Pubblicato il: 11 novembre 2017 alle 8:21 am

Per non dimenticare. Ogni giorno Dopo Auschwitz continua il nostro reportage nei campi di concentramento e di sterminio per lanciare un messaggio: parliamone tutti e di piu'. Seconda parte: Birkenau

di Gabriella Striani.

Birkenau, 11 Novembre 2017 – A soli tre minuti di auto dall’uscita di Auschwitz, c’è l’ingresso dell’altro campo di sterminio, cui i deportati accedevano direttamente coi vagoni ferroviari. Qui arrivavano solo Ebrei.

Birkenau oggi è un cimitero, un’immensa distesa di erba e terriccio che da settant’anni ricopre migliaia di corpi privi di identità. Un chilometro di cammino che offre al milione e 700mila turisti annuali i resti dei forni crematori distrutti dai Tedeschi prima della loro fuga. Un immenso panorama di ciminiere con le rovine ancora penzolanti di ciò che, con glaciale calcolo, hanno tentato di occultare al mondo. Proseguendo lungo tutta l’area, si giunge a un’enorme opera commemorativa realizzata in pietra da uno scultore polacco.


 

Foto “Brandine”, “Brandine 2” e “Dormitorio”. Ritornando indietro, lungo il percorso che conduce all’uscita, la nostra guida ci fa entrare in un grande fabbricato originale, rimasto intatto, fatta eccezione del tetto che hanno ricostruito.  Questo posto era un dormitorio. Non si sa chi ci dormisse, se uomini o donne, non vi sono testimonianze. Appena entrati mi accoglie uno strano odore; non si capisce lì per lì da dove arrivi e che cosa sia. Non c’è pavimentazione, solo terreno compattato. Pozzanghere dappertutto, perché pioveva da diversi giorni e l’acqua si era infiltrata dal basso e dall’alto. La guida ci spiegava che gli Ebrei che dormivano qui stavano a contatto con l’umida terra, ma in inverno, quando la temperatura scendeva a 30° sotto zero, avevano i piedi conficcati nella neve. Mentre parlava, continuavo a sentire quell’odore, ero concentrata solo su di esso, non riuscivo ancora a capire cosa fosse, ma mi colpì molto, perché avevo la sensazione che fosse un odore di appartenenza. Una ragazza del mio gruppo si sente male, si accascia a terra, forse un capogiro. Giungiamo ai giacigli: delle miserrime assi di legno poste su tre livelli, su ognuna delle quali erano costretti a dormire in tre. Le foto sono abbastanza nitide, ma l’odore…. quello non si poteva certo documentare, e continuavo a cercare nell’archivio dei ricordi olfattivi in quale cartella potessi trovarlo, ma niente. I soldati russi, quando aprirono le porte di questo posto, trovarono un centinaio di corpi, alcuni ancora vivi, altri già cadaveri, ma in entrambi i casi erano ricoperti da mosche banchettanti, topi e altro… Cavolo! E’ allora che ho cominciato a capire di quale odore si trattasse! In quello stesso istante, la guida dice: «Molta gente che entra in questo posto afferma di sentire l’odore della morte».

Erano tutti lì, in quel momento ho avuto un rapido flash, li ho visti tutti sulle loro assi, con le braccia tese, le dita adunche e le bocche spalancate a implorarci la vita. L’odore che sentivo era per me l’unico legame fisico che avevo con quei corpi, ricordandomi che c’è vita anche nella morte. Continuavo a dirmi che quei cadaveri non erano miei nemici, quei morti avrebbero approvato il fatto che fossi lì, avrebbero voluto che io e gli altri vedessimo tutto questo…



Sono passati più di dieci giorni dal mio rientro, e con quest’immagine mi sveglio tutte le notti tra lacrime d’impotenza, e mi dico ogni volta la stessa cosa: ci insegnano che «la storia insegna». Ma, a quanto pare, stando anche alle recenti vicende, l’Uomo dimentica.

neifatti.it ©