Pubblicato il: 23 ottobre 2017 alle 8:00 am

E se oggi Internet proteggesse la nostra privacy? Qwant potrebbe essere l’alternativa agli attuali motori di ricerca che conservano ogni dato della nostra navigazione

di Giulio Caccini.

Roma, 23 Ottobre 2017 – Internet che protegge la nostra privacy sembra un ossimoro, perché siamo abituati a essere subissati di mail indesiderate, a vedere interrotta una lettura interessante da improvvisi popup e banner pubblicitari sui prezzi degli hotel a New York, solo perché giorni fa abbiamo fatto una ricerca su un possibile viaggio a New York.

Sempre più frequentemente i giornali ci raccontano di persone che hanno avuto ripercussioni anche tragiche sulla vita privata o lavorativa perché dal mare magnum di Internet è emersa una notizia imbarazzante o poco lusinghiera che li riguarda. E’ di qualche anno fa la notizia curiosa che riguardava una signora torinese la quale, avendo letto nell’archivio storico online di un quotidiano un articolo che parlava di suo marito, lo aveva lasciato all’istante. Il poverino era colpevole di aver tappezzato, venti anni prima, i muri di una cittadina della provincia di Torino con la fotografia dell’amata chiedendole di ritornare da lui.

In molti invocano il diritto all’oblio, ma, per ora, l’unico modo di salvarsi dalla memoria da elefante della Rete è non venirne intrappolati. Questa soluzione però non era finora praticabile perché attraverso l’uso di massa delle piattaforme di interazione sociale a venire rivelati non erano solo le notizie inerenti alla persona, ma l’intera sua connessione di rapporti e, attraverso questi, la ricostruzione della vita personale. Infatti, ogni volta che accediamo a Internet da un qualsiasi motore di ricerca, la nostra ricerca e i nostri indirizzi IP vengono registrati, e con questi l’orario della vista, i link cliccati, e dunque interessi, gusti, famiglia, orientamento politico, sessuale, problemi di salute e così via.

Ad esempio, una donna che utilizzi un braccialetto per il fitness fa rilevare un calo delle sue prestazioni nella corsetta domenicale, contemporaneamente la sua bilancia registra un progressivo aumento di peso e dal suo sito di e-commerce preferito spariscono improvvisamente gli acquisti riguardanti il sushi o gli alcoolici. E il suo smartphone traccia frequenti visite a un laboratorio ecografico. Gli algoritmi che gestiscono la pubblicità online mettono in relazione tutte queste informazioni e deducono che la signora è in dolce attesa.

Tutte queste informazioni entrano a far parte di un gigantesco database utilissimo per aziende ma anche hacker e malintenzionati. Senza citare casi di spionaggio politico, si ricorda quando nel 2006 AOL ha divulgato online per errore tre mesi di dati di ricerca relativi a 650.000 utenti, o quando Sony Pictures è stata attaccata dai pirati digitali, o ancora lo scandalo al sito americano Ashley Madison, che ha rivelato dati personali, email, numeri di carta di credito, coordinate gps e preferenze sessuali di circa 33 milioni di utenti amanti delle scappatelle.

Addirittura l’università di Harvard ha presentato a Davos una flotta di minuscoli droni grandi come mosche in grado di svolazzare in giro e raccogliere campioni di DNA.

In quanto a motori di ricerca in Europa domina il web il gigante Google, che è praticamente privo di competitor adeguati, e che ci regala invasioni della privacy non indifferenti, e Facebook è il primo collegamento che viene creato per chi si connette da mobile e desktop. Negli Usa esiste Bing (di Microsoft) e Yahoo!, mentre in Russia e nei paesi dell’ex area sovietica si naviga con Yandex.

Come possiamo difenderci?

E’ di questi giorni il lancio di Qwant (la “Q” sta per quantità di dati elaborati ed aggiornati costantemente, mentre “want” è l’abbreviazione della parola inglese wanted), il motore di ricerca (www.qwant.com) che si definisce “etico” e trasparente, basandosi su un algoritmo di ricerca diverso da quello standard di Google.

La sede di Qwant è a Parigi – dove è stato presentato l’ambizioso progetto alla presenza, tra gli altri, del mitico Salvatore Aranzulla – ma i ricercatori sono a Nizza e gli esperti della sicurezza a Rouen. Come funziona Qwant?

In pratica, quando effettueremo la nostra ricerca, il nostro IP non verrà tracciato, offrendo alla ricerca stessa carattere “anonimo”, sperando così di non essere individuati, anche se lo stesso Aranzulla ci ha insegnato che sulla rete niente è impossibile.

Insomma, Qwant ha, sulla carta, tutte le caratteristiche per essere uno strumento interessante, se non altro perché offre almeno un paio di buone ragioni per provarlo come alternativa ai classici strumenti di ricerca. Esiste poi anche Qwant Junior per i minorenni che permette ai genitori di non dover inserire filtri per le ricerche.

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