Pubblicato il: 8 ottobre 2017 alle 9:30 am

Il pericolo che viene dal mare I migranti che sbarcano sulle nostre coste non causano solo preoccupazioni per una difficile convivenza, ma si temono malattie che abbiamo dimenticato. Può essere utile ricordare gli italiani di Ellis Island?

di Andrea Vismara.

Roma, 1 Ottobre 2017 – Di questi tempi, il messaggio che passa tra l’opinione pubblica è quello di una “pericolosità sanitaria” dell’immigrato, in particolare di chi sbarca, un “untore” da cui difenderci. In realtà, pur essendo il problema sanitario solo la punta dell’iceberg dell’accoglienza, è indubbio che si debba tutelare la salute in senso globale. Ebola, scabbia, Hiv, Tbc, malaria sembravano appartenere ai racconti dei missionari o degli esploratori in Paesi lontani, e invece appaiono improvvisamente tragicamente “importate”, risvegliando l’intolleranza dei più.

Tuttavia, anche i civilissimi europei hanno dovuto subire la carica del pregiudizio, quando non del razzismo, e molto peggio, quando, in diversi momenti, lasciano la loro terra e partono per l’America.

Partono soprattutto giovani uomini, anche dall’Italia meridionale, per un viaggio epico e doloroso. Nel Sud Italia, qualche decennio dopo l’unità, la forza lavoro è inoperosa, la piccola proprietà è in crisi, come le fabbriche: i macchinari, infatti, vengono trasferiti al nord, futura patria delle industrie. E la terra, già devastata dalle guerre con circa un milione di morti, da cataclismi naturali (il terremoto del 1908 con lo tsunami nello Stretto di Messina uccise più di 100mila persone nella sola città di Messina) non dà altra alternativa che l’emigrazione di massa. L’America è simbolo di opportunità, di speranza. Gli Stati Uniti, dal 1880 all’avvio del loro sviluppo capitalistico, hanno aperto le porte all’immigrazione; le navi portano merci in Europa e ritornano cariche di emigranti, che viaggiano, a costi convenienti, in terza classe. In quegli anni sono 14 milioni gli Italiani che emigrano. Circa il settanta per cento è meridionale.

Quando già si vede la costa americana, quando il viaggio che sembrava interminabile è al termine, arriva la sosta inaspettata, l’arrivo a Ellis Island, fino al 1954 “porta d’ingresso per l’America” (gli altri passeggeri, quelli della prima e seconda classe, sono visitati sommariamente sulla nave). L’inferno. Qui i controlli medici e amministrativi sono durissimi. In una babele di lingue e diletti, le domande sono semplici: nome e cognome, paternità, età, lavoro, persona da contattare negli stati Uniti, (spesso uno zio, un cugino), l’indicazione di “alfabeta” o “analfabeta”.

Ma la visita medica è un trauma. Gli immigrati sono ispezionati minuziosamente, per evitare di introdurre contagi e disabilità. Riscontrata una malattia, i medici scrivono col gesso sugli abiti degli immigrati: “P” (malattia polmonare), “X” (insanità mentale), “CT” (Tracoma). Usano strumenti non sterilizzati, gli stessi per tutti. I “segnati” restano in quarantena a Ellis Island anche per anni per poi essere rimpatriati.

In quegli anni negli stati Uniti gli scienziati credono che il ritardo mentale si erediti come il colore degli occhi o dei capelli, e chiunque non superi un test “d’intelligenza” è rimosso da ogni incarico in società. Gli immigrati, che oltretutto non capiscono l’inglese (molti sono analfabeti), come chiunque non superi il test già a Ellis Island, vengono sterilizzati, evitando la contaminazione del sangue americano. Molti vengono trattati anche con l’elettroshock, viene praticata facilmente la lobotomia, e tutta una serie di sperimentazioni inumane che anticipano l’eugenetica nazista.

Le giovani donne sole non possono inoltre entrare negli Usa, perché sospettate di essere prostitute.

I meridionali negli Usa accettano lavori umili, faticosi, spesso pericolosi e sottopagati, i lavori “che nessuno vuole fare” e sono anche considerati manodopera di serie B. C’è un libro illuminante che lo racconta e che andrebbe letto nelle scuole. «Su due navi a caso arrivate negli Usa nel 1910, gli immigrati analfabeti sbarcati dall’italiana Madonna erano il 71%, quelli russi scesi dalla Lithuania il 49%: 22 punti in meno. Quanto ai lavoratori specializzati, i nostri erano 7 su 100, i russi 40. E lasciamo stare il confronto con gli inglesi o i tedeschi: l’inferiorità era per noi umiliante» (tratto da ‘L’orda’ di Gian Antonio Stella).

Ma ora sono lì, il sogno americano è iniziato, giornate interminabili a costruire strade ferrate, grattacieli, al lavoro nei porti e nelle miniere, sotto sole o neve, ma vivi. Questa intima soddisfazione di avercela fatta in qualche modo, questa sorta di rivincita personale, oggi non la comprendiamo più.

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