Pubblicato il: 29 settembre 2017 alle 9:00 am

«Ai piccoli Comuni verrà dato poco più dello stipendio di un impiegato comunale» Per Franca Biglio, presidente Anpci «è un primo passo». Ma non basta, perché la legge approvata finisce per «distruggere l’obiettivo al quale si ispira».

di Fabrizio Morlacchi.

Roma, 29 Settembre 2017 – La legge sui piccoli Comuni, approvata in via definitiva al Senato, sembra aver messo d’accordo tutti. «Una bella giornata per chi vuol bene all’Italia» esclama il primo firmatario, Ermete Realacci. «Con l’approvazione di questa legge finalmente si sancisce la specificità dei piccoli Comuni» aggiunge il presidente dell’Anci, Antonio Decaro. Poi Tg e giornali, nel pieno dell’entusiasmo collettivo, enfatizzano il varo del provvedimento arrivato al traguardo dopo 3 legislature in cui non si era arrivati sempre a un passo dall’ approvazione.

Le intenzioni del testo sono ottime: ripopolare i piccoli borghi, frenare l’abbandono dei paesi, soprattutto delle zone interne della penisola, grazie a banda larga, promozione cinematografica, trasporti, centri multifunzionali per la fornitura di servizi e così via. Poi, però, c’è la parte più importante, quella che riguarda la effettiva attuazione di tutto quello che la legge prevede: il conquibus.

Viene istituito un Fondo per lo sviluppo strutturale, economico e sociale dei piccoli comuni, con una dotazione di 10 milioni di euro per l’anno 2017, e 15 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2018 al 2023. Sarebbero 100 milioni in 7 anni da “dare” ai piccoli comuni. Visto che l’Atlante dei Piccoli comuni edizione 2012 parla di 5.683 piccoli comuni in Italia, significa che a ogni comune andrebbero 17.596 euro… In 7 anni, cioè qualcosa tipo 2mila euro all’anno. E’ uno scherzo? Abbiamo girato la domanda a Franca Biglio, presidente dell’Anpci, la Associazione Nazionale Piccoli Comuni d’Italia e sindaco di Marsaglia, comune del cuneese che conta circa 300 abitanti. «E’ una presa in giro – ha risposto Biglio -. Poco più dello stipendio lordo mensile di un impiegato comunale. Per di più erogati prioritariamente alle fusioni. Sempre lì si arriva».

Appunto… Come Anpci vi opponete da sempre a fusioni e unioni forzose di comuni. Ne fate una questione esclusivamente di identità o vi sono anche motivazioni economiche che finiscono per penalizzare le amministrazioni locali?

«Ne facciamo una questione di identità, ma anche di appartenenza, di comunità, di storia e cultura, di radici e soprattutto di efficacia, efficienza, economicità obiettivi questi che, a differenza di altri enti, i piccoli comuni, istituzioni sane e virtuose, riescono a raggiungere. Una questione di democrazia e di municipalità: il municipio è un elemento identitario indispensabile in una società come la nostra sempre più priva di punti di riferimento. Ne facciamo una questione di presidio a tutela, cura e difesa di un patrimonio enorme: storia, arte, cultura, tradizioni, ambiente, paesaggio, tipicità, specificità, che tutto il mondo ci invidia; di tutela, difesa e cura di un territorio bellissimo ma fragile che ha bisogno di essere manutenuto costantemente. Può uno Stato come il nostro fare a meno di questa miriade di sentinelle preziose? Certo che no: sarebbe un errore gravissimo portare il Paese verso la desertificazione. La mancanza di risorse però può incidere sulle decisioni, sulle scelte. Alcuni cedono di fronte agli incentivi per chi si fonde: un vergognoso ricatto».

Alla recente assemblea nazionale avete ribadito al governo centrale le vostre richieste, dalla semplificazione amministrativa alla accoglienza dei migranti su base volontaria. Risposte?

«Nessuna risposta, ma non è una novità!».

Mi dice la cosa più difficile che il sindaco di un piccolo comune deve affrontare ogni giorno?

«Dover dire ai nostri cittadini: non si può. Non si può per mancanza di autonomia, di risorse, di semplificazione, di burocrazia».

Presidente Biglio, della legge approvata sui piccoli comuni… Cosa ne pensa?

«Una legge di principio che riconosce l’importante ruolo che i piccoli comuni svolgono sul territorio nazionale, che favorisce, promuove, tutela, valorizza, contrasta lo spopolamento eccetera. Per garantire tutto questo stanzia 100 milioni, spalmati su sette anni, poco più di uno stipendio lordo mensile di un impiegato comunale per ogni piccolo comune. Però possiamo considerarlo un primo passo.

Peccato che alcuni nei non la facciano apprezzare come si dovrebbe. L’articolo 3 al comma 6 stabilisce che “per una equilibrata ripartizione delle risorse” venga data “priorità al finanziamento degli interventi proposti da comuni istituiti a seguito di fusioni o appartenenti a unioni di comuni” E per gli altri? Ma allora anche a livello di piccoli comuni ci sono dei distinguo: chi si fonde, anche in questa legge, è premiato; chi difende la propria autonomia è castigato. La linea, insomma, non cambia. E’ sempre la stessa: ridurre il numero dei comuni italiani attraverso quella formula magica che prevede per chi si fonde “un robusto sistema di incentivazione, semplificazione, premialità”.

L’articolo 13 è molto più chiaro: “per i comuni che esercitano obbligatoriamente in forma associata le funzioni fondamentali… svolgono altresì in forma associata le funzioni di programmazione…”, insomma questo amore viscerale per l’obbligatorietà di gestione associata delle funzioni, e quindi per le fusioni, resta l’obiettivo, il pensiero unico di chi proprio non riesce a rivestire il ruolo principale di rappresentante, del territorio e di chi lo abita. Una legge di sani e condivisi principi che distrugge se stessa, distrugge l’obiettivo al quale si ispira: valorizzare il territorio custodito dai suoi 5651 piccoli comuni che devono avere tutti lo stesso trattamento, la stessa riconoscenza per ciò fanno e rappresentano. Una legge che ha avuto un iter lungo e sofferto, che abbiamo tanto atteso che nega il principio per cui è nata, utilizzata per secondi fini. Questo fa male!».

neifatti.it ©