Pubblicato il: 9 ottobre 2017 alle 1:30 pm

«Scrivo per portare l’attenzione sul dramma siriano» Intervista allo scrittore Shady Hamadi, autore del libro ‘Esilio dalla Siria’, testimonianza sulla tragedia che sconvolge il suo popolo tra l’indifferenza del mondo occidentale

di Arcangela Saverino.

Palermo, 9 Ottobre 2017 – Si è appena concluso a Palermo il Festival delle Letterature Migranti, che ha animato la città dal 4 all’8 ottobre con incontri, proiezioni, concerti. L’evento, organizzato dall’omonima associazione, è nato dall’esigenza di restituire alla città palermitana il suo ruolo, centrale nel Mediterraneo, nell’integrazione, nella cultura, nell’accoglienza e, non ultimo, nella tutela dei diritti umani. Per quattro giorni il capoluogo siciliano ha ospitato il festival letterario dedicato alla multiculturalità e all’approfondimento del fenomeno della migrazione attraverso lo studio della cultura letteraria mediterranea tra presentazioni di libri, letture, mostre, proiezioni cinematografiche, performance teatrali e musicali.

Una parte degli incontri ha visto protagonista la letteratura araba e la narrativa siriana contemporanea, con lo scopo di porre l’attenzione dell’opinione pubblica sulla Siria e sul dramma di una guerra che, ancora oggi, miete tantissime vittime in quella parte di mondo “dimenticata da Dio”. E in questo scopo, un ruolo fondamentale è svolto da scrittori come Shady Hamadi, un italiano con sangue siriano (madre italiana e cattolica, padre siriano e musulmano), blogger de ‘Il Fatto Quotidiano’, a cui viene impedito di entrare in Siria, prima per l’esilio del padre siriano, oggi per la sua opposizione al regime di Assad. Attivista per i diritti umani, Shady è una tra le principali figure di riferimento dell’opposizione in Italia, che lotta contro l’indifferenza del mondo occidentale alla guerra e al dramma siriano. Un’opposizione che passa attraverso la letteratura e attraverso i libri perché crede fortemente alla forza delle parole.

Il suo recente libro ‘Esilio dalla Siria. Una lotta contro l’indifferenza‘ (Add Editore, giugno 2016) è il racconto in prima persona di una tragedia che lo tocca negli affetti, nella memoria, nelle radici e che coinvolge e sconvolge l’intero popolo della Siria, «orfano di compassione e solidarietà». E’ il grido di dolore di un uomo che vive sulla propria pelle le contraddizioni tra mondo arabo e mondo occidentale e che tenta di colmare l’abisso che li separa. Esilio dalla Siria non è altro che un mezzo per combattere l’indifferenza e il sospetto verso l’Islam, una religione che viene messa sotto accusa, senza alcuna distinzione dal fondamentalismo islamico violento e sanguinario che è solo una sua degenerazione.

«Conosco la sofferenza dell’esilio, perché ci sono nato». Hamady sa perfettamente che solo la forza delle parole può far conoscere il fondamento e le origini dell’odio dei siriani, che si riversa all’interno tra le varie fazioni (sunniti, sciiti, alawiti) e all’esterno contro i Paesi che appoggiano il regime dittatoriale di Assad. Le sue parole sono un appello composto e disperato, un manifesto contro l’indifferenza dei Paesi Occidentali che hanno fatto da spettatori e complici della morte di un popolo insorto per chiedere la libertà e il rispetto diritti umani.
Il libro è adatto anche a chi conosce poco la storia della Siria e delle origini della sanguinaria guerra che la sconvolge, a partire dal vento della rivoluzione araba che, nel 2011, ha soffiato sulla Siria e sul suo popolo, colpevole di avere reclamato democrazia, fino alla violenta e sanguinosa repressione da parte del regime di Assad, perpetrata all’interno di carceri segrete e sconosciute al mondo internazionale, per finire con la nascita del movimento terrorista Daesh.

L’autore affida alle pagine del suo libro i pensieri e i sentimenti che lo costringono ad assistere impotente la fine di un popolo, il suo popolo.
«Scrivere un libro è un palliativo, qualcosa che mi aiuta a sentirmi meno debole e impotente di fronte alla sofferenza», scrive nella prima pagina. «A ogni punto messo al termine di una frase, mi sono chiesto se ne valesse la pena; se qualcuno avrebbe trovato riparo nelle mie parole. La risposta è no. Ma scrivere è una delle più alte forme di libertà che abbiamo. Scrivere vuol dire dare voce agli oppressi e ai dimenticati: i bambini, i giovani, le donne e gli uomini di un popolo – il mio popolo – orfano della compassione e della solidarietà. Con queste parole, ancora una volta, voglio portare l’attenzione sul dramma siriano».

Noi di neifatti.it lo abbiamo raggiunto per porgli alcune domande.

Su un tuo articolo scritto recentemente sulla rivista Left parli dell’importanza che la figura di Gramsci riveste nelle università tunisine e sul peso che assume e può assumere all’interno della sinistra araba. Quali altri valori o personaggi della sinistra occidentale possono essere presi come punti di riferimento? La sinistra occidentale, soprattutto quella italiana che è in crisi, ha qualcosa da imparare dalla nuova sinistra araba?

«Parto da quest’ultimo punto. Secondo me, la sinistra occidentale ha molto da imparare da quella araba perché qui manca l’internazionalismo, cioè il vedere altrove, il vedere la complessità. In Italia o in Europa, non c’è stata una sinistra che si sia impegnata, per esempio, a favore della causa araba. Dall’altra parte, invece, c’è una sinistra nel mondo arabo che guarda con curiosità all’Occidente e al dibattito culturale che impegna gli intellettuali. Secondo me, manca proprio questa curiosità. Manca anche un impegno e un carisma da parte dei giovani europei di sinistra che, invece, nel mondo arabo è presente. Dal mio punto di vista, dovrebbero parlarsi. Per quanto riguarda le altre figure che hanno influenzato la sinistra araba, oltre Gramsci, io credo che tutti i maggiori scrittori che hanno avuto un peso nella sinistra qui in Europa hanno avuto un influsso anche nel mondo arabo: Jean Paul Sartre, Michel Foucault, Albert Camus hanno avuto un significato profondo. Sembra strano, ma anni e anni fa in Siria si leggeva anche Togliatti».

E Berlinguer?

«Anche Berlinguer è conosciuto. Io ho un amico del Partito Comunista Siriano dissidente che mi dice “A noi manca una figura come Berlinguer”, come manca oggi in Italia».

Nel tuo libro Esilio dalla Siria scrivi “La mia storia personale racchiude in sé Europa e mondo arabo, cristianesimo e islam. Non ha senso per me, figlio di un siriano musulmano e di una italiana cristiana, rivendicare una sola identità, anche se c’è stato un tempo in cui credevo fosse necessario scegliere da che parte stare”. Il tuo essere europeo e siriano quanto può rappresentare un problema e quanto, invece, una ricchezza? E, soprattutto, come fai a spiegare agli altri questa identità?

«Io penso che sia assolutamente una ricchezza. Per spiegarlo agli altri adopero la letteratura che rappresenta il miglior modo per arrivare ad un punto d’incontro. Cerco di partire sempre dai punti in comune. Per esempio, adesso siamo in Sicilia: nella fisionomia dei siciliani, nei loro cognomi, nei nomi delle loro città ci sono le origini arabe e questo sta a significare che, in qualche modo, la Sicilia e il mondo arabo si sono integrati. Io preferisco sempre trovare nella storia quelli che sono stati i punti di contatto».

Cosa pensi degli accordi recenti tra l’Italia e la Libia per fermare il flusso dei migranti?

«Credo che sia una vergogna il fatto di appaltare le nostre politiche a delle milizie che arrestano i migranti e li mettono in centri di detenzione disumani. Stiamo semplicemente nascondendo il problema sotto il tappeto, ma non lo affrontiamo».

Come pensi vada affrontato allora?

«Sono altre le risposte. Stabilizzazione della Libia, creare una politica estera che abbia dei risvolti nei Paesi di origine. Se noi finanziamo le dittature, come in Siria, e intratteniamo rapporti con i dittatori, ci dobbiamo aspettare che questa gente scappi. Allora è il caso di cambiare il nostro approccio nel portare avanti la politica estera, ma non verrà mai fatto».

Shady Hamadi ci insegna che, per comprendere le origini di una guerra che fa e continua a fare migliaia e migliaia di morti, per conoscere le fondamenta di un odio che annichilisce un’intera popolazione bisogna non voltare la faccia dall’altro lato e fare finta di non vedere. Perché questa guerra riguarda tutti noi che, con la nostra indifferenza e il nostro disinteressamento, permettiamo che milioni di siriani diventino esiliati. Perché un mondo che si definisce moderno, culla dei più alti valori umani, non può continuare a ignorare il dramma che vive la Siria.
La conoscenza è il primo passo per smuovere un mondo. E la conoscenza, per scrollare le coscienze dall’oblio, ha bisogno della forza delle parole e della letteratura.

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