Pubblicato il: 4 novembre 2017 alle 11:00 am

Per non dimenticare. Ogni giorno Nostro reportage nei campi di concentramento e di sterminio per lanciare un messaggio: parliamone tutti e di piu'. Prima parte: Auschwitz

di Gabriella Striani.

Auschwitz, 4 Novembre 2017- Un viaggio nei luoghi della Memoria, un viaggio… Da non dimenticare. Si guardano film, documentari, si leggono libri, pagine e pagine di una Storia intensamente recente che ancora ci appartiene, ora più di prima, perché non possiamo, non dobbiamo dire «Io non c’entro niente». Negli anni 1940/1941 i Tedeschi invasero la Polonia e, nei villaggi della zona di Oswiecim, nella regione dell’Alta Slesia, cacciarono gli abitanti dalle loro case per fondare il campo della morte Auschwitz-Birkenau; alcune di queste case vennero demolite, e i rispettivi materiali di costruzione vennero adoperati dai Nazisti per erigere dei fabbricati su cui fondarono la loro base economica e industriale.

Nel campo di Auschwitz vennero deportati prevalentemente Ebrei di tutta Europa, di ogni età, oltre a prigionieri politici, preti, dissidenti, zingari, intellettuali di ogni nazione, questi ultimi  ritenuti i più temibili, perché in ogni regime dittatoriale, la libertà di pensiero è considerata molto pericolosa. Al loro arrivo ad Auschwitz, i prigionieri venivano selezionati da una rapida occhiata del medico delle SS. Costui, in base alla robustezza delle persone appena giunte, con un gesto della mano indicava ai Nazisti due luoghi di destinazione per costoro: morte o proseguimento della loro esistenza nel campo di “lavoro”. Di quel lavoro, parlerò più avanti. I prigionieri destinati al lavoro venivano assegnati ai dormitori costruiti in mattoni; viceversa, quelli inabili al lavoro, donne, bambini, malati, anziani, attendevano la fine in baracche di legno, con una temperatura invernale che scendeva fino a 30° sotto zero. In questo piccolo racconto di viaggio mi limiterò a descrivere qualche foto allegata.


Foto: “Utensili”, “Scarpe” e “Spazzole e pennelli”. I prigionieri, soprattutto gli Ebrei, arrivavano dalle loro abitazioni da tutta Europa con le valigie, credendo di dover andare in qualche posto dove proseguire, insieme ai propri cari, un breve periodo per poi ritornare alle loro case. Sulle valigie, i Nazisti scrivevano il nome del rispettivo proprietario, facendogli credere che gli sarebbero state restituite insieme a tutto il contenuto, una volta terminato il “breve periodo”. Non sapendo quanto tempo (e soprattutto perché sarebbero stati via), gli Ebrei misero in valigia gli oggetti di uso quotidiano, come spazzolini da denti, spazzole per abiti, creme cosmetiche, brillantina per capelli, cromatina per scarpe, pennelli da barba, utensili vari, brocche, tazze, fornellini, articoli ritrovati dai Sovietici una volta arrivati in questo luogo.


Foto “Capelli”.  I Nazisti tagliavano i capelli ai prigionieri appena arrivati, perché con essi realizzavano tessuti per vari usi. Non solo. Cavavano di bocca i denti d’oro agli zingari, e prendevano gli occhiali a chi ne fosse provvisto, per venderli. Ricordo un’immensa sala ove era esposta dietro una vetrata una montagna di ciocche di capelli, testimonianza del passaggio recentissimo di migliaia di uomini, donne e bambini che qui trovarono la morte, senza neppure sapere il perché. Gli oggetti ritrovati ed esposti in questi allestimenti sono tutto quello che i Russi trovarono al loro arrivo prima di liberare i sopravvissuti, quei sopravvissuti che hanno poi dovuto affrontare per la seconda volta l’inferno, quello dei ricordi.


Foto “Corridoio di foto”.  Per registrare il loro arrivo, i Nazisti fotografavano i prigionieri subito dopo averli spogliati di tutto, dai vestiti alle scarpe, al taglio dei capelli, per poi vestirli con le note divise a righe. Dopo un anno, l’attività di identificazione e registrazione fotografica cessò per dare spazio ai tatuaggi matricolari sulle braccia. Le foto indicavano: nome, cognome, numero di matricola, nazionalità, data di nascita, professione, data di arrivo ad Auschwitz-Birkenau e data di morte del deportato. I più deboli morivano dopo poco per fame, sete, freddo e malattie. Altri, a seconda delle turnazioni, trovavano la morte nelle camere a gas, per poi essere cremati nei forni.


Foto “Muro”Il muro ritratto nella foto era il luogo deputato per le fucilazioni. Queste avvenivano per indisciplina o per una parola detta dai prigionieri in presenza dei famigerati kapò, arruolati talvolta al momento tra i deportati stessi, spesso persone di dubbia moralità, alle quali era riservato un trattamento diverso, a cominciare dagli alloggi di servizio. Un giorno arrivarono ad ammazzare 281 prigionieri, uno ad uno riversi sugli altri; una montagna di corpi insanguinati rese tristemente celebre un semplice muro.


Foto “Lavatoio uomini”.  Questo è il lavatoio dove i maschi potevano “lavarsi” per pochi istanti, tutti assieme. Se sgarravano col tempo concessogli, venivano puniti a trascorrere giorni e giorni nelle celle sotterranee dove, senza luce, né aria, in pochissimi metri stavano tutti ammassati ad attendere di essere “liberati”. Anche le donne avevano il loro lavatoio, con le stesse regole degli uomini.


Foto “Zyclon B” e “Interno camera a gas”In Tedesco significa “ciclone”. La foto “Zyclon B” ritrae i contenitori di scaglie blu contenenti acido cianidrico che, a una temperatura di 26°, rilascia un agente fumigante che dà asfissia in pochi minuti. Il cianuro veniva immesso nelle botole del soffitto delle camere a gas, e dava la morte ai malcapitati che credevano di essere lì per fare una doccia. I Tedeschi avevano pensato di utilizzare il Zyclon B (un pesticida) per riservare agli Ebrei lo stesso trattamento che spetta ai più comuni parassiti. I Nazisti, per evitare che gli abitanti delle case limitrofe al campo potessero sentire le urla disumane dei prigionieri assassinati, sfrecciavano lungo i viali del campo con le moto sprovviste di marmitta.


Foto “Forno 2”. Una volta praticata l’asfissia, avveniva l’accatastamento dei cadaveri nei forni crematori. Le foto allegate ne mostrano una ricostruzione, in quanto, come vedremo anche dalle foto del reportage su Birkenau, i Tedeschi, quando seppero dell’arrivo dei soldati sovietici, fecero saltare in aria tutti i forni crematori per tentare di cancellare le tracce dei loro crimini. La ricostruzione dei forni ritratti nelle foto è stata realizzata con i materiali, specie il ferro, delle rovine di quelli distrutti dai Nazisti. La morte nella camera a gas rappresentava l’ultimo atto dell’inferno vissuto dagli uomini, donne e bambini che, di “umano”, ormai, non conservavano più nulla.


Foto “Il lavoro rende liberi”Il lavoro di cui ho parlato all’inizio, destinato ai prigionieri più robusti, consisteva nel raccogliere tutti i cadaveri dalle camere a gas, ammassarli su un carretto, trasportarli ai crematori e stiparcene quanti più possibile. Ho mostrato queste foto a mio padre.  Durante il mio racconto, lui ha improvvisamente ricordato un aneddoto avvenuto trent’anni prima: conobbe a Napoli un sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz. Questo signore svolgeva esattamente il compito che ho appena descritto. Gli raccontò che, sovente, il cianuro non dava asfissia in tempi brevi per tutti, e lui ed altri cui era toccato quell’ingrato “lavoro”, erano costretti a infilare nei crematori anche quei corpi che, ancora in vita, emettevano dei miseri lamenti, gli stessi lamenti che hanno popolato poi la sua testa e le sue orecchie ogni notte, tutte le notti, fino alla fine dei suoi giorni.

Gli inabili al lavoro erano spesso oggetto di test da laboratorio. Alcune giovani donne, ad esempio, vennero utilizzate per scopi scientifici: un ginecologo tedesco sperimentò su di loro un prodotto  studiato per l’otturazione delle tube di Falloppio. Gli esperimenti andarono talmente a buon fine, che le sopravvissute che li subirono rimasero  tutte sterili.

I Russi, quando giunsero sul posto, trovarono l’inferno. Oltre a uomini e donne ancora viviì  ed agli oggetti che vennero successivamente esposti su decisione del popolo polacco, i soldati videro cataste di cadaveri sparpagliati ovunque. Molti Nazisti riuscirono a fuggire, ma alcuni di loro vennero presi e costretti a sistemare a mani nude quei miseri resti in fosse comuni, sepolti per sempre nel campo di Birkenau.

1 – continua –

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