Pubblicato il: 22 ottobre 2017 alle 11:00 am

Analisi dell’italiese, la lingua becera adottata dagli italiani. Terza parte Ci si mette anche la moda a travolgere l’idioma di Dante: è il trionfo di winter, summer, stores e kids. Ma restituiteci almeno i bambini

di Giuseppe Picciano.

Un allarme corre per città e campagne. I bambini, tutti i bambini d’Italia, sarebbero una specie in via d’estinzione. Il loro numero si riduce sensibilmente e il fenomeno sembra inarrestabile. È riapparso Erode sulla terra per chiudere i conti col passato? Sono tornati in azione gli orchi per vendicarsi degli infami favolisti? Circola un morbo intelligente che colpisce solo i più piccoli? Niente di tutto ciò. Gli investigatori hanno appurato che la progressiva scomparsa dei bambini si deve all’opera della setta segreta dei pubblicitari. Essi rapiscono i ragazzini e in laboratorio li trasformano in inquietanti umanoidi, i «kids»: un po’ indossatori, un po’ robot. Sempre più numerosi, i mini alieni hanno preso possesso dei negozi di abbigliamento, dei centri commerciali, delle mercerie, delle rivendite di giocattoli. Ovunque campeggiano manifesti e fotografie di questi campioncini della manipolazione genetica che presentano fattezze splendide, proprio come il più bello dei bimbi. Sono perfetti e indossano di tutto. E anche a Napoli, dove «e figlie so’ piezze ‘e core», «’e kids» stanno sostituendo tra la preoccupazione generale «’e ccriature».

C’erano una volta i negozi. L’opera malefica dei pubblicitari non si ferma qui. I «kids» rappresenteranno l’avanguardia di una rivoluzione culturale. Gli adolescenti saranno trasformati in «boys» e «girls» per riaffermare lo «young power» nell’abbigliamento. Col tempo uomini e donne prenderanno le sembianze di «men» e «women». I ricercatori della setta hanno in serbo un progetto per spingersi oltre: il nonno e la nonna, bellamente agghindati, diventeranno «grandfather» e «grandmother». Per tutti loro, gli stilisti concepiranno esclusivi capi di abbigliamento per le «winter» o «summer» «collection» in linea con i gusti del «target». Dove si troveranno tutti questi bei capi d’abbigliamento? Naturalmente negli «stores», che hanno soppiantato gli inadeguati e improponibili negozi o i modesti punti-vendita.

Ironia a parte, la battaglia è perduta. La moda italiana, più si impone a livello mondiale più parla inglese. Oggi è universalmente conosciuta come «italian fashion», settore d’eccellenza del più noto, trito e ritrito, made in Italy. Non c’è passerella, da Milano a Parigi, da Londra a New York, che non abbia bisogno di una «location adeguata»; non c’è collezione che non proponga capi «vintage» per i più raffinati e modelli «customizzati» per chi non sia ancora in preda all’anoressia. Già, perché la «mission» delle case produttrici è quella di affermarsi sui mercati mondiali attraverso una comunicazione essenziale a base di poche, efficaci, pillole d’inglese. Le quali, mescolate al gergo quotidiano, danno vita a un interessante linguaggio «aziendalese». Come si promuove un «brand» sui mercati internazionali? Semplice, il piano d’azione prevede di «monitorare» i mercati, «approcciare» i problemi che emergono, creare articoli che abbiano un «valore aggiunto» di creatività, scegliere un’area commerciale che presenti una «valenza strategica» e conquistare una bella «fetta di mercato». Quindi aprire una rete di «stores».

L’effetto emulazione è una valanga. «Molti usano le parole inglesi — ragiona il linguista Alfonso Leone – per dimostrare di conoscere (e poco importa se approssimativamente) l’inglese; le usano per snobismo, per darsi arie, per apparire rispetto agli altri miseri mortali che non le conoscono, colti e raffinati. Né manca chi le usa per pigrizia, per evitare di cercare il termine italiano corrispondente».

Frullato para-linguistico. Succede così che un giornalaio passi disinvoltamente dall’inglese a un improbabile francese avvertendo la «gentile clientela che i “tichet” del bus sono finiti», che il salumiere dirimpettaio risponda con un orgoglioso «minimarchet» e che, dal canto suo, la merciaia venda le «tetisher» e non più le «t-shirt». Ma non mancano insegne luminose che segnalano una «correderia», una «detersiveria», una «griglieria», una «jeanseria», una «yogurteria»: tutte, immancabilmente, in rima baciata con idiozia. Un’imprenditrice battezzò il suo centro benessere «Sun&belli», mentre una discoteca all’aperto del lungomare domiziano promette un indimenticabile «big event». Programma: ore 9, «open beach park»; ore 16 «start aperitif»; ore 21 «music live». E inoltre «sun, relax and pool». Il titolare di un locale alla moda crede di aver raggiunto vette altissime di originalità presentando, orgoglioso, il proprio «ristoloungebar». E invece è solo un’ignobile accozzaglia di parole. Anche un noto gruppo immobiliare fa la sua parte. Ogni agenzia sparsa sul territorio nazionale, dalla Milano mitteleuropea all’anonima cittadina di provincia, avverte che si sta per entrare in una «property solution franchising agency».

Massimo Gramellini sottolineò il paradosso su la Stampa: «Persino nei paesini — scrive – gli autolavaggi si chiamano car wash, Halloween ha umiliato il Carnevale e al supermercato l’italianissima salsa rubra, cui gli americani si ispirarono per il ketchup, viene esposta con la dicitura «il ketchup italiano». Curiosamente, ma forse non troppo, l’ostilità crescente per la politica degli Stati Uniti si accompagna a un’adesione supina al loro modello esistenziale; spesso all’interno della stessa persona, che va in piazza a bestemmiare Bush, ma con le Nike ai piedi e un hamburger unto (di ketchup) tra le gengive».

Il sito web «centopercentoitaliano.it» riportò la bellezza di duemila parole inglesi entrate nell’uso comune che potrebbero essere agevolmente tradotte in italiano. Ma l’appello rimase lettera morta. Mentre un lettore di Repubblica si lamentò perché «i diversi telegiornali, omologati anche nel linguaggio, non si stancano di far entrare nelle nostre case, con inflessibile e impietosa quotidianità, un italiano sempre più immiserito, scolorito e banalizzato», i dentisti italiani, non quelli di Boston o di Londra, attestarono la loro riconosciuta professionalità aderendo all’Oral Cancer Day, manifestazione patrocinata, manco a dirlo, dal Ministero della Salute.

Mentre oggi gli istituti superiore di design preparano gli studenti al «graphic design», al «fashion design», all’«interior design» e al «product design» un quotidiano è costretto (?) per ragioni di spazio a titolare: «Tra i vincoli della legge privacy e gli sconfinamenti nello spamming, tra possibilità di outsourcing e liste fai da te, ecco come si muove l’e-mail marketing per le pmi».

Pure le testate giornalistiche, dalle quali ci aspetteremmo un uso impeccabile e pedagogico della lingua italiana, contribuiscono a seminare sconcerto. Alcuni esempi pescati a caso. Il Mattino del 5 aprile 2013 annuncia l’inizio delle regate di Coppa America: «Il match race Hs Racing-China Team apre le World Series»; «Affari e Finanza», inserto settimanale di Repubblica del 1° luglio 2013, dedica un articolo alle imprese start up: «M31 punta su smart watch e smart glasses». Un sito web, da par suo, spara: «Italia al top per boom di giovani need».

Il linguaggio dell’incomunicabilità ha pervaso tutti. Un piccolo risparmiatore, titolare di un conto corrente con «quattro pidocchi sopra» (testuale), uscì quasi sconvolto dalla sua banca dopo un colloquio con la consulente. La signorina, brava, gentile e fascinosa, gli aveva proposto di «switchare» il suo danaro su un «bilanciato-azionario» o un «bilanciato-bilanciato». Poiché la bella impiegata aveva dimenticato di parlare come mangia, il tizio se ne andò spaventato. Temendo per i suoi soldini, salutò con un frettoloso «Ve lo farò sapere».

La silk sensation. Quando sono le donne destinatarie del messaggio la fantasia dei pubblicitari sfugge a qualsiasi freno inibitorio. Avere cura del proprio corpo o lavare il pavimento non è più come una volta. Dimenticate, donne in carriera stressate, insegnanti frustrate, casalinghe disperate, i vecchi metodi. Da oggi non vi lavate e basta: vi igienizzate. Voi non lo sapete, ma rappresentate la catena terminale di una ricerca di laboratorio che mira a valorizzare la vostra inestimabile pelle attraverso lo sfruttamento di frutta, verdura, frumento mandati al macero dai produttori. Se volete l’epidermide effetto catarifrangente usate la «skin» docciaschiuma luccicante; se avete particolare esigenze, provate il sapone cremoso «body care» alla «green apple» oppure il sapone liquido tonificante «wild musk». E per le ascelle? Ecco dunque un talco deodorante «original fresh», no alcol, no gas. Per i capelli è disponibile un «hair styling gel», all’essenza di frutta; per gli occhi sensibili è disponibile un soluzione polivalente hi-tech, nemmeno arrivasse dalla Nasa. Se infine avete deciso di provarci con vostro marito ecco la prodigiosa crema setificante «silk sensation».

Il massimo l’ha raggiunto un prodotto per pavimenti il quale, recita l’etichetta, rappresenta un moderno strumento per l’«aromy therapy». Una volta steso sulle superfici, il ritrovato sprigiona il suo profumo, a base di violette e di lilla, creando un’atmosfera così rilassante che persino la massaia più depressa del mondo derogherà dall’insano proposito di strozzare figli e marito.

Un capitolo a parte meritano le Poste Italiane (e si sottolinea italiane). Da quando l’ex azienda di Stato ha imboccato la strada della privatizzazione, si è aperta alla concorrenza e al mercato globale promuovendo servizi innovativi, tra i quali anche quelli bancari. Dovendo ricorrere a nuove e suggestive formule di informazione, gli ineffabili dirigenti delle Poste hanno scoperto l’italenglish, diventandone in poco tempo i vettori ufficiali. Il compianto linguista Giorgio Bronzetti descrisse sul suo sito «allarmelingua.it» il processo di trasformazione subito dall’azienda: «Se alle Poste devono eseguire dei lavori affiggono il cartello “Realizzazione nuovi layout” usando un termine non comune, sconosciuto ai più, che significa “distribuzione delle superfici modello” e che ormai a sentire i postali sta per “nuovo ufficio”, imbastardendo in tal modo non solo l’italiano ma anche l’inglese. Se poi si entra in un ufficio postale ti saltano agli occhi le scritte Business, per indicare il settore per clienti privilegiati; Postepay per le carte di credito; Posteshop per acquisti secondo un ricco catalogo in cui troviamo con “Was it das” invece di vasistas (lo sportello a ribalta di certe finestre e cassette per le lettere) un altro incredibile attentato linguistico; Postedays che indica, come si è appreso, un periodo in cui gli impiegati cercano di fare marketing spingendo i clienti allo shopping postale.

Deriva linguistica o mentale? Ma non finisce qua l’espropriazione della lingua italiana da parte di alcuni illuminati dirigenti postali. Con l’ordine di servizio n. 34/06 Prot. 51/2006 con oggetto “Struttura organizzativa” infatti Poste Italiane ha provveduto, al fine “di favorire la diffusione di una cultura organizzativa orientata all’adozione di terminologie universalmente condivise nei contesti di business e garantire una piena intelligibilità del modello organizzativo a tutti gli stakeholders di riferimento, a ridefinire la denominazione delle funzioni organizzative aziendali e ad attribuire i seguenti job title (sembra una barzelletta!) e le connesse responsabilità. Segue l’elenco delle funzioni con a fianco i vari job title: Vice President, Executive Vice President e Senior Vice President: Strategic Planning, Chief Financial Office & Operational Planning, Human Resources Organization, Chief Information Office, Internai Auditing, Legal Affairs, Corporate Affairs, Communication & Advertising, Security & Safety, Purchasing, Business Unit BancoPosta. Business Unit Mail, Business Unit Express and Parcels, Business Unit Philately, Chief Network and Sales Office, Chief Operating Office. Il job title di chi ha disposto l’ordine di servizio (volgarmente noto come amministratore delegato) è naturalmente il Chief Executive Officer. L’inglese è una bella lingua, ma perché usarla fuori luogo e per inquinare l’italiano?».

Un’analoga riflessione l’ha fatta Aldo Grasso sul Magazine del Corsera in occasione del conferimento della laurea honoris causa a Mike Buongiorno da parte dello Iulm, «l’università — scrive – che si è resa protagonista di una curiosa campagna pubblicitaria. L’ateneo milanese, infatti, promette “un’offerta didattica esemplare e innovativa”. Ecco alcuni esempi: Heritage Promoter, Esperto di Fundraising, Brand Manager, Web Content Manager, Ethical Hacker (ethical hacker?), Freenet Director, Retail Manager, International Key account, Corporate Social Responsability Manager, Destination Manager e così via manageriando. La pubblicità di assicura che “allo Iulm tutto ciò è ben chiaro”. Beati loro».

Lo Iulm è il solo istituto universitario all’avanguardia? No. Già da alcuni anni l’università napoletana «Federico II» ha lanciato una linea di prodotti con il marchio «Naples University FII», alla maniera dei college americani. Solo che da noi i college non ci sono e le università italiane, dalle quali ci aspetterebbe la valorizzazione della lingua madre, sono concettualmente qualcosa di diverso dalle consorelle statunitensi. Proprio uno studente anglosassone avrebbe difficoltà ad apprendere il significato della sigla «FII» ignorando magari la storia di Federico II. Purtroppo si stanno moltiplicando gli atenei che attivano corsi di studio in lingua inglese in ragione di un supposto processo di internazionalizzazione, a partire dal Politecnico di Milano finito al centro di una furiosa polemica con tanto di ricorsi e controricorsi al Tribunale amministrativo.

3 – continua –

(da Italiano, istruzione per l’abuso 2008/2016 – Esa Editore)

Analisi dell’italiese, seconda parte.

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