Pubblicato il: 14 ottobre 2017 alle 9:00 am

Analisi dell’«italiese», la lingua becera adottata dagli italiani Da killeraggio a città blindate, da megastore a main sponsor: c’è tutto nel disinvolto campionario di linguaggi usa e getta che attentano al decoro dell'idioma nazionale

di Giuseppe Picciano.

14 Ottobre 2017 – Alla fine di luglio 2007 Alessandrina Lonardo in Mastella, leggiadra presidente del Consiglio regionale della Campania, squarciò la cappa sonnacchiosa che gravava sull’ultima seduta prebalneare dell’assemblea con un fulminante neologismo. Invitata a sospendere i lavori per la pausa pranzo, dopo il lungo intervento del governatore Antonio Bassolino, si scusò rispondendo di getto: «Mi sono distratta, non è stato possibile “taimare” il presidente». Attimi di smarrimento tra i consiglieri: «Che avrà voluto dire?». Non che importasse molto, ma qualcuno rimise in circolazione i neuroni per approfondire il concetto. I profondi di spirito rievocarono l’antica disciplina marziale cinese del Tai, che migliora la respirazione diaframmatica. Altri pensarono, nei dieci secondi di indagine che ne seguirono, al «time out» della pallacanestro, cioè all’interruzione momentanea della partita. Infine convennero che «taimare» poteva corrispondere, con buona approssimazione, a fissare un limite temporale ai discorsi in aula. Peccato che sul verbale non ci sia traccia di «taimare» ma è consuetudine che tra la registrazione e la trascrizione possano essere apportate delle piccole modifiche purché non stravolgano il senso del dibattito. In verità, non c’è menzione nemmeno del conciliabolo tra il presidente e il consigliere che l’aveva esortata a interrompere la seduta. Ma tant’è.

Cresciuta negli Stati Uniti, l’amabile signora Lonardo conosce l’inglese. Evidentemente si sarà fatta sorprendere dalle sue reminiscenze linguistiche oppure avrà voluto dare un tono chic alla sua risposta. Fatto sta che nemmeno lei è riuscita a sfuggire alla tentazione di pescare dall’inesauribile cilindro del politichese.

Non dico niente, ma lo faccio benissimo. Anche sul piano linguistico, dunque, tra paese reale e paese istituzionale c’è una distanza incolmabile. Politici, burocrati, sindacalisti, analisti finanziari, pubblicitari, mass media gareggiano gagliardamente nel comunicare in maniera astrusa e incomprensibile purché le esternazioni appaiano le più autorevoli possibili. Parafrasando Raul Cremona nei panni del simpatico «Silvano, il mago di Milano» si può tranquillamente sostenere che i protagonisti della scena pubblica «non dicono niente, ma lo fanno benissimo». Tra questi, i politici sono gli impareggiabili interpreti del più criptico dei linguaggi, enigmatico e autoreferenziale. Retaggio della gloriosa tradizione delle convergenze parallele la retorica contemporanea si è aperta alla globalizzazione facendosi gioiosamente contaminare, avverte Lucio D’Arcangelo (2005), dal morbus anglicus.

«Nel gergo della politica — conferma Massimo Birattari (2002) – alcune parole inglesi hanno un duplice vantaggio: da un lato sono parole di moda, e i politici amano ripetere parole che diventano formule fisse o bandiere o slogan; dall’altro, per il fatto di essere straniere hanno quella vaga fumosità che sembra necessaria per distinguere il linguaggio della politica da quello ordinario, delle cose di tutti i giorni. Sono, insomma, parole per darsi un tono».

Da anni anche la ruspante Lega Nord ha scoperto il fascino del messaggio «trendy», incardinando la madre di tutte le questioni patriottiche, quella federalista, sul concetto di «devolution», ovvero il trasferimento di poteri amministrativi e legislativi dallo Stato alle Regioni. La fortuna di «devolution» si deve al leader «celodurista» Umberto Bossi, che cercava di spiegarne la sostanza rifacendosi al modello di delega amministrativa adottato dal governo britannico per la Scozia e il Galles. D’accordo, ma perché non usare semplicemente devoluzione, decentramento, autonomia? Troppo faticoso per i poliglotti delle valli bergamasche. Un altro leghista di spicco, Roberto Maroni, appena insediato al ministero del Lavoro, ne cambiò la denominazione trasformandola in ministero del Welfare, acquisendo dall’inglese la definizione di welfare state (benessere sociale). Per un momento si è rischiato il panico perché qualcuno ha creduto che un’istituzione della Repubblica Italiana si chiamasse veramente così. In realtà era una specie di soprannome. Con un po’ di buon senso in Via Veneto corsero ai ripari: nella pagina iniziale del sito fu inserita la dicitura: «Ministero del lavoro e delle politiche sociali». Welfare.gov.it fu chiuso, sostituito dal meno ambizioso «lavoro.gov.it».

Il «ticket» politico invece porta il marchio di una certa sinistra innamorata del sistema anglosassone. A metà degli anni novanta si è parlato per la prima volta del ticket Prodi-Veltroni, presidente del Consiglio e vice in pectore, in vista della campagna elettorale del 1996. Nel frattempo nessuno si peritò di spiegare alla casalinga di Voghera o al fornaio di Bitonto che per ticket s’intendeva coppia o tandem. Molti crederono che i partiti dell’Ulivo avessero deciso di dispensare buoni pasto ai loro dipendenti. Una vera svolta assistenziale. A ben pensarci, in tutti questi anni non ci siamo mai accorti che fuoriclasse del calibro di Totò e Peppino o di Stanlio e Ollio formassero in realtà dei «ticket» cinematografici. Ma da solo, «ticket» è un concetto monco. È ovvio che appena sarà stata individuata la coppia che guiderà l’alleanza, bisognerà lavorare per battere il «competitor» avversario, attraverso una «road map» che convinca gli elettori e recuperi gli indecisi. Magari elaborata con il contributo di una «task force» specializzata e di un «think tank» di politologi.

Gli Azzeccagarbugli dell’inglese. Quando il progressista-riformista-kennediano Veltroni scelse per il congresso dei Ds del 2000 lo slogan «I Care», ci fu il giubilo di tante mamme: «Che bravo questo Veltroni, ha capito che anche la carie dei bambini è un problema sociale». E intanto i parlamentari amano disquisire in aula sui provvedimenti di governo, e magari anche della carie dei bambini, durante il «question time», perché dibattito, traduzione efficace e immediata, non fa presa. L’ex ministro della Pubblica Istruzione, il compianto Tullio De Mauro, provò senza successo ad abolirlo in favore di un più comune «botta e risposta» ritenendo l’espressione «question time» una bizzarria dei politici, «i quali usano l’inglese come il latino dell’Azzeccagarbugli».

Subito dopo le primarie del Partito Democratico che incoronarono il progressista-riformista-kennediano Walter Veltroni segretario nazionale, «lo staff del leader — racconta con una punta di ironia il Corriere della Sera — ha accelerato le ricerche della nuova sede. E ha trovato un ambiente loft, molto smart». Ma, al di là dell’importanza cruciale dell’architettura d’interni sui destini del Paese, nello stesso giorno Marco Follini pose una solenne questione politica: «Veltroni si sarà pure democristianizzato un po’, ma i dc non possono affidargli in “outsourcing” il patrimonio di idee…».

Il morbus anglicus ha pure infettato alcuni consigli regionali dove può accadere che la padronanza dell’italiano non rientri tra le prerogative di tutti gli autorevoli inquilini. Fu così che in un «question time» il leader dell’opposizione rimproverò il presidente della giunta per gli sprechi dovuti alla pubblicazione di una rivista istituzionale «prodotta, signor presidente, con carta platinata». I giornalisti presenti in aula rimarcarono beffardi: «Costa davvero, ‘sto giornale». E tutti pensarono che avesse ragione da vendere, il consigliere. Un periodico, ancorché istituzionale, non poteva essere stampato su decine di preziosi fogli di platino. Uno spreco. Uno schiaffo alla miseria e ai contribuenti. Ma intanto che la vicenda si fosse chiarita, poteva ritornare utile sottoscrivere un abbonamento.

Certo, ci sono momenti edificanti per la democrazia in cui i poli rifuggono dall’inciucio e stipulano invece un accordo «bipartisan», ignorando che nella traduzione anglosassone «bipartisan» allude al sistema bipartitico. Poiché quello italiano non è un sistema bipartitico, pur di adottare «bipartisan» gli è stato riconosciuto un significato più esteso: bipolare. Durante un’accesa campagna elettorale per le amministrative, in un dibattito televisivo, il candidato sindaco di un comune del Napoletano si augurava, in caso di vittoria, «la convergenza “bipartizan” del consiglio comunale per risolvere i mali storici della città». Lo statista in questione, che ha poi vinto, è stato un calciatore dilettante e forse in gioventù avrà simpatizzato non per il Napoli, ma, insospettabilmente, per il Partizan di Belgrado.

I falsi amici dell’italiano. Le grandi questioni nazionali se non si risolvono nelle aule parlamentari si affrontano sulle piazze. I partiti di opposizione, i sindacati, le associazioni di categoria, gli studenti, i precari, i disoccupati vogliono stigmatizzare l’operato del governo? Niente paura, si ritroveranno al «D-day», il giorno santificato a qualcosa che potrà riguardare le tasse, i contratti di lavoro, i trasporti, l’orgoglio omosessuale, la centralità della famiglia, l’orario notturno delle discoteche, purché sull’etichetta della manifestazione campeggi la parolina magica. E se ci scappa un girotondo, tanto meglio. L’ultima creazione della serie, in ordine cronologico, fu di Francesco Saverio Caruso parlamentare no-global, ideologo degli espropri proletari nei supermercati, che qualcuno malignamente associò al reato di furto. Vatti a fidare del prossimo che vorresti aiutare.

Novello Robin Hood di Montecitorio, lanciò il «Precarity Day», vale dire l’assalto alle agenzie di lavoro interinale, simbolo, secondo lui, del precariato. Il tutto si risolse, per fortuna, pacificamente: l’agenzia presa di mira era chiusa. Più o meno nello stesso periodo, Alleanza nazionale organizzava il «Protesta Day», i partiti massimalisti il «Sinistra Day», Beppe Grillo il «Vaffa… Day», mentre oggi prepara il «Restitution Day» per rimborsare il ministero del Tesoro della parte ritenuta eccedente dell’indennità dei parlamentari grillini.

Gli innamorati dell’ibrido non si curano nemmeno dei rischi che comporta l’acquisizione nel linguaggio comune di quelli che gli esperti definiscono «falsi amici», parole di due lingue diverse che si assomigliano ma sono lontane nel significato. Un nostro ministro dell’lnterno alle prese con le minacce del terrorismo, rassicurò gli italiani garantendo che «l’opera di intelligence dei servizi è finalizzata alla protezione di centinaia di obiettivi sensibili». Domanda. Ma finora le attività dei servizi erano demenziali? Non sarebbe meno impegnativo parlare di controspionaggio? Quanto al concetto di sensibile vale per tutti il commento di Stefano Bartezzaghi su Repubblica? «Sensibili? Si tratta di bersagli che se la prendono se vengono colpiti?».

Recensendo proprio uno degli ultimi saggi dell’enigmista e scrittore milanese, «Non se ne può più» (2010), Giorgio De Rienzo per il Corriere della Sera osserva: «I tormentoni linguistici dei nostri giorni sono diventati un virus ubiquitario ed epidemico a cui si affida la speranza di rinnovare moduli espressivi che invece risultano sempre più frusti. Sono diventati “tic” espressivi transitori che svelano la boria e insieme la pochezza del nostro linguaggio contemporaneo. E’ il caso tipico – continua De Rienzo – del “piuttosto che” lombardo usato al posto di “o” che può creare anche fraintendimenti gravi di comunicazione. E’ il caso del “a trecentosessanta gradi”, un tormentone che intende esprimere una totalità non limitata di orizzonti e che si riduce, nei fatti, a una banale piroetta. Oppure del più recente dilagare di “quant’altro” che è un “eccetera” con il vestito della domenica. C’è un qualcosa di deteriore in questi “tic” d’accatto: il tentativo scriteriato di inventarsi un linguaggio di figura che finisce per far fare brutta figura a chi lo usa o peggio ne abusa. Lo sconsolato Stefano Bartezzaghi osserva che nessuno riesce a fare a meno di dire la “stragrande maggioranza”. Le maggioranze semplici, relative, assolute non esistono – conclude De Rienzo – o stragrandi o niente. Davvero non se ne può più».

1 – continua –

(da Italiano, istruzione per l’abuso 2008/2016 – Esa Editore)

neifatti.it ©