Pubblicato il: 30 ottobre 2017 alle 9:00 am

Gioia Tauro, la prima chiesa costruita su un terreno confiscato alla ‘ndrangheta Il fondo, assegnato alla diocesi di Oppido-Palmi nel 2004, era appartenuto al clan Piromalli

di Arcangela Saverino.

Reggio Calabria, 30 Ottobre 2017 – A Gioia Tauro, per la prima volta, grazie alla concessione di contributi di finanziamento con i fondi dell’8 per mille della Cei, è stata costruita una chiesa su un terreno confiscato alla mafia che da anni ospitava una cappella allestita in una tendopoli.

A fine ottobre nella Chiesa parrocchiale San Gaetano Catanoso è stata celebrata la prima messa, presieduta da monsignor Francesco Milito, vescovo di Oppido-Palma, una diocesi che da sempre è conosciuta per le sue battaglie condotte a favore della legalità. Il terreno dove è nato il luogo di culto è stato confiscato alla famiglia Piromalli.

«Questo luogo che un tempo è stato luogo di mafia, ora, sottratto a un possesso iniquo, è stato riscattato, benedetto, dedicato al Signore, luogo santo dove c’è posto solo per le cose sante. Da luogo di illegalità a luogo santo» ha dichiarato il vescovo Milito. La lapide che ha voluto fortemente all’ingresso della chiesa ricorda che la costruzione in muratura è nata su un terreno sottratto «a iniquo e criminale possesso» e, sebbene il prelato abbia condannato con tutte le sue forze la ‘ndrangheta, ha dichiarato che all’interno della Chiesa c’è posto anche per chi un tempo aveva un dominio assoluto sul bene.

Il cammino che ha condotto al sorgere della Chiesa è stato difficile e, fino ad adesso, è un fatto unico su tutto il territorio nazionale. La speranza è che diventi un precedente per casi simili futuri. Tredici anni fa, difatti, i lavori di costruzione furono interrotti a causa di imprevisti ed inadempimenti burocratici: l’intervento della Cei e il sostegno della Chiesa Italiana hanno permesso di portare a compimento un’opera di siffatta importanza per ristabilire la legalità in una parte di territorio in cui la criminalità organizzata da sempre ha il controllo.

Oggi la scelta coraggiosa di una Chiesa locale ha preso forma. I latini dicevano ‘monumentum monimentum’, ogni qualcosa che si erige ed è potente diventa una monizione, un avviso e manda un messaggio potente alla gente e al territorio.

L’importanza del sequestro dei beni ai mafiosi è stata un’intuizione del politico e sindacalista Pio La Torre, ucciso da Cosa Nostra a Palermo il 30 aprile 1982. Fu esattamente in quell’anno che venne approvata la legge Rognoni- La Torre che introdusse nel codice penale il reato di associazione di tipo mafioso e le misure per sottrarre i beni di provenienza illecita al circuito economico dell’organizzazione criminale.

Accade che, chi viene indagato per mafia potrebbe essere destinatario di un provvedimento di misura cautelare, ovvero il sequestro, attraverso la quale i beni vengono sottratti alla disponibilità del soggetto. Dopo il sequestro, i beni vengono affidati ad un amministratore giudiziario che li gestisce sotto la direzione del giudice fino alla sentenza che stabilisce la revoca del sequestro e la conseguente restituzione dei beni o la confisca di primo grado. Da tale momento e fino alla confisca definitiva del bene e alla sua destinazione finale la gestione spetta all’Anbsc, un’agenzia nata nel 2010 con sede principale proprio su territorio calabrese, a Reggio Calabria.

Dal 1982 ad oggi sono stati sequestrati e confiscati circa 27mila beni e di questi 11mila sono stati riconsegnati alla comunità.

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