Pubblicato il: 27 ottobre 2017 alle 9:00 am

Nel nome del padre La scoperta di una figura dalla dimensione anche mitica attraverso un viaggio che inizia nell’adolescenza. Gli esempi di Enea e Ulisse

di Francesco Rettura.

Roma, 27 Ottobre 2017 – Si, ma di quale padre? In qualche modo questa domanda negli ultimi tempi è tornata con urgenza nella mia memoria perché ho iniziato a sentirla dentro di me molti anni fa. Erano gli ultimi giorni dell’infanzia e mi capitava di iniziare a fare i paragoni tra il padre “mio” e quello dell’“altro”. Oggi molti si interrogano sulle caratteristiche di questo ruolo tanto in termini sociali quanto in quelli psicologici, e pure sulle connotazioni etiche e di valori, sulla importanza della testimonianza e del dialogo. E su questo padre tutti pronti ad esprimere convinzioni, pareri, saperi disparati, senso comune e polverone ideologico, ma su un punto tutti sembrano concordare: il padre di oggi non funziona; qualcuno ha usato l’aggettivo “evaporato”: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa. Mi piaceva guardare i padri dei miei compagni di scuola e di giochi, ero incuriosito dal loro aspetto fisico, dalle loro auto, dai loro viaggi, dal loro modo di essere presenti e avvertivo una pacata felicità quando, per esempio, era mio padre a venirmi a prendere dopo un pomeriggio di studio o dopo una festa. Intanto, da gran curioso che ero, notavo che, il giorno che gli insegnanti riservavano per informare i genitori sull’andamento scolastico dei figli, i padri erano sempre assenti: i “must” non si toccavano e si chiamavano lavoro, tennis, club, poker, etc. Iniziava il regno della madre, quello dell’attenzione continua, del lavoro silenzioso e paziente, della mediazione permanente, della copertura delle marachelle, dell’accoglienza emotiva, etc. Oggi quel modello ha crepe da tutte le parti ma non ne abbiamo uno nuovo subito pronto, facciamo tentativi, dibattiti, avanziamo proposte, quasi navighiamo a vista, subito pronti a dire che se le cose non vanno la responsabilità è, di volta in volta, del padre, della madre, della politica, della scuola. Ma, quando ci sembra di cominciare ad avere qualche chiarezza, accade subito qualcosa che rimette tutto in discussione.

È per questo motivo che il mio essere uno “strizza cervelli” fa sì che il primo cervello ad essere strizzato è proprio il mio, e ritorna la domanda “quale padre?“; la sento ancora dentro di questa domanda, la sento come padre, la sento come terapeuta, la sento come cittadino, la sento come cattolico, la sento nella mia responsabilità etica e politica, la sento nella mia anima e nella mia carne, nella mia luce e nel mio buio.

È così che la sento.

È così che in questo momento voglio farvi percorrere la via che ho scelto per rispondere a questa domanda, dicendovi che il viaggio inizia nell’adolescenza, quando più acuto è il bisogno del padre e della sua dimensione anche mitica: un giorno un collega della Columbia University mi chiese: sai come chiamiamo il padre qui in America? The giant. Quale gigante volevo scegliere per me? Cosa volevo veramente da mio padre? Quello fu il tempo in cui mi trovai ad essere affascinato da due modelli e, siccome avevo iniziato da molto giovane a leggere Freud e Jung, per darmi una risposta mi gettai subito dalla parte di Jung. Perché? Perché per comprendere il suo grande contributo alla conoscenza dell’uomo bisogna entrare in due processi fondamentali del suo paradigma: il processo di socializzazione e il processo di individuazione: il processo di socializzazione lo attraversiamo bene o male tutti. E’ il processo nel quale impariamo le nostre prime autonomie come andare a scuola, prendere un pullman, comprare un giornale, scegliere uno spettacolo, vedere i nostri amici, sentire le nostre prime emozioni. A questo segue il processo di individuazione nel quale dovremmo sentire la necessità di allontanarci dai modelli che ci sono stati proposti sino ad individuare il nostro modello, quello che vogliamo essere prima di dirci quello che vogliamo fare; in sintesi: mi è stato detto che, ma da oggi io dico che. Questo secondo processo non tutti riescono a completarlo impedendo, così, la piena realizzazione dell’Io.

E mi vennero in mente due padri molto presenti nella nostra cultura, entrambi importantissimi ma anche diversissimi che delineano due modi di vita completamente diversi: Enea e Ulisse.

Enea trasporta la struttura familiare con la sua storia e la sua cultura in un ambiente in pace per dimostrare che i cicli storici si alternano nel tempo e nello spazio tra distruzione e ricostruzione, perché nuove contaminazioni sono innesti per nuove storie e nuove creatività. Enea ha portato i semi del passato, ma ha soprattutto portato il padre facendosi ponte tra questi ed il figlio e non ha portato la donna, perché è dall’uomo nato dal fango che bisogna esigere il nuovo signore. Rappresenta la continuità, la sicurezza, la solidarietà, la forza della famiglia, il senso dell’essere, del ‘qui ed ora’ della sopravvivenza del sistema solidamente incardinata nel cervello del serpente o cervello rettiliano, dove domina la necessità della continuità della specie.

Ulisse, invece, impone il superamento dei copioni e delle regole, distrugge il potere nemico dall’interno, legittima la furbizia come forma di intelligenza, è dominato dal cervello emotivo o mammaliano dove hanno sede la memoria e le passioni, l’arte e la bellezza, l’immaginazione e la fantasia, la ricerca, la ricerca continua del nuovo e del possibile, la cancellazione dei limiti del tempo e dello spazio, ma anche la dimostrazione di una nuova forza dell’io capace di farsi legare per non cedere alle lusinghe delle sirene: tentazioni sì, ma solo se scelte dalla nuova ragione. E’ con la storia greca che il racconto storico non è più di società e di imperi, ma è racconto di uomini, di giganti, di individualità, di artisti e di imperatori, di scienziati e di poeti. Anche Ulisse non porta dietro una donna, deve vivere la solidarietà al maschile, forza che si misura con forza, dentro e fuori del gruppo. La donna aspetta a casa, anche lei con furbizia gestisce bene le bave e le brame di potere dei mandriani di Itaca, custodisce il nuovo segno di unità della coppia. E cioè il congiungimento degli opposti, il valore di un progetto condiviso, la forza enorme di una speranza e di un desiderio che si rinnovano in continuazione. Ulisse ritorna e scrive la parola fine sul disordine della nostra psiche, uccide i proci e rassicura la propria donna. Ma Ulisse ripartirà perché è anche un mito ed un simbolo, perché ha dato alla psicologia occidentale la prova di quanto sia necessario partire, altrimenti Telemaco non crescerà mai, perché quando mai riuscirà ad essere meglio di suo padre? Come somiglia questa storia alla cacciata dal Paradiso di Adamo ed Eva!

Il rischio e la faccia scura di Enea è l’immobilismo di una tradizione che non si rinnova; il rischio e la faccia scura di Ulisse è una corsa insensata che può smarrire il senso della nostra esistenza. Come dovranno essere allora i nostri nuovi padri? Una alternanza elastica tra Enea ed Ulisse. Ma questa alternanza e questo cammino devono avvenire insieme alle donne di questi padri, perché questi padri sono tali perché hanno dei figli e questi figli – e questo futuro – non possono vivere senza la figura e la mitologia della madre. L’unità del maschile e del femminile, alla pari, da sola può garantire una gestione forte e dolce dello sviluppo dell’Io. Perché noi padri non dobbiamo rispondere ad altri padri del nostro comportamento, dei nostri errori e delle nostre debolezze, come anche delle nostre vittorie e dei nostri sogni, del nostro essere adulti o bambini. Noi dobbiamo rispondere di tutto questo ai nostri figli e dobbiamo essere capaci di rinnovare continuamente il nostro racconto parlando loro sempre di Enea e di Ulisse, perché questa è la fiaba dei grandi.

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