Pubblicato il: 4 ottobre 2017 alle 8:00 am

Cosa resta di sinistra al Partito Democratico? Riflessioni (amare) di una ex militante piddina siciliana alla vigilia delle elezioni regionali

di Arcangela Saverino.

Palermo, 4 Ottobre 2017 – Sono stata fino all’anno scorso una militante, dirigente e vice segretaria di uno dei circoli del PD di un comune palermitano. Quando Matteo Renzi per la prima volta si è candidato alle primarie, sfidando Pierluigi Bersani e diventando il Segretario del partito, ho preso la decisione di uscirne.

Non volevo più militare in un partito che vedevo sempre più dominato da logiche e politiche conservatrici e di stampo neo liberista. Non volevo più assistere alla mutazione genetica di un partito che ha smesso di essere progressista, che ha abbandonato qualsiasi idea di rottura, manifestandosi in una codardia che non può avere radici nella storia della sinistra democratica che del coraggio, di riformare e di cambiare, come di esporsi e combattere, ha fatto il suo credo. Un partito senza nessuna capacità di prospettiva e alcuna volontà di buttare il cuore oltre l’ostacolo.

Con quanta sofferenza ho vissuto questo strappo doloroso ma inevitabile! Anche adesso che ritorno indietro con la mente, avverto nuovamente angoscia. Ma non sono la sola. Certo, non servirà a rendere meno fitto il mio dispiacere, però questa compagnia mi aiuta a inquadrare meglio la questione. A osservare e a confrontarmi, cosa che avrebbero dovuto fare, da tempo, i vertici del partito, invece sempre più distanti, distaccati, ciechi e sordi.

Non sono la sola, dicevo. C’è un pezzo di società che non si sente rappresentato, nei confronti del quale è necessario un atto di responsabilità di tutta la sinistra. Chi ha militato per molto tempo all’interno di un partito, chi ha creduto fortemente nei valori e negli ideali promossi da un movimento politico, conosce la delusione che si prova nel raggiungere una siffatta consapevolezza. Non voglio entrare nel merito delle scelte di governo, troppe e lunghe sarebbero le critiche da muovere, basti pensare alla recente perdita sul campo dello ius soli.

E certe valutazioni diventano ancora più negative se dal PD nazionale spostiamo l’attenzione sul PD in Sicilia, cosa inevitabile visto che il prossimo 5 novembre i siciliani saranno chiamati ad eleggere in nuovo Presidente della Regione e i nuovi onorevoli che siederanno tra gli scranni dell’Assemblea Regionale. Un PD che, in questa isola già difficile di suo, deve fare i conti con un’amministrazione disastrosa dell’attuale (e, per fortuna, ancora per poco) presidente Crocetta.

Un Partito Democratico in continua emorragia. Ecco cosa resta dell’organizzazione siciliana. E’ di questi giorni la notizia che quaranta Giovani democratici della provincia di Catania hanno deciso di non rinnovare la tessere dell’organizzazione e di uscire dal partito, stanchi ormai del clima che vi si respira all’interno. Solo dirigenti non lungimiranti possono non rendersi conto che il peso delle correnti e delle segreterie politiche soffocano il dibattito interno e rendono il partito un contenitore vuoto lontano dai bisogni e dalle esigenze delle persone.

Sono giovani cresciuti con gli ideali della sinistra che non si sentono più rappresentati da un partito che manifesta una deriva sempre più a destra. Perché, quando il Partito democratico decide di allearsi con un uomo come Alfano e con ex azzurri ed ex cuffariani (chi dimentica u Zu Vasa Vasa?), per un accordo che tradisce una pura ansia di potere, anche l’uomo di sinistra di più buona volontà fa un passo indietro. Più che di coerenza, il gesto di questi giovani dovrebbe essere interpretato come gesto di speranza. La speranza di trovare un’alternativa progressista. La speranza di fare Politica, quella con la lettera P maiuscola, che abbia la volontà e il desiderio di costruire un Paese nuovo con nuovi orizzonti e nuovi visioni. Utopia? Forse. Ma esiste una sinistra, è tangibile e vale la pena provarci perché il rischio che si corre, come salta agli occhi nell’attuale scenario politico, è l’avanzare dei populismi e degli estremismi.

Giovani che hanno deciso di abbandonare il Pd ed il suo candidato Micari per abbracciare il progetto di Claudio Fava, figlio di Giuseppe, il giornalista ucciso dalla mafia nel 1984, “sponsorizzato” da Mdp e Sinistra Italiana. La stessa decisione a Palermo è stata presa da uno storico dirigente del partito, Pino Apprendi, anche lui adesso tra le fila dell'”esercito” dei “Cento Passi”, la lista del candidato governatore dei bersaniani.

E’ possibile che i vertici, i dirigenti non si accorgano che ormai il PD è un partito chiuso, dove si decide senza discutere? E’ possibile che non si possa più chiamare l’altro “compagno di partito” a causa delle diverse correnti che implodono la competizione elettorale, piuttosto che proporsi come alternativa seria e credibile agli schieramenti opposti? Sì, è possibile. Ed è possibile, purtroppo, che non si capisca che è necessario tornare ad essere un partito di onestà e trasparenza, lontano da ogni forma di personalismo, soprattutto del suo Segretario. Così come è tristemente possibile che un discorso di 35 anni fa, come quello di Enrico Berlinguer ai giovani, sia più attuale, moderno e riformatore di qualsiasi intervento scritto e orale degli attuali dirigenti del Pd. Nessuno che ci stia indicando la giusta via da percorrere per costruire la casa comune del popolo della sinistra. Nessuno che oggi dica a noi, come Berlinguer faceva con i “suoi” giovani, di «proseguire nello sforzo già in atto per sviluppare tutti quei movimenti che si fondino sulle contraddizioni aperte, indichino soluzioni possibili, suggeriscano risultati concreti lungo una via di trasformazione e contribuiscano nel tempo stesso a migliorare e arricchire noi stessi nel nostro rapporto con gli altri». Non uno del Pd che riproponga a noi, orfani di un leader come lui ma non orfani della sua lezione, la centralità della questione morale.

In Sicilia, è prevedibile che il Pd subirà un forte calo di consensi, quanto meno i consensi di “sinistra”. L’elettore democratico, che ha tutte le intenzioni di “dare una lezione” all’arroganza di questo modo di fare politica (o trasformismo?), probabilmente esprimerà il proprio dissenso non votando più Pd.  E’ vero che la netta separazione con le reali esigenze della popolazione pone in uno stato di crisi tutti i partiti politici, ma tale crisi coinvolge a livello emotivo il partito democratico che da sempre ha insito in sé il bisogno di cambiamento. Oggi, invece, è ridotto ad un eufemismo svuotato di contenuti simbolici, ideali e programmatici. Da giovane siciliana, appassionata idealista e fermamente convinta della necessità di credere che qualcosa di buono esista, vivo queste settimane di vigilia elettorale con un malessere interiore. E leggendo e rileggendo i discorsi di Berlinguer.

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