, subito dopo quello delle appartenenze forti in quanto erano le scelte ideologiche, e infine quello grande della società nel suo insieme. Le contaminazioni tra questi mondi finivano per essere la rete sulla quale si definiva, nel bene e nel male, la nostra vita.

Ed è andata così per molto molto tempo. Ma un giorno l’economia diventa dominante – molto di più di quanto lo era stata fino a quel momento – e cambia la velocità sociale: bisogna fare tutto più rapidamente, bisogna avere sempre più tecnologia, bisogna avere sempre più realismo, bisogna essere guidati dalla pragmatica del tutto e subito, bisogna avere più soldi, bisogna comprare di più, consumare di più, bisogna comunicarsi solo l’essenziale. Abbiamo imparato bene la lezione ed abbiamo consumato subito di tutto. Uomini, cose, natura, rapporti, saperi, sentimenti, speranze, religioni, memorie. Ora voglio ricordarvi che la caratteristica di “tutto e subito” è la connotazione dominante dell’adolescenza: allora mettiamola così e cioè che siamo eterodiretti e adolescenti, veloci ma superficiali, spreconi ed insoddisfatti.

A questo punto dobbiamo chiederci che fine ha fatto l’Altro, quello che guardavamo negli occhi e sapevamo ascoltare, quello che ci costringeva a rivelare le nostre emozioni, verso il quale sentivamo una responsabilità, verso colui che, insieme a me, formava il “noi”. L’altro ha perso la sua fisicità e si rappresenta attraverso uno schermo con un profilo che non possiamo controllare, con una comunicazione mutilata perché non contiene i linguaggi non verbali e annulla i toni che danno il colore della comunicazione verbale. È come se avessimo costruito uno specchio che ci rimanda solo le immagini che vogliamo, negando, così, la possibilità di adattarsi alle mutazioni dell’ambiente e rinforzando, invece, il principio di invarianza che quantifica la resistenza che il sistema sociale oppone verso il cambiamento. Se quanto stiamo dicendo è vero vuol dire che ci troviamo di fronte ad una pericolosa frattura fra Praxis e Poiesis: quando ci illudiamo di poter vivere una Praxis (il fare) senza passare dalla Poiesis (il pensare cosa fare per farlo bene) poniamo le basi per una dinamica identitaria che costruisce una autoreferenzialità senza etica. In altre parole facciamo cose pensando solo a noi stessi  (il presente) e mai pensando al “noi” (il domani): abbiamo edifici costruiti dai nostri progenitori romani che restano in piedi, anche con i terremoti, e ponti costruiti da noi che crollano dopo l’inaugurazione! Abbiamo fatto crescere narcisi che restano sempre di fronte allo specchio, una specie di selfie collettivo e permanente, nel quale il “conosci te stesso” è stato sostituito dal “fotografa te stesso”  e la esperienza della realtà che una volta ci faceva dire “io c’ero“ è stata sostituita da “io mi fotografo e quindi esisto”. Questo mondo virtuale fatto di immagini che possono essere cancellate un attimo dopo essere state fatte altera anche il principio di responsabilità: in una folla chiunque è capace di gridare “morte al tiranno” mentre in un rapporto “uno a uno“ non  avrebbe mai il coraggio di farlo, per cui circola una violenza ed una volgarità che mortificano qualunque concetto di comunità, alimentando una ipertrofia dell’Io riempita soltanto di aria fritta.

Non è un bel domani e non sarebbe un bel presente se ci facessimo prendere dal pessimismo e dalla rassegnazione: ci sono certamente istanze sane tra giovani e anche tra meno giovani che possono coagularsi in associazionismi sganciati dalle tradizionali forme di rappresentanza politica, dal momento che troppi conflitti di interessi condizionano i partiti. Abbiamo volato basso per molti anni, abbiamo bruciato almeno due generazioni che abbiamo lasciato senza lavoro e senza speranza, nutrendo così rassegnazione ed odio. Credo convenga a tutti riportare alla luce valori ed emozioni, solidarietà e partecipazione, condivisione ed appartenenza, orgoglio per essere cittadini di un “noi” ricco di tutta la storia della “nostra gente“ di cui siamo parte; perché sono questi i veri “rottamati” di questo tempo e per loro sono pronti i serbatoi tritacarne delle dipendenze: droghe di tutti i tipi, delinquenza, gioco d’azzardo, alcolismo.

Molti anni fa una amica da me molto stimata, prima di andarsene ad insegnare antropologia in Canada, parlando delle mie affettività mi disse: «Sei un romantico fottuto». È vero, lo ero e lo sono ancora e voglio continuare ad esserlo, ma “fottuto“ proprio no!

neifatti.it ©