Pubblicato il: 25 novembre 2017 alle 1:27 am

«Avevo giurato che sarebbe stata l’ultima volta. Cosi’ e’ stato, mi ha uccisa» Racconto fantastico e drammatico di una donna vittima della furia omicida del marito. «Ripeteva di amarmi, ma ogni volta mi riempiva di botte»

di Arcangela Saverino.

25 Novembre 2017 – Avevo giurato che sarebbe stata l’ultima volta. L’ultima volta che gli avrei permesso di ferirmi l’anima. Che i lividi sul corpo sono poca cosa rispetto ai segni e alle cicatrici che porti dentro. Le ferite più profonde sono lì, nascoste.

Li vedo. Li vedo quegli occhi pieni di compassione e pietà che mi guardano ogni volta che sul mio corpo nasce un nuovo livido. Mi scrutano, in cerca di una risposta. Vogliono una conferma: è stato lui? Sì, è stato lui. Lui che dice di amarmi ogni volta che smette di riempirmi di botte. Lui che piange e mi promette che sarà l’ultima volta.

Ma questo livido nero che ricorda sul mio viso la sua colpa non è nulla rispetto al buco nero che ho dentro, lì in mezzo alla mia anima. Che ne sapete voi di cosa voglia dire sentirsi annullata come persona? Cosa ne sapete di come ci sente a vivere nella paura? Quella sensazione di sentirsi una nullità, di avere fallito come donna, come moglie e, forse, come madre. Quello sporco che ti stringe il cuore fino a stritolarlo. Il senso di oppressione nel petto, lì al centro, ed il nodo in gola dove si fermano tutte le cose vorresti raccontare, che vorresti urlare. Ma pian piano queste cose scivolano e si depositano nell’ anima martoriata. E non bastano le lacrime versate per sciogliere i nodi che la attanagliano.

Sì sì, lo so. E’ lui a doversi sentire un fallito. E’ lui il mostro. Ma quando la mente è soggiogata da continue accuse e rimproveri, vi assicuro, è difficile capire che l’unico responsabile è lui. E’ difficile capire che essere donna non è una colpa.

Se solo lui capisse che il grembo dal quale è nato appartiene ad una donna, come me. Dal mio grembo è nato suo figlio, nostro figlio. L’unico amore che è rimasto nella nostra relazione.

Ma forse è questa la colpa che devo espiare. Ma sì, certo, l’odio verso la sua vita. Forse pensa che sarebbe stato meglio non nascere e il rancore verso chi lo ha costretto a venire al mondo, senza la sua volontà, lo riversa sulle altre donne.

Lo so cosa state pensando. No, non lo giustifico. Voglio solo aiutarlo. In fondo, all’inizio, non era così, no? E’ sempre il padre di mio figlio. E so che non vuole farmi del male. Me lo dice sempre, anche quella volta che, finita in ospedale, ho trovato il coraggio di denunciarlo.

Quando l’ha saputo, è diventato una bestia. Credo di non avere mai avuto tanta paura come quella volta. Ricordo che il terrore dei miei occhi lo eccitava, le mie suppliche lo facevano sentire onnipotente. Poi ad un tratto il sangue, il buio. Avevo perso i sensi e, al mio risveglio, lui era lì accanto a me per implorare il mio perdono. Ed ogni volta l’ho perdonato, ma lui è tornato sempre a farmi del male.

La violenza, anche sessuale. Quante volte ha abusato di me senza il mio consenso? Ma lui dice che è dovere della moglie soddisfare i bisogni di un marito.

Violenza, è un parola che ho imparato a capire, non solo a sentire. Violenza è anche quella delle istituzioni che mi hanno lasciata sola. Violenza è quella che costringo mio figlio a subire, lasciandolo vivere in una famiglia che ormai è diventata una prigione.

Amore mio, dovrei proteggerti da tutto questo ed, invece, hai avuto la sfortuna di avere una madre che non ha il coraggio di ribellarsi a tutto questo male che ci viene inflitto perché non sa come fare. Non sa dove andare, non sa a chi rivolgersi. Non sa che ne sarebbe della sua vita se ti succedesse qualcosa.

Dio mio, sento dei rumori. E’ lui. E’ ubriaco, ormai ho imparato a capirlo dai suoi passi. Così pesanti, ma imprecisi, barcollanti. Sta salendo le scale. La chiave nella toppa, apre la porta.

Urla il mio nome. “Giuseppe, amore, vai a giocare nella tua stanza”. Protesta il mio piccolo angelo, a quattro anni forse non capisce quello che sta per succedere. O forse sì e non vuole lasciarmi sola. Sono sicura che, se fosse più grande, prenderebbe le mie difese.

Ma questa è l’età in cui si assimilano i comportamenti dei grandi ed io vivo nel terrore che possa crescere con la convinzione che le donne non meritino di essere rispettate. Una convinzione che sarà incoraggiata da questa società così patriarcale e retrograda. Se fossi una madre migliore, impedirei tutto questo.

“Va bene mamma”. Meno male, questa volta non assisterà alla furia di suo padre.

Ecco che si scatena questa furia. Il pretesto è la cena sul tavolo fredda. Il primo colpo in faccia. Il secondo nello stomaco. Il terzo, il quarto, il quinto. Non si ferma più, è stravolto dalla rabbia. Questa volta è completamente offuscato dalla furia cieca. Di mio, no! Quello è un coltello. Ha finito. Eccomi lì a terra, inerme. Avevo giurato che sarebbe stata l’ultima volta.

E’ stata l’ultima volta.

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