Pubblicato il: 19 ottobre 2017 alle 11:03 am

Analisi dell’italiese, la lingua becera adottata dagli italiani Nei meandri del politichese e del burocratese: tutta la magia dell’«aulico» definire «ciò che non è»

di Giuseppe Picciano.

Già nel 1984 Cesare Marchi sottolineava che i politici si erano dati un gran da fare «inventando i poli, il bipolarismo, la quantizzazione delle tariffe, la mappatura dei rischi, i bacini di utenza, l’ottica programmatoria, le emergenze prioritarie, il ventaglio d’iniziative, il mosaico d’interventi, la pausa di riflessione, la fase di ripensamento, la presa di coscienza». A questi concetti si possono aggiungere altre astrusità contemporanee come ribaltone, correntone, cerchiobottismo, celodurismo, quota parte, cessione di sovranità e molte altre cadute fortunatamente in disuso.

Purtroppo in questo andazzo i mass media non sono indenni da colpe. Anziché selezionare le amenità di un linguaggio futile e roboante, giornali e televisioni le acquisiscono acriticamente, le legittimano e le divulgano, amplificandole, all’opinione pubblica. Un po’ per la pigrizia di qualche giornalista, un po’ per la cronica mancanza di tempo che attanaglia le redazioni, un po’ perché le pagine sono spesso condizionate da una grafica rigida, ecco che l’Italiano Parallelo evocato da Beppe Severgnini assurge a linguaggio ufficiale.

Per leggere i titoli di un quotidiano occorre avere la necessaria preparazione su numerosi campi dello scibile umano. Non si può prescindere da una conoscenza elementare della geometria per interpretare il confronto tra aree, le istanze di base, gli incontri al vertice, il raggio d’azione, la sfera d’influenza, la tavola rotonda, le riunioni bi-trilateriali, la chiusura del cerchio, il teorema dell’opposizione. Il Mattino dell’11 ottobre 2007 ha così titolato l’autodifesa di un dirigente della Regione finito sotto accusa per abuso d’ufficio: «Io finito al centro di centri concentrici».

Tuttavia non si possono ignorare nozioni di medicina (terapia d’urto, collasso dell’economia, emorragia di voti); di attività venatoria (falchi, colombe, salto della quaglia); di calcio (scendere in campo, invasione di campo; cambio di casacca); di strategia militare (affondare l’avversario, colpire l’obiettivo, marciare verso la meta, raffica di provvedimenti); persino di panificazione (rimpasto, lievitazione dei prezzi).

Come spalmare il tesoretto? Poi ci sono quelle paroline che nascono con la camicia. Pronunciate quasi per caso o per scherzo diventano espressioni di grande successo perché colpiscono per la loro felice immediatezza, circolano per mesi attraverso giornali e sono prese in prestito anche dalla gente comune per riferirsi a casi analoghi. Accantonata, grazie a Dio, la definizione di furbetti del quartierino emersa da un’intercettazione telefonica del 22 luglio 2005 all’immobiliarista romano Stefano Ricucci e ricalcata per mesi per commentare scandali e speculazioni finanziarie in serie, ci tocca resistere ancora un po’ per celebrare l’estinzione di tesoretto. Tecnicamente, secondo il sobrio ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa, è «un extragettito, cioè una variazione minima rispetto al totale delle entrate dello Stato e riguarda il 2007». Insomma è avanzato un bel gruzzoletto dai soldi dalle tasse pagate dagli italiani e il ministro ha pensato che fosse familiare definirlo tesoretto.

Il governo distribuirà ai contribuenti, nei modi e nei tempi stabiliti, il tesoretto, ma nel frattempo i mass media folgorati dal vezzeggiativo lo hanno intinto in tutte le salse. Il presidente di un club calcistico, incredulo per l’apparizione di un neologismo tanto efficace, ha dichiarato: «Con il tesoretto delle cessioni proveremo a rinforzare l’attacco».

Intanto c’è da capire come il governo spalmerà il gruzzolo per restituirlo agli italiani. Ecco che riaffiora un vecchio tormento. Nel 2004 non c’era alcuna possibilità di far passare il concetto di distribuire, rateizzare, ripartire se non attraverso il verbo spalmare. «Sino a qualche giorno fa — scrisse il compianto Riccardo Pazzaglia sul Mattino — voleva dire ungersi il corpo con il palmo della mano oppure stendere il burro su una fetta di pane. Oggi da tutti i mezzi di comunicazione viene usato con il significato di cancellare, di regalare alle sciagurate società di calcio i miliardi fino ad ora hanno potuto impunemente evadere». Poiché il termine è entrato prepotentemente nel gergo amministrativo in presenza di conti in rosso, enti pubblici e aziende ne hanno fatto incetta: spalmare (come una dolcissima crema) il rientro dal debito in quattro anni; spalmare al più presto gli aumenti previsti dall’accordo con il personale scolastico; spalmare su altre voci il mancato introito dovuto alla ricarica telefonica. È proprio vero, che debito sarebbe senza Nutella?

Tutta la magia del burocratese. Un pericoloso virus si aggira negli uffici pubblici e nei palazzi del potere. È un subdolo agente patogeno che si insinua nei processi cognitivi di illuminati dirigenti e di zelanti impiegati trasformando il loro linguaggio, naturalmente chiaro, conciso e predisposto alla comunicazione, in un coacervo sintattico di difficile interpretazione. Una volta insediatosi nella corteccia cerebrale, promana i suoi effetti esiziali sull’elaborazione di un periodo o di una semplice parola.

Il virus si chiama burocratese, le persone affette da tale morbo burocrati. E le conseguenze sulla lingua italiana sono devastanti. Se un burocrate pensa ai dipendenti dirà risorse umane, se ipotizza una privatizzazione pronuncerà esternalizzazione. Purtroppo non può farne a meno; il virus, che offusca la mente e banalizza il linguaggio, è più forte di lui.

«Il burocratese — dichiarò nel 2002 il presidente onorario dell’Accademia della Crusca Giovanni Nencioni all’Ansa — è un linguaggio sclerotizzato, misterioso e astruso. Negli ultimi cinquant’anni si è configurato come l’unica scappatoia intravista da tanti funzionari della pubblica amministrazione e del sistema giudiziario, costretti in bassi livelli di istruzione e di conseguenza incapaci di superare per altra via il tetto del proprio repertorio lessicale».

Affermazioni che fanno riflettere ma qualcuno dirà che non tutti i mali vengono per nuocere. Il burocratese riesce infatti a nobilitare tante categorie professionali. In alcuni casi le ha persino riscattate da decenni di subalternità lessicale. Prendete lo spazzino, fa sempre lo stesso mestiere, ma prima è diventato netturbino, poi ha raccolto addirittura l’eredità ideologica dei «figli dei fiori», trasformandosi in un romantico operatore ecologico. Rimanendo in tema, prendiamo gli inceneritori: evocano fiamme e orribili altiforni, ma spruzzati da un po’ di burocratese acquisiscono il rango di termovalorizzatori. Conferiscono così valore e pregio alla spazzatura che continuano a bruciare.

A scuola, dove le schede di valutazione assomigliano ai messaggi in codice diffusi da Radio Londra durante la Seconda guerra mondiale («l’alunno non riesce ad estrinsecare le sue caratteristiche peculiari nell’ambito di un gruppo-classe che egli ritiene ostile»), il bidello ha subito una doppia mutazione. Classificato in un primo momento per ciò che non faceva, il «non docente», è stato poi promosso collaboratore scolastico. Lo stipendio? Sempre quello, ma vuoi metter la magia della qualifica? Idem per il postino: chiamato per decenni familiarmente fattorino, ha ottenuto i gradi di operatore d’esercizio. Ogni volta, infatti, che si sviluppa una riforma delle professioni, il burocratese prende sempre il sopravvento sulle capacità intellettive del legislatore. E così negli anni, il vigile urbano è diventato poliziotto municipale; il facchino portabagagli, il secondino agente di custodia, il contadino operatore agricolo, l’infermiere paramedico, i disoccupati forza lavoro disponibile, i calciatori di una squadra materiale umano, gli inabili handicappati e, in seguito, diversamente abili. Un dubbio: se i ciechi sono diventati non vedenti e i sordi non udenti perché i muti sono rimasti … muti? Potrebbero scatenare una vertenza chiedendo di essere equamente definiti «non parlanti».

Tra le pieghe del burocratese traspare anche una certa visione classista della società. Un impiegato va al lavoro mentre il ministro vi si reca; l’operaio muore mentre il commendatore si spegne; la popolana si dispera mentre la nobildonna è affranta; lo studente pensa mentre il professore riflette; un tifoso inveisce mentre il presidente critica. Il virus ha pervaso anche le aule giudiziarie nelle quali, tra la requisitoria e l’arringa, i testimoni e gli imputati sono escussi. A monte c’è stata sicuramente «una brillante operazione delle forze dell’ordine che, dopo incessanti e proficue indagini, hanno assicurato alla giustizia i latitanti, associandoli alle carceri più vicine: il Regina Coeli Exclusive Club».

E via dicendo, un tipo sospetto non è osservato dagli investigatori è attenzionato. Al bravo automobilista che segnalò un incidente sull’autostrada, il centralinista della polizia rispose: «Grazie signore, ma ci hanno già notiziato». Nel reparto neonatale di un ospedale napoletano apparve un avviso: «Si ricorda che i bambini sono visibili tutti i giorni dalle 16,00 alle 18,00». Dopodiché, è il caso di aggiungere, la fata Turchina sotto le mentite spoglie del primario li farà sparire.

Purtroppo il burocrate è un portatore sano del virus. Se dovesse incrociare un sindacalista, il contagio sarebbe immediato. Questi, dopo anni di onorata carriera a difendere i diritti dei lavoratori, comincerebbe ad esprimersi in puro sindacalese, una lingua appartenente al ceppo del burocratese, che dà concretezza di forma ma non di sostanza. Pur cercando la chiarezza espositiva, il sindacalista finirà per discettare di argomenti strani quali la piattaforma rivendicativa, il contratto decentrato, le progressioni orizzontali e verticali, la conferenza dei servizi, la concertazione. Tuttavia è sempre disponibile ad affrontare «un sereno e leale confronto affinché si addivenga ad una stretta finale tracciando un quadro di riferimento». Il guaio è che chi lo ascolta giura di capirlo.

Può anche succedere, del tutto casualmente, che il sindacalista vada a cena con un ufficiale dell’Aeronautica. È la fine. «Caro colonnello? Come si preannuncia la situazione climatica nei prossimi giorni?». E l’altro, per dire che si prevedono pioggia e un freddo boia: «A partire da giovedì, e per cinque giorni, la nostra penisola sarà gradualmente interessata da una forte irruzione di aria fredda di origine subpolare, che determinerà un’ondata di marcata instabilità atmosferica con fenomeni temporaleschi talvolta forti e accompagnati da violenti colpi di vento. Il minimo depressionario freddo che dal nord scenderà al centro e poi al sud, sarà accompagnato da venti molto forti».

Soddisfatto, il sindacalista torna a casa. E il giorno dopo ai giornalisti che gli chiedono di commentare l’accordo con il Governo sul welfare, dice: «Il cielo si è rasserenato. Ma se piove, apriremo l’ombrello».

2 – continua –

(da Italiano, istruzione per l’abuso 2008/2016 – Esa Editore)

Analisi dell’italiese, prima parte

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