Pubblicato il: 28 settembre 2017 alle 9:00 am

L’America in ginocchio La singolare protesta dei giocatori di football irrita Trump, che usa parole dure. Il Paese si chiede quanti ripeteranno il gesto domenica prossima

da New York, Loredana Speranza.

28 Settembre 2017 – L’America è in ginocchio e non è un eufemismo. Domenica scorsa si sono viste scene surreali sui campi da gioco di football, dove centinaia di giocatori si sono inginocchiati durante l’inno nazionale, e quelli che non hanno ritenuto di farlo, si sono tenuti a braccetto, per solidarietà con i propri compagni di squadra. Intere squadre sono rimaste negli spogliatoi per presentarsi sul campo da gioco solo ad inno terminato. Quella che era iniziata come una protesta in sordina di una decina di giocatori si è estesa a macchia d’olio su tutti, o quasi tutti i campi da gioco.



Una protesta sentita, questa volta contro le parole del presidente Trump, pronunciate il venerdì precedente, in Alabama. Parole che avrebbero «minacciato la libertà di espressione e di pensiero».

Venerdì scorso Trump aveva deciso di appoggiare la candidatura di Luther Strange, a senatore dello stato dell’Alabama, e durante il suo lungo discorso, dove aveva parlato a ruota libera su tutti gli argomenti, dal muro, all’obamacare, aveva indirettamente definito un giocatore di football «figlio di puttana» per essersi inginocchiato durante l’inno nazionale, e aveva inoltre suggerito che qualsiasi altro giocatore, comportandosi in quel modo, sarebbe dovuto essere licenziato, «fired».

Quel giocatore a cui Trump si era riferito è Colin Kaepernick, di padre afroamericano, quarterback (uno dei ruoli principali in una squadra di football n.d.r.) della squadra californiana, San Francisco 49ers, fino all’anno scorso. Durante la stagione 2016 ha iniziato la sua protesta contro l’escalation di brutalità, impunita, da parte della polizia contro le cosiddette minoranze etniche, afroamericani e ispanici, brutalità che molto spesso sfociavano in veri e propri omicidi. La protesta di Colin è iniziata da seduto, ma qualcuno gli avrebbe però suggerito che, per onorare almeno tutti i caduti in guerra, avrebbe dovuto inginocchiarsi, perché quando un commilitone muore ci si inginocchia sulla propria tomba per mostrargli rispetto.

Il presidente Trump ha continuato con le sue critiche su Twitter, dove ha sottolineato ancora una volta che «inginocchiarsi è inaccettabile» ed ha anche proposto di boicottare le partite di football, ma le sue parole hanno sortito un effetto contrario. Le proteste sono iniziate a Londra, nella mattinata di domenica, con la partita tra Baltimore Ravens e Jacksonville Jaguars, dove decine di giocatori di entrambe le squadre si sono inginocchiati durante l’inno nazionale americano e si sono alzati durante l’inno nazionale inglese.

Sembra che non ci saranno sanzioni per quei giocatori che si inginocchiano e quelle squadre che non si presentano sul campo da gioco durante l’inno, perché «ognuno ha libertà di esprimere il proprio disappunto», secondo i proprietari delle squadre di football.



Ma ci sono anche voci fuori dal coro, come quella del quarter back dei New Orleans Saints, Dreww Brees, che afferma: «Se sei un americano, l’inno nazionale è l’opportunità per noi tutti di restare uniti e di mostrare rispetto per il nostro Paese». Poi aggiunge: «Ci saranno sempre problemi con il nostro Paese, e noi dovremmo sempre provare a migliorare le cose, ma se protestiamo stando seduti od inginocchiati per mancare di rispetto alla bandiera degli Stati Uniti d’America o a qualsiasi altro simbolo che rappresenta la nostra nazione, non sono d’accordo».

Dello stesso avviso è anche l’ex grande pilota di Nascar, Richard Petty, che durante un’intervista ribadisce lo stesso concetto di Trump: «Chiunque non rispetti l’inno dovrebbe essere cacciato via, perché chi li ha portati dove sono? Gli Stati Uniti d’America». Ma Andy Murstein, il socio maggioritario di Richard Petty, ritiene invece che non sia necessario licenziare chi protesta, ma bisognerebbe «spiegare loro che è assolutamente sbagliato perché è un affronto verso la nostra grande nazione, perché – sottolinea – nonostante il disincanto verso il presidente e il risentimento verso alcuni poliziotti incapaci, non bisogna comunque dimenticare le cose giuste e buone del nostro Paese». Murstein poi insiste sul fatto che «la bandiera non è una bandiera per pochi – dice – rappresenta tutta l’America. E sì, ci sono problemi qui, ma non sono nulla paragonati a quelli della Nord Corea e ad altre parti del mondo».

Quello che era nato come un semplice attacco a pochi giocatori, si sta rivelando un boomerang per lo stesso presidente. Il suo braccio di ferro contro l’intera NFL, la lega nazionale di football americano, sembra al momento sfavorevole al tycoon. Si aspetta adesso con trepidazione le partite della prossima domenica e la domanda ricorrente è: «Chi si inginocchierà?».

Tyler Eifert, giocatore di football per i Cincinnati Bengals, spiega le sue ragioni per le quali non lo farà, ed una di queste ragioni è quella di «onorare le vite di quegli eroi che si sono sacrificati per il nostro Paese, come Pat Tillman, che ha rinunciato ad una milionaria carriera professionale nel football, per andare a morire per il suo paese, in Afganistan, nel 2004».

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