Pubblicato il: 25 novembre 2017 alle 1:25 am

«Cos’e’ la storia di Fantine? E’ la storia di una societa’ che compra una schiava» Dolore e violenza nelle pagine immortali di Hugo che costruisce un personaggio femminile sempre attuale

di Caterina Slovak.

25 Novembre 2017 – “Con lieve briga, l’ortica sarebbe utile, mentre, se la si trascura, diventa nociva, ed allora la si uccide. Quanti uomini somigliano all’ortica! Tenete presente, amici miei, che non vi sono né cattive erbe né cattivi uomini: vi sono soltanto cattivi coltivatori».

Mi chiamo Fantine, strano nome, d’altronde me l’ha dato un passante, ero stata lasciata lì, a terra, da una madre infelice. Sono una ragazza del popolo, il popolo di un paesino francese. Non ho mai conosciuto i miei genitori, non so né leggere né scrivere e ho iniziato a lavorare in una fattoria a 10 anni. Però sono bella, almeno così mi dicono i ragazzi per strada. Ho lunghi capelli biondi, occhi azzurri e soprattutto, dei bellissimi denti, sì. Pare che per fare la moglie sia un criterio importante! Un uomo mi disse una volta: “Hai oro e perle come dote, oro nei capelli e perle in bocca”.

Dicono tutti che a Parigi potrei fare fortuna, ma che vuol dire? Se non l’ho avuta finora, la fortuna…

Parigi mi piace, conosco tanta gente, ragazzi come me, anche uno, in particolare, anzi, mi sono proprio innamorata. E’ uno studente di buona famiglia, credo che mi ami! Oggi lui e i suoi amici hanno deciso di fare una sorpresa a noi ragazze, ci hanno invitate in una trattoria fuori città…noi eravamo entusiaste, eccitate… Invece lì abbiamo trovato un biglietto, cattivo, stupido: La sorpresa è che noi non ci siamo, dimenticateci presto e godetevi la vita

Si fa presto a dire… Dimenticare… Ora che aspetto un figlio suo.

Parigi è stata una delusione, sarà meglio tornare al paese, anche se con la bambina che ho avuto non sarà facile lavorare. Però ora ho conosciuto questa famiglia così simpatica, Thénardier si chiamano, anche loro con figli, due bambine. Hanno un piccolo albergo e potrei chiedere di ospitare la mia bambina finché non mi sarò sistemata. Sì, ecco, così è meglio. Dicono che dovrò pagare qualcosa per mantenere mia figlia… E’ giusto. Appena comincio a lavorare manderò loro un po’ di soldi. Sono così disponibili!

Forse la fortuna la trovo qui in paese: mi raccontano che c’è un signore che ha aperto una fabbrichetta, cerca operai, anche non esperti, ma onesti. Eccomi!

Sanno tutti che sono una ragazza onesta, qui, inutile dirlo. Però ora che la caporeparto ha saputo che ho una bambina senza essere sposata mi licenziano in tronco, sì, su due piedi, inutile che cerchi la loro compassione.

Sono disperata, sì. Come farò a mandare i soldi per mia figlia? Ma come farò anche a pagarmi la miserabile stanza dove dormo? Ah! La mia dote! Vado subito a venderla, i capelli e i denti, pazienza se me li strappano male e prenderò infezioni.

Quando ho finito anche i soldi della dote è ancora peggio. Se non posso lavorare onestamente non mi resta che il marciapiede. Come ho fatto? Come faccio? Non sono io, non è il mio corpo questo, ecco quello che penso. Gli uomini fanno quello che vogliono. Ho lo sgomento addosso di chi sta per perdere il cervello, la voce… La parola. Prendo coscienza delle cose, con incredibile lentezza… Dio che confusione! Ho alzato le gambe io, una dopo l’altra? Non lo so. È il cuore, che mi sbatte così forte contro le costole, ad impedirmi di ragionare… Io non tento nessun movimento. Sono come congelata.

Fa freddo, nevica, io non sono certo un bello spettacolo: forse non sono più nemmeno bella, anzi, senza forse. Sono spesso ammalata per il freddo e le infezioni ai denti estirpati senza precauzioni.

L’uomo che mi affitta la stanza abusa di me ogni volta che vuole, perché io non lo pago-dice.  Dopo mi sento male… Nel senso che mi sento svenire… Non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… Per l’umiliazione… Per le mille sputate che ho ricevuto…

Non mangio, dimagrisco a vista d’occhio, e per strada mi prendono anche in giro. L’altra sera dei giovani – li conosco, sono di buona famiglia! – cominciano a gridarmi: Chi ti prende così magra?  Uno di loro mi tira una palla di neve. Non ce la faccio più a sopportare questa violenza gratuita, loro sono tanti, ricchi, forti, io sola e debole. Ma la rabbia mi da la forza di reagire, picchio quel tipo come posso, finché posso, graffiandolo dovunque.

C’è la polizia, finalmente, mi aiuteranno loro. Piango di gioia quasi.

Invece il commissario mi accusa Come ti sei permessa, tu, di aggredire il Signor…?  E mi danno sei mesi di prigione. E’ perché sono una prostituta, sì, certo. Ma quando esco cambia tutto. Mi riprendo mia figlia e mi rimetto a lavorare.

L’unico uomo che non mi abbia trattata male poi è proprio il padrone della fabbrica, un gran signore davvero: quando ha saputo che ero ammalata e in prigione, che ero una sua operaia licenziata, è venuto di corsa nell’ufficio di polizia e ha pagato per farmi uscire. Mi porta a casa sua, mi fa curare. Non vuole il mio corpo. D’altra parte, conciata come sono… Ma esiste un uomo che non picchia le donne e non le violenta! Sono quasi felice. Si informa anche su mia figlia. Viene a sapere che l’adorabile famiglia Thénardier le fa fare tutti i lavori pesanti che una bambina non dovrebbe svolgere, e che se c’è un cliente che paga bene… Si prende proprio la bambina, la mia piccola, e se la porta in camera.

Per fortuna questo orrore io non lo conoscerò mai, perché sono morta.

Questa storia, che racconta di un’anima misera, della facile violenza contro i più deboli, è liberamente tratta da I Miserabili, romanzo di V. Hugo, come il corsivo sottotitolo, mentre il corsivo nel testo da Lo stupro, monologo di F. Rame. Nella foto Anne Hathaway interpreta Fantine nel film I Miserabili del 2012 diretto da Tom Hooper.

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