Pubblicato il: 29 ottobre 2017 alle 10:00 am

Analisi dell’italiese, la lingua becera adottata dagli italiani. Quarta puntata News, educational, share, audience, fiction, reality: così la Rai è finita alla deriva, mentre il vezzo per gli anglicismi diverte anche gli inglesi

di Giuseppe Picciano.

Se la Rai, la più grande azienda culturale del paese, ricorre alla lingua inglese per promuovere l’italianità nel mondo è probabilmente giunta al punto di non ritorno. La decisione dei dirigenti dell’azienda di etichettare con imbarazzanti anglicismi testate giornalistiche e produzioni televisive che potrebbero essere facilmente identificabili con un nome italiano denuncia una sindrome da provincialismo. Poiché, ragionano ai piani alti di Viale Mazzini, l’italiano non è lingua veicolare, meglio l’inglese. Ma questo è il punto: a chi si rivolgeva, per esempio, la defunta «Rai International», presunto vessillo dell’italianità? Agli italiani e ai figli degli emigranti di seconda e terza generazione sparsi nel mondo. E allora quale miglior strumento per diffondere la lingua madre, a cominciare dalle denominazioni di testate giornalistiche e canali tv? Invece niente: da «Rai News24» a «Rai Trade», da «Rai Educational» a «Ray Way» è un rincorrersi di anglicismi di dubbia efficacia.

Stesso concetto per quel che concerne l’analisi delle strategie interne. Bisogna produrre delle ottime «fiction», degli struggenti «reality» e degli accattivanti «talk show» per conquistare il «prime time». L’«audience» è sovrana, ma lo «share» di più. Negli anni nulla è cambiato, semmai c’è da registrare un completo appiattimento. I palinsesti Rai, e non solo per la verità, sono stati riempiti da trasmissioni con titoli rigorosamente in inglese. Persino il più italiano dei programmi, il leggendario Carosello, è ritornato dopo 35 anni su Rai Uno con l’appellativo di «reloaded». Uno degli spettacoli dell’ultima stagione è stato «The voice of Italy». La traduzione in italiano era bella e pronta: «La voce d’Italia». Qualcuno sostiene che non si tratta di scimmiottare gli anglosassoni, ma quando si acquistano format stranieri il contratto prevede l’obbligo di mantenere il titolo originale. Può darsi. In Francia però è diventato «La plus belle voix» e in Spagna «La voz».

L’Era, l’associazione «Esperanto Radakala Asocio», si batte da anni sia per l’affermazione dell’esperanto come lingua franca europea sia contro l’egemonia culturale anglosassone. Il sito «patrieuropea.it pubblica decine di interventi che affrontano i molti temi legati alla subalternità linguistica degli italiani. Quasi quotidianamente nella sezione «centopercentoitaliano» campeggia una sferzante rubrica dedicata al «genocidio linguistico-culturale degli italiani ad opera della colonizzazione angloamericana attraverso le principali TV italiane».

La rubrica raccoglie dati statistici su film, telefilm e soap programmati in prima serata dai più importanti gruppi televisivi (Rai, Mediaset, La7, Sky, Mediaset Premium). Se si prende a campione la programmazione del 30 giugno 2013, su 20 canali esaminati si evince che ben 15 hanno trasmesso un film, un telefilm o una soap anglosassoni, 5 hanno programmato un film italiano. La statistica riporta l’impiego di 111 attori di lingua inglese, 58 di lingua italiana e 25 di altri idiomi. Mediamente le percentuali sono queste, con quasi tutte le tv che prediligono produzioni di provenienza anglosassone. Sono lontani i tempi in cui Mamma Rai gonfiava il petto orgogliosa, ricordando agli spettatori di aver insegnato l’italiano alle generazioni del Dopoguerra.

Un bel giorno del 2003 il consigliere di amministrazione Rai, Marcello Veneziani prese carta e penna e scrisse al Corriere della Sera. La buttò sulla provocazione: «Troppe reti e testate della Rai sono state battezzate o ribattezzate in lingua inglese: Rai Educational, Rai News, Rai Fiction, Rai International, Rai Trade, Rai Corporation, Ray Way e potrei continuare. Poi ti capita di trovare negli assetti Rai, in mezzo a tante americanate, una parola tosta e antica come palinsesti. A volte l’alibi è plausibile: la difficoltà di tradurre il linguaggio della tecnologia in italiano, l’esigenza di risultare appetibili all’estero. Ma se fosse più creativo, più seducente puntare sullo stile italiano, valorizzando la differenza? Sappiamo che da qualche tempo è in atto nel mondo una scoperta della lingua italiana per ragioni culturali più che economiche; perché non affermare il marchio italiano a cominciare dalla lingua? (…) Perché dunque non avere il coraggio di ribattezzare Rai Educazione, Rai Notizie, Rai Storie, Rai Mondo (simpatica allusione onomastica), e via dicendo? (…) Usare sul piano istituzionale la lingua italiana dovrebbe essere il primo passo per incentivare il buon uso dell’italiano in tv e di conseguenza nel Paese: non vorrei che dopo aver riconosciuto alla Rai il merito di aver fatto parlare italiano molti connazionali le si riconoscesse, in un vendicativo girone di ritorno, il demerito di averli istigati a disimparare la lingua madre, storpiando o impoverendo il suo lessico».

Reazioni? Poche. Risultati? Nessuno. Rai Mondo non sarebbe mai nata e la lettera di Veneziani finita nel cestino dell’indifferenza. Nel frattempo, negli ultimi anni, si sono alternati una mezza dozzina di consigli di amministrazione impegnati solo nell’ardua impresa di sopravvivere. «No, non è la Bbc, questa è la Rai, la Rai-Tv; noi non possiamo dir bubù, perché è la Rai, la Rai-Tv»: sembra quasi di sentirlo l’irridente sigletta di “Alto Gradimento”, il famoso programma radiofonico di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni che, già trent’anni fa, sbeffeggiava gli eccessi di Mamma Rai. L’avranno capito a Viale Mazzini che non è la Bbc?

Tendenza sempre più colonizzante. «Ormai non ci si veste se non “casual” e non ci si allena più, ma si fa “training” – lamenta sconsolato un lettore di Panorama – il buon vecchio pettegolezzo è diventato “gossip”. La nostra vita – continua – è accompagnata da una colonna sonora fatta da quasi solo musica americana e americani sono i “best sellers” che accompagnano i nostri momenti “relax”. Vestiamo Nike, Lee, Fruit of Loom, beviamo Coca o Pepsi, mangiamo “hot dog” o “hamburger” nei McDonald’s o surrogati. Non ci accorgiamo più di quanto il nostro modo di vivere sia pervaso (o imbastardito) da infiltrazioni della “way of life” americana. Alle volte con effetti comici».

Forse gli italiani sono incapaci di percepire il vero senso del ridicolo perché ignorano le risorse preziose del paese e amano invece le amenità. Quando il già citato Cesare Marchi, scrisse il gradevolissimo «Impariamo l’italiano» ne dedicò larga parte alle prime massicce ondate di forestierismi che investirono la nostra lingua. Se Padre Dante tornasse in vita – commentò – stenterebbe a riconoscere la figlia. E proverebbe un angoscioso smarrimento davanti a termini quali baby-sitter, blue jeans, bungalow, camping, manager, topless, marketing. Tuttavia, il brillante volume di Marchi, molto apprezzato, passò per uno dei numerosi affreschi del costume italiano dell’epoca.

A distanza di un quarto di secolo l’italiano non solo deve difendersi dal fuoco amico dei “parlanti” italiani, ma è sotto assedio dall’uso smodato e fuori luogo di neologismi e anglicismi. «Basti pensare che sul totale delle parole di origine inglese nella nostra lingua – sostiene il blog “In sua favella” – circa il 70% sono entrate nell’uso solo nel ventesimo secolo, e questa tendenza diventa sempre più forte, sempre più colonizzante. Se per molti, troppi, italiani questo non rappresenta un problema, o rappresenta un problema relativo, sarà utile rispondere con dei dati precisi; quelli dell’agenzia di traduzioni Agostini Associati. Per il terzo anno consecutivo, infatti, la Agostini Associati ha condotto la sua indagine sull’Itanglese nelle aziende operanti in Italia. La nuova rilevazione, condotta su una base di documenti tradotti dall’italiano verso altre lingue nell’anno 2011 contro una base equivalente del 2010 – prosegue l’analisi del blog – porta alla luce dati che vanno al di là della peggiore delle ipotesi. Gli anglicismi nella nostra lingua, in un solo anno, sono cresciuti del 343%. Per essere chiari: è cresciuta di tanto la frequenza con cui sono utilizzati; oltre al fatto, secondario, che molte di queste parole sono nuovissime, appena entrate nel lessico. I primi dieci termini inglesi più utilizzati in azienda sono stati, in ordine decrescente: Spread, Smart, Like, Social, Tablet, Business, Default, Brand, Screenshot, Device».

L’itanglese unica lingua possibile? Timore eccessivo, ma lo scenario è desolante. Con il progressivo imporsi del modello culturale statunitense è cresciuto l’utilizzo, senza filtri, di termini che appartengono alle aree della politica, dell’economia, dell’informatica, del lavoro, della moda, della musica, dello sport. Il ricorso al termine straniero, mentre nella lingua di origine possiede una più ampia capacità espressiva, solo in alcuni casi serve a colmare una carenza lessicale. Spesso, infatti, si adotta il forestierismo per creare un nuovo tipo di testo, tendente a spettacolarizzare la notizia: un linguaggio veloce, informativo, che attira il lettore. Nasce così una lingua adatta alla velocità della comunicazione imposta dai vorticosi ritmi del nostro tempo, ma priva di sfumature concettuali.

Se n’è accorto il Telegraph», autorevole quotidiano britannico, che ride dei nostri stupidi vezzi. «Certi anglicismi – scrive – hanno a che vedere più con l’inglese maccheronico che con la lingua di Shakespeare. Da “weekend” a “stress” a “leadership”, sempre più gli italiani cospargono le loro conversazioni con termini inglesi. Alcuni – osserva il quotidiano – sono comicamente storpiati o suonano bizzarri all’orecchio di un inglese autoctono. (…) Gli italiani buttano lì parole inglesi a volte per apparire persone di mondo e cosmopoliti, altre volte per descrivere cose leggermente aliene rispetto alla mentalità italiana, da fitness” a “full immersion training”».

Che si tratti di un vero frullato linguistico lo fa notare un breve ed efficace editoriale che apre la pagina economica del Corriere della Sera del 16 marzo 2004: «Siamo “skillati”, lavoriamo sui “loans”, “mergeremo”, “prudent”, “levereggiamo”, siamo cresciuti di una ventina di “bips”, “semestral”, il “brand” è connotato, “processeremo”, avremo un basso “cost-procapite”, conquisteremo non solo il “private”, ma anche il mercato “affluent”, siamo molto capaci nella “staff organization”… Sono frasi ascoltate in alcune recenti presentazioni agli analisti finanziari di primarie società italiane. Presentazioni che in alcuni casi si sono tenute in un italiano troppo inglese e altre in un inglese troppo italiano. D’accordo, il mondo della finanza è globalizzato, il “cross-country” è un’opzione, ci sono le esigenze delle “conference-call” internazionali, ma è difficile pensare che la competizione in un mondo senza frontiere possa cominciare da un frullato linguistico».

4 – fine –

(da Italiano, istruzione per l’abuso 2008/2016 – Esa Editore)

Analisi dell’italiese, prima parte

Analisi dell’italiese, seconda parte

Analisi dell’italiese, terza parte

neifatti.it ©