Pubblicato il: 22 ottobre 2017 alle 7:30 am

Gentil sesso? Solo un artificio linguistico: le civiltà antiche mettevano al centro la donna Dal matriarcato alle sacerdotesse si è sempre esaltato il culto della femminilità, poi oscurantismo e materialismo ne hanno causato la subalternità sociale

di Giosuè Battaglia.

Roma, 22 Ottobre 2017 – Diversi studi condotti sul genere maschile e femminile hanno portato a diverse conclusioni, su quanto riguarda l’aspetto dell’uomo e della donna. La donna è da sempre stata definita “gentil sesso”, che contempla per lo più i caratteri somatici del corpo, diverso da quello maschile, più muscoloso e dotato di maggiore forza fisica.

Su questo appellativo della donna si sono costruite diverse teorie sempre in questa scia di pensiero e che per sbocco hanno portato alla “rivoluzione femminista”, con la quale poi si sono combattute diverse lotte di genere per la rivendicazione di diverse posizioni, come la parità di genere che in effetti ha sortito poco, al di là di certe conquiste giuridiche. A ben vedere, però, queste conquiste sono state dettate e volute da un progresso commerciale, iniziato con la globalizzazione e che ha mirato a invadere altri campi dell’umano, non per niente la commercializzazione attuale sta interessando, già da qualche decennio, il mondo dei bambini che rappresenta un mondo dove “piazzare” prodotti del mondo virtuale.

Al di là di ogni considerazione del genere femminile, la donna ha avuto da sempre una forza interna che ha sovrastato ogni tipo di forza mascolina. Basta dare uno scorcio alla storia passata, dove la figura femminile si trova in diverse epoche e con posizioni diverse nella società. Così, nell’epoca Arcaica esisteva il “matriarcato”, che era potentissimo, così nella società Micenea, la donna era tenuta in grande considerazione, pur se sottoposta al marito, provvedeva alla famiglia, controllava il lavoro delle schiave, provvedeva all’educazione dei figli nei primi anni di vita. Poteva uscire in piena libertà, senza marito, ma sempre accompagnata da un’ancella.

Nell’area del Mediterraneo si era consolidato il culto di una divinità femminile, madre e generatrice, la cui immagine torna nelle raffigurazioni minoiche (2700-1750 a.C.) con a fianco due animali rampanti o su una sacra imbarcazione: una dea sia sulla terra sia sul mare, una signora onnipotente, simbolo della forza generatrice femminile. Ma la dominanza femminile nella religione non comporta necessariamente il potere femminile anche nella società, infatti, questo può significare al più che le donne godevano di una posizione sociale elevata.

Nella religione Minoica le donne svolgevano la funzione socialmente privilegiata di sacerdotesse. Gli affreschi e l’iconografia mostrano che esse partecipavano agli spettacoli e alla caccia. Nei palazzi, la parte destinata alle donne non era segregata, ma, al contrario, era in diretto contatto con le altre parti della casa-fortezza; segno evidente quindi, di una libertà femminile, ma una certa dignità e nel complesso un elevata posizione sociale delle donne. Diverse iconografi documentano una larga partecipazione femminile alla vita pubblica, i resti architettonici sembrano segnalare che le zone dei palazzi destinati alle donne erano più separate dal resto del complesso edilizio. Le tavolette documentano l’esistenza di lavoratrici salariate.

Tutte queste simbologie stanno a indicare che il genere femminile ha avuto sempre un ruolo importante nel tempo e la donna è rappresentante di un modo di vita che propende alla pacificazione, ai sentimenti, alla cura, tutte cose che gli sono state affidate dalla natura, quella stessa che la vede procreatrice del genere umano, e alla quale gli è stato affidato il compito nell’assicurare le generazioni.

Quindi, la forza della donna è quella voluta dalla natura stessa e non riconducibile a una posizione di soccombenza solo per un fine commerciale.

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