Pubblicato il: 22 ottobre 2017 alle 10:00 am

Se la democrazia deteriorata non basta piu’, l’antidoto sono i diritti contro il governo della folla Il presupposto e' quello di tornare alla politica per distinguere le istituzioni da chi le rappresenta. E magari allontanare la convinzione che l’impegno politico sia il piu' corrotto degli scopi dell’uomo…

di Giovanni Negri.

Roma, 22 Ottobre 2017 – Governo del popolo, questa è la definizione che noi diamo alla parola democrazia. Ma la forma di governo democratica, che trova la sua espressione nella maggioranza dei voti esercitati dai cittadini, non è un’egida dietro cui nascondere ogni incapacità governativa, men che meno una bandiera che legittima qualunque scelta o, addirittura, una scusa per camuffare la crudeltà. La storia ci insegna che il popolo era dalla parte di Erdogan nonostante le purghe di Stato, come scelse Barabba nel processo a Cristo. Insomma, essere l’espressione della maggioranza di popolazione non vuol dire che si ha sempre ragione. Questo perché la parola democrazia può avere diversi sinonimi e, talvolta, anche nascondere profondi vuoti di pensiero, come scrisse Andrej Platanov: «Da noi si decide ogni cosa a maggioranza, ma quasi tutti sono analfabeti e una volta o l’altra andrà a finire che gli analfabeti stabiliranno di far dimenticare le lettere agli istruiti».

E allora di cosa ha bisogno la democrazia per non essere una semplice procedura che rischia di portare a risultati aberranti come l’oclocrazia, ciò che Polibio definì «il governo della folla?» I diritti sono l’antidoto! Bisogna portare il senso della democrazia sul campo dei diritti, comprendere i due significati all’unisono, laddove i diritti sono l’essenza del vivere associato, necessari per definire la vita dell’uomo, prima ancora, di governarlo. Sono i diritti che sollecitano comportamenti virtuosi. Diritti e democrazia hanno, però, un nemico in comune che è l’indifferenza. L’indifferenza verso la politica è indifferenza verso la vita, in quanto sottrae all’uomo la visione critica delle del mondo e quindi la possibilità di avere un futuro. Negli anni, la perdita di riferimenti stabili hanno portato il cittadino ad una sfiducia verso l’intera comunità, esiliandolo in un isolamento interiore dal quale esce solo per protestare; come se l’unica cosa che avesse capito fosse di essere ad un passo dall’apocalisse e si volesse avviare. Ma non è l’apocalisse che cambia le cose, le cose non cambiano nemmeno se ritroviamo la fiducia o il coraggio di inseguire i sogni. Le cose cambieranno se torneremo ad amare la politica, di quell’amore che ha la forza di ridare significato alle parole per non confonderle più. Per ritornare a distinguere le istituzioni da chi temporaneamente le rappresenta. Solo così possiamo riuscire a giudicare l’operato dell’uomo senza svilire il prestigio del ruolo che ricopre, e senza far perdere di credibilità allo Stato. E magari così finiremo anche per allontanare quel triste presagio che minaccia l’impegno politico, definito, spesso, come il più corrotto degli scopi dell’uomo. E affinché tutto ciò avvenga, l’onestà è, e deve rimanere, la condizione essenziale di vita di ogni uomo, prima che di un rappresentante politico. Ma è con la forza della coscienza e del voto che dobbiamo allontanare dal futuro delle prossime generazioni il puzzo della corruzione che fa lacrimare gli occhi, senza la necessità di dover sbandierare l’onestà come programma politico per vincere le elezioni. Solo così allontaneremo la politica dalle aule dei tribunali e l’odio dalle nostre giornate.

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