Pubblicato il: 1 ottobre 2017 alle 9:00 am

Leggiamo ‘Il malinteso’, di Albert Camus Il linguaggio come fonte di equivoci nella pièce ispirata da un fatto di cronaca

di Caterina Slovak.

Roma, 1 Ottobre 2017 – In un angolo imprecisato e tetro dell’Europa centrale, uno squallido albergo è gestito da una madre e sua figlia Marta, con l’aiuto di un Vecchio domestico – nell’opera sono chiamati dall’Autore proprio così: Madre, Marta, Vecchio domestico –  i tre gestiscono l’attività in una maniera a dir poco sorprendente: essi infatti uccidono e depredano uomini soli, ricchi e sconosciuti. Omicidio dopo omicidio, le due donne stanno accumulando il denaro utile per realizzare il sogno di ritirarsi a vivere in un altro paese. E di cliente ne arriva uno che sembra proprio fare al caso loro, uno straniero, forse, un emigrante di ritorno, chissà… In realtà, il cliente non è altri che Jan, il figlio e fratello partito oltreoceano da ragazzo in cerca di fortuna e adesso ricco, che nutre anch’egli un sogno:  rendere partecipi mamma e sorella della sua ricchezza, ma facendo loro una sorpresa. Sua intenzione è restare in incognito, aspettare che l’istinto, la voce del sangue, lo renda riconoscibile. Sarà veramente una bella sorpresa – pensa Jan – si abbracceranno e rideranno felici tutti e tre.

Sangue sarà, ma non nel senso sperato: Jan sarà l’ultima vittima delle due donne. Nessuna delle due lo riconosce, anzi, Marta che è la più fredda e distaccata, più tardi convince sua madre a compiere insieme a lei quello che potrebbe essere l’ultimo delitto prima del meritato riposo. Nella sua stanza Jan si sente angosciato, forse un presentimento, sta pensando di andare via e tornare l’indomani a svelare la propria identità quando Marta sale con una tazza di tè che contiene il sonnifero. L’uomo, non sospettando nulla, lo beve, si addormenta, e dopo poco Marta, la Madre e il Vecchio domestico lo derubano e lo gettano nell’acqua di una chiusa lì vicino, macabro luogo di oblio di tutti i clienti della locanda.

Il mattino seguente l’amara sorpresa: leggendo il passaporto, le due donne si accorgono del terribile equivoco: quello che credevano un ricco cliente straniero è – era – in realtà figlio e fratello. La madre, disperata, si getta nelle stesse acque in cui la notte prima aveva gettato suo figlio; Marta, che poi si darà la morte come sua madre, deve affrontare la moglie di Jan che è venuta a cercarlo. Quando gli avvenimenti diventano di dominio pubblico, la sola spiegazione che Marta fornisce del suo folle gesto è che si è trattato di  “un malinteso”. Un malinteso l’omicidio di un fratello, un malinteso la sua mancata felicità.

Terribile pièce di Albert Camus, premio Nobel per la letteratura nel 1957, Le Malentendu (1943), ispirato ad un fatto di cronaca del 1935, è un’opera intimista, cupa e tragica, una “tragedia moderna” (come la chiama l’autore) che si concentra sia sull’assurdità della condizione umana e l’inevitabile conseguente solitudine sia sull’unica possibilità che l’uomo ha di fronte all’assurdo: affidarsi alla più semplice sincerità della parola: «Con uno stesso sforzo, la verità vince sulla menzogna».

Quello che fa la differenza, nelle vicende dei personaggi della tragedia, sta proprio nel non dire: «C’est moi, voici mon nom», frase che da sola avrebbe evitato il tragico “malentendu”. Niente di più vero e riscontrabile: cosa che capita spesso nella vita di tutti i giorni, con risvolti magari meno tragici, ma riflette comunque, sempre, le carenze ed i limiti del linguaggio e della comunicazione. Molto spesso gli esiti delle nostre esistenze sono affidati proprio alle parole che non abbiamo detto, sia quando non abbiamo avuto il coraggio di farlo sia quando abbiamo scelto coscientemente di non farlo.

Una curiosità: nel più celebre romanzo breve Lo straniero, Camus fa trovare al protagonista, rinchiuso in un carcere algerino, sotto il materasso, un pezzo di giornale che riporta la strana notizia, che sarà poi oggetto della pièce.

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