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Se piu’ della meta’ dei siciliani non ha votato ci sara’ un motivo

di Arcangela Saverino.

Palermo, 8 Novembre 2017 – «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Con queste parole, scritte in uno dei romanzi più celebri della letteratura italiana, Il Gattopardo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, si riferisce ai siciliani che, nel tempo, si sono adattati ai nuovi dominatori, ai nuovi poteri, senza però modificare se stessi, il proprio modo di vivere, il proprio orgoglio.

La Sicilia non è cambiata. Hanno vinto i soliti, gli impresentabili. La rivoluzione promessa dal Movimento cinque stelle non è stata accolta e voluta dal popolo siciliano che ha scelto un nuovo Presidente, Nello Musumeci, per una vecchia politica. Ha preferito, per esempio, il 21enne Luigi Genovese, figlio di quel Francantonio Genovese, ex Pd condannato in primo grado per lo scandalo dei corsi di formazione, neoeletto all’Ars, tra le fila di Forza Italia, con più di 17 mila voti. Ha scelto Gianfranco Micciché, braccio destro di Silvio Berlusconi sull’isola. La dimostrazione che quello che non cambia in Sicilia è il Potere e il rapporto che i siciliani hanno con esso, per citare lo scrittore e giornalista Domenico Valter Rizzo.

In questo modo Musumeci ha raggiunto la maggioranza all’Ars: i deputati eletti nei partiti a suo sostegno sono in totale 36 su 70. Ed è proprio Forza Italia ad avere avuto un peso maggiore, conquistando 12 seggi.

La Trinacria, da sempre, è roccaforte del centrodestra e, negli ultimi venti anni, del berlusconismo. Se alle scorse elezioni del 2012, il neo presidente eletto ha fallito, portando alla vittoria il non rimpianto Rosario Crocetta, è solo perché lo schieramento, oggi compatto più che mai, si presentò diviso alle urne. I siciliani hanno sempre amato Forza Italia, Silvio Berlusconi e i suoi alleati e, sebbene fin da subito il M5s abbia iniziato la solita litania sul voto di scambio, sui posti promessi, sull’interferenza della mafia, la verità più sconcertante è che la maggioranza di coloro che si sono recati a votare hanno scelto senza alcun tornaconto personale, senza avere ricevuto pressioni e ricatti e, soprattutto, promesse di posti di lavoro.

La terra sicula ha un’eterna vocazione all’astensionismo, vero vincitore di questa tornata elettorale, e alla scelta ostinata e perpetua del peggio. Questo dovrebbe fare riflettere la sinistra, in primis il Partito Democratico che, sebbene abbia confermato i voti di cinque anni fa, ha perso e lo dimostrano i numeri. Il suo candidato alla presidenza, lo “sconosciuto” professore Micari, ha riportato un consenso che è circa sette punti sotto il voto raccolto dalle liste della sua colazione. Questo sta a significare che chi doveva sostenerlo ha usato il voto disgiunto, facendo votare la propria lista, ma un altro candidato presidente. Quale? Voci diffuse a ridosso del 5 novembre sostenevano che circa 15 candidati nelle liste a sostegno del rettore avessero “dato direttiva” di convergere il voto del presidente a favore di Musumeci, una decisione avente il preciso obiettivo di ricollocarsi nella nuova area di maggioranza e trovare un salvagente per non annegare insieme al partito. Ma c’è un dato che smentisce tali voci: Cancelleri, candidato presidente del M5s, ha riportato un consenso del 34,70 %, circa otto punti in più rispetto alla lista del Movimento che lo ha sostenuto, ferma al 26,70%. Riassumendo: Micari ha perso quasi sette punti, Cancelleri ne ha guadagnati otto. Ed allora, può darsi che una buona parte degli elettori del centrosinistra abbia preferito favore l’elezione del pentastellato piuttosto che riconsegnare la Regione nelle mani degli impresentabili. Ma il sospetto è che l’ordine sia arrivato dall’alto, dal partito. Forse dai Dem che, senza nasconderlo, non hanno mai digerito la candidatura del rettore, fortemente voluta dal sindaco di Palermo Leoluca Orlando.

Sta di fatto che il PD siciliano, negli ultimi anni “renziani”, ha imbarcato i reduci della peggiore DC, ex Lombardiani ed ex esponenti di Forza Italia, oltre che farsi appoggiare da Alfano e Cardinale. E non c’è da stupirsi se i voltagabbana abbiano cambiato casacca prima delle elezioni oppure abbiano tradito il professore Micari ad urne aperte. «Questo è il famoso centro, perno del progetto politico di un genio assoluto come Davide Faraone (il vero grande registra della sconfitta del PD in Sicilia» scrive Rizzo. Come dargli torto? Come già ribadito più volte, questo modo di fare politica ha allontanato la “vera” sinistra, la stessa che, al fine di legittimare la “presenza” di Alfano, è stata considerata vecchia, inutile e lontana dalle logiche di governo. Quella sinistra che, in questa competizione elettorale, si è sentita rappresentata da Claudio Fava, l’unico della lista “I cento passi” che sia riuscito a garantirsi l’ingresso all’Ars.

Com’era prevedibile, non sono mancate le accuse del PD nei confronti dell’Mdp bersaniano, che ha sostenuto la candidatura alla presidenza regionale del giornalista, e nei confronti dello stesso Fava, accusati di essere gli artifici della clamorosa sconfitta del centrosinistra, avendone procurato la frattura con la decisione di non retrocedere dalla propria candidatura. Peccato che centrosinistra e sinistra, insieme, non hanno riportato i voti che sarebbero stati necessari per vincere e governare per i prossimi cinque anni. Irrilevanti, come sono destinati ad essere i grillini che, per quanto abbiano raddoppiato i consensi e si siano confermati il primo partito in Sicilia, hanno perso la battaglia contro l’astensionismo, che probabilmente avrebbe potuto condurli alla presidenza della Regione. E, infatti, incalzanti sono gli insulti sui social dei militanti grillini contro quel circa 53% di siciliani che ha deciso di non andare a votare, nonostante il tempo e le risorse spese sull’Isola dai big penta stellati. Anche loro qualche domanda dovrebbero porsela, se non sono riusciti a convincere e coinvolgere quella parte di elettorato che, per mancanza di fiducia, ha deciso di non esprimere la propria volontà.

E se è vero che le elezioni siciliane sono il banco di prova della futura competizione elettorale che coinvolgerà l’intero Paese nella prossima primavera, fa quasi tenerezza l’ottimismo di Di Maio che ha manifestato il proprio convincimento che dalla Sicilia è partita «un’onda che tra 4 mesi ci porterà al 40%».

Ma al di là di ogni possibile analisi politica, resta il fatto che il nuovo presidente, che rappresenta circa due siciliani su dieci, per quanto possa essere considerata persona rispettabilissima, onesta e preparata, grazie anche all’esperienza di amministratore per dieci anni della provincia di Catania, ha dentro la sua “squadra” gli impresentabili. Persone impresentabili che, però, si sono presentate e hanno vinto. C’è il rischio che il nuovo presidente diventi la marionetta in mano ai suoi pupari.

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