Pubblicato il: 25 ottobre 2017 alle 3:00 pm

‘Leggere Lolita a Teheran’ Il libro di Azar Nafisi che racconta la follia della censura in Iran passando dalla dittatura e dalla condizione della donna in oriente

di Arcangela Saverino.

Palermo, 25 Ottobre 2017 – Recentemente nella capitale iraniana è stato inaugurato il Teheran Book Garden, uno degli spazi dedicati alla lettura più grandi al mondo. Il Giardino dei libri, grande 65 mila metri quadrati, ospita cinema, teatri, sale studio, una galleria d’arte e, naturalmente, tantissimi libri e sfida il governo locale e le sue norme per contenere “l’assalto della cultura occidentale”.

L’Iran ha censurato la letteratura per anni, vietando libri come il Codice Da Vinci di Dan Brown e l’ Ulysse di James Joyce. Il Grande Gasbty è considerato un romanzo immorale perché insegna ai giovani cose sbagliate, avvelenando la loro mente: parla dell’America che, per il governo iraniano rappresenta il veleno. Tutti i titoli devono essere approvati prima della pubblicazione e a rischio censura ci sono parole come bacio, danza e vino.

Ma dal Paese iraniano provengono libri che rappresentano una vera e propria lotta contro la censura che ha limitato fortemente la libertà della popolazione nel periodo post- rivoluzione, come “Leggere Lolita a Teheran”, di Azar Nafisi che è stata professoressa di letteratura inglese presso l’università Allameh Tabatabei di Teheran ed ora insegna alla prestigiosa SAIS della Johns Hopkins University a Washington.

Il libro racconta l’esperienza in prima persona dell’autrice che decide di interrompere il suo insegnamento all’università di Teheran, a causa delle continue pressioni della Repubblica islamica dell’Iran sui contenuti delle lezioni troppo “occidentali”, e di iniziare un seminario “clandestino” con sette delle sue migliori studentesse. Manna, Nassrin, Mahshid, Yassi, Azin, Mitra e Sanaz : tutte donne, non a caso. Gli incontri avvengono ogni giovedì mattina a casa della professoressa, dove si discute di letteratura e di grandi romanzi come Lolita, Il grande Gatsby, Orgoglio e pregiudizio, Cime tempestose e altri. Il racconto abbraccia un periodo che va dal rientro dell’autrice in Iran che avviene nel 1979 e coincide con la caduta  dello Scià e la conseguente rivoluzione dell’ayatollah Khomeini, al suo ritorno negli USA del 1997, ma la struttura è articolata perché gli eventi sono rappresentati su piani diversi, a metà tra romanzo e saggio, con continue digressioni.

Sebbene sia uscito nel 2003, ancora oggi è un libro importante perché i temi di cui si occupa sono di forte attualità. E’ possibile accostarsi alla sua lettura in tre diversi: si può leggere come un documentario che testimonia la vita delle donne nella Repubblica Islamica dell’Iran, come un saggio critico di letteratura oppure come uno testo che testimonia il potere delle parole, il potere della letteratura e delle cultura, capaci di cambiare la vita delle persone.

E’ la storia di Lolita a Teheran, «di come Lolita abbia dato un diverso colore alla città, e di come Teheran ci abbia aiutate a ridefinire il romanzo di Nabokov e a trasformarlo in un altro Lolita: il nostro» scrive l’autrice. Perché il banale ciottolo della vita quotidiana, se guardata attraverso l’occhio magico della letteratura, può trasformarsi in pietra preziosa. Perché le parole e le idee possono cambiare il mondo.

Il libro è incentrato intorno a una serie di temi attualissimi: la dittatura, la condizione della donna in oriente, i rapporti tra Islam e mondo occidentale, la libertà in particolare quella di espressione. Basti pensare che nella Repubblica islamica l’insegnamento, come ogni altra professione, doveva sottostare alla politica e ai suoi capricci. La scelta di partire proprio da Nabokov non è causale: l’autore diciannovenne, durante la rivoluzione russa, non si lasciava distrarre dal rumore delle pallottole  e, mentre sentiva gli spari e guardava dalla finestra gli scontri sanguinosi, continuava a scrivere le sue poesie. Una fede che Nafizi tenta di emulare per trasformare la cupa realtà della sua piccola rivoluzione perché, come affermava lo stesso Nabokov, «i lettori nascono liberi e liberi devono rimanere».

Nel nostro immaginario collettivo è difficile comprendere in pieno cosa significhi vivere in una società totalitaria, in un mondo fittizio dove non si è in grado di distinguere tra salvatori e carnefici, che s’intromette negli spazi più intimi. Una cultura che nega qualsiasi valore alle opere letterarie, un paese dove tutti i gesti, anche quelli più privati, vengono interpretati in chiave politica ed ideologica. A noi l’idea di totalitarismo arriva, in parte filtrata, da libri come Leggere Lolita a Teheran, grazie al quale possiamo capire come, nei contesti di censura, l’arte e la letteratura diventino non importanti, ma essenziali. Non un lusso, ma una necessità. La curiosità, verso un mondo “vietato”, come quello occidentale, diventa un’insubordinazione contro i tradimenti, gli orrori e i tranelli della vita. Perché ogni grande opera di narrativa, che sia Lolita o Madame Bovary, per quanto possano descrivere una realtà cupa, hanno in sé il nocciolo di una rivolta.

I libri di cui si discute nel seminario diventano rivoluzionari. Perché il problema del matrimonio che assilla le signorine Bennett di Jane Austen contiene il problema della libertà di scelta, Gatsby racconta il dramma di perdere i propri sogni, Lolita diventa il simbolo di tutte le donne di Teheran a cui è stata rubata la libertà, la dignità, proprio come Humbert Humert ha fatto con la piccola Lolita, la bambina protagonista del romanzo di Nabokov. Le letture e le discussioni del seminario clandestino rappresentano per le studentesse e la stessa Nafisi un’occasione di fuga, un ponte verso l’altro mondo, fatto di libertà, luce e bellezza. Perché solo attraverso la letteratura ci si può mettere nei panni di qualcun altro per capirne gli aspetti più intimi. In quelle preziose ore Nassrin che è stata in prigione, Azin che si dipinge le unghie di rosso per poi nasconderle sotto i guanti, e le altre si sottraggono per qualche ora al censore cieco, e si immedesimano con le protagoniste delle opere letterarie, sentendosi libere di confessare dolori e gioie.

Ciò che emerge da questo libro di denuncia è la contrapposizione della letteratura nell’Islam, quello più radicale e fondamentalista, da quella del resto del mondo: l’Islam è la sola religione che le ha assegnato il sacro compito di guidare l’uomo in una vita retta e devota. Ecco il bisogno di controllare i libri che possono essere letti e di vietare tutti gli altri, soprattutto quelli “occidentali”, i cui scrittori vengono accusati di essere stati corrotti dalla gratificazione materialistica del denaro e del potere che ha privato le loro opere di scopo e spiritualità. Tale contrapposizione emerge in Leggere Lolita a Teheran quando l’autrice racconta di un vero e proprio processo ad un libro, il grande Gatsby, simulato durante le lezioni universitarie. Da una parte l’accusa che taccia di immoralità l’opera di Francis Scott Fitzgerald, dall’altra parte la difesa secondo cui l’empatia è il cuore del libro e «non c’è niente di più riprovevole che restare ciechi di fronte ai problemi e ai dolori altrui».

Tra queste (per noi) assurde idee, il piacere dei libri diventa tutt’uno con la ribellione. La lettura delle grandi opere, sebbene vietata, svolge una funzione liberatoria. E diventa l’unico strumento di rivoluzione contro un governo che ha tentato di liberare l’Iran da quella che ha definito “la cultura occidentale decadente” attraverso la censura e la repressione. Nel periodo raccontato dalla Nafisi, non dimentichiamolo, venivano espulsi, spesso sparendo del tutto, docenti, impiegati e studenti indesiderabili, colpevoli solo di essere “teste pensanti”. Ma nonostante l’opprimente regime kohmeinista e le sue punizioni, in Iran c’è chi ha ancora voglia di cambiamento, di ribellarsi a partire dalle piccole cose come leggere libri proibiti e di raccontare la difficoltà di essere scrittore in Iran, avendo da dire ma non il permesso di farlo.

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