Pubblicato il: 9 ottobre 2017 alle 12:00 pm

«Siamo nell’epoca del nanismo della politica» Intervista di neifatti.it a Fausto Bertinotti, presidente della Fondazione 'Cercare Ancora', ex Presidente della Camera ed ex leader di Rifondazione Comunista

di Marzio Di Mezza.

Roma, 9 Ottobre 2017 – «Una politica talmente rattrappita da essere priva di senso». Non si sottrae, Fausto Bertinotti. Acuto osservatore qual è trova e crea spazi sconfinati nel dibattito attuale sulla sinistra e sulle sinistre in Italia e in Europa. Il suo pensiero fila tagliente e coerente, come quando disse: «L’idea che comunque bisogna governare per me è un disvalore». Predilige visioni più ampie fatte di analisi e proposte, come nella missione della Fondazione ‘Cercare Ancora’ che presiede: «Conoscere quello che è successo è il primo atto del nostro cercare. Il secondo, molto più ambizioso, è proporre nuove strade da percorrere». Vola alto, ma quando è chiamato a dire la sua, anche sul Paese, lo fa senza filtri. Come sempre.

Presidente Bertinotti, Pisapia qualche giorno fa ha detto che il suo obiettivo è l’Ulivo… E’ un albero ancora vivo secondo lei?

«L’ultima cosa che credo sia utile fare per una persona con la mia storia e la mia esperienza, sia quella di intervenire nel dibattito corrente che mi pare non abbia niente da dire. Credo che bisognerebbe partire da una analisi critica degli ultimi 20 anni. Il centrosinistra è stato il carnefice della sinistra. Nato come idea di essere forza politica europea più adeguata a governare processi come la globalizzazione in corso, ha preso lucciole per lanterne, finendo per essere una sorta di rivincita delle classi abbienti sulle classi popolari ha preso atto della chiusura di un ciclo e si è candidata a governare alla restaurazione».

Lei ha detto: il governo di grande coalizione in Germania perde per una crisi sociale drammatica e impoverimento delle popolazioni lavorative… E’ in crisi tutta la sinistra in Europa?

«E’ in crisi tutta la sinistra ufficiale. Dovremmo dire: tutte le formazioni politiche che costituiscono il centrosinistra, che sono Spd in Germania, il Partito Laburista in Gran Bretagna, il Psoe in Spagna, il Partito Socialista in Portogallo, tutta la sinistra in Italia. Formazioni che crollano perché ritenute responsabili della grande controriforma degli ultimi 25 anni, spiazzate dagli spostamenti del conflitto caratterizzato dallo scontro tra basso e alto della società, con le forze populiste che animano la nuova scena politica. Le politiche economiche e sociali delle formazioni di sinistra che sono diventate di centrosinistra sono state politiche che hanno accompagnato la crescita della disuguaglianza».

Ha anche detto: oggi la sinistra è una nebulosa che per convenzione chiamiamo sinistra…

«Sul terreno istituzionale non esiste più. Tranne che per le manifestazioni di nascita di una nuova sinistra. Nebuloso è quello che esiste nella società per dire di un arcipelago di forze che vivono nelle culture della sinistra. Lotta alla disuguaglianza, politica dell’incontro tra culture e civiltà diverse, rivendicazione dei diritti della persona: queste sono le realtà di cui oggi parlerebbe una sinistra che è tutta da reinventare, che non vive più nelle istituzioni anche perché le istituzioni a loro volta hanno subito una controriforma».

Dall’esperienza di Rifondazione Comunista, dall’Ulivo, a oggi il Paese è cambiato… Ma è cambiato anche il modo di fare politica?

«Naturalmente. Con un lunghissimo processo a cui contribuiscono molte cose, anche i sistemi elettorali. L’avvento del maggioritario, la centralità attribuita alla governabilità rispetto alla rappresentanza, la personalizzazione politica, le nuove forme di comunicazione di massa deprivata del controllo sociale, i parlamenti svuotati di ogni potere e sostituiti dalla centralità del governo a sua volta cooptato in un sistema di governi sovranazionali senza legittimazione democratica».

Alcuni temi propri della sinistra sembrano essere spariti. Perché?

«I temi non sono spariti affatto, come si vede dall’insorgere di vari fenomeni. Il primo è determinato da tutte le forme di autorganizzazione, di comunità e di relazioni, verso la costruzione di nuova economia e insieme a questa di riforme che testimoniano un processo di resistenza e innovazione. Il secondo è la rivolta politica con il voto. Che si manifesta attraverso l’astensione specie dei ceti popolari; che utilizza ogni forma di democrazia diretta per condannare classi dirigenti e governo, dalla risposta ai referendum in Italia sulla Costituzione alla rivendicazione catalana. Terzo fenomeno è la nascita di una nuova sinistra radicale esterna al centro sinistra e contraria, che ha preso corpo in molti Paesi sulla base di movimenti di massa, come la lunga lotta in Grecia, la lotta degli Indignados in Spagna, ma anche altre esperienze interessanti come quelle francesi attorno al successo di Melenchon e anche la nascita di fenomeni totalmente inediti come quello che ha visto protagonista Corbyn in Gran Bretagna. Ecco, personaggi come Corbyn in Gran Bretagna, Tsipras in Grecia, Sanders negli Usa, Iglesias in Spagna o Melenchon in Francia, sono arrivati sulla scena rompendo con il passato».

La questione morale è stata dimenticata. Ma c’è una questione anche culturale nel Paese?

«In realtà non è stata dimenticata è stata distorta. Anzi, siamo continuamente invasi e pervasi da denunce, da processi corruzione a cui lavora giustamente la magistratura. Solo che anche qua, secondo me, si vede il dito e non la luna. Si bada a questi processi di degenerazione del rapporto tra politica ed economia ma non si vede che questi processi sono essi stessi il prodotto di due elementi. Il primo è una economia che genera diseguaglianza, sistematicamente; il secondo è il nanismo della politica. Una politica talmente rattrappita da essere priva di senso, di significato in quanto cooptata nella gestione del potere del governo, quindi senza dimensione etica.

Ernesto Rossi quando qualcuno parlando di una terza persona gli diceva “è una persona onesta” rispondeva “ci mancherebbe altro”. Il problema è che l’eticità si guadagna se la politica si dà una meta alta, si propone una meta del mondo nuovo. Come è avvenuto nella costituzione della formazione repubblicana. Altrimenti…».

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