Pubblicato il: 25 novembre 2017 alle 1:31 am

Violenza sulle donne, una ferita dalla quale non riusciamo a guarire Intervista di neifatti.it alla criminologa Roberta Bruzzone

di Arcangela Saverino.

25 Novembre 2017 – Quante? 114 nei primi dieci mesi del 2017. E 150 nel 2016, ovvero 5,6% in più delle 142 del 2015. Sono dati impietosi che non vorremmo mai leggere, quelli riguardanti le donne uccise. Da mariti, da fidanzati, da compagni, da spasimanti. Tre omicidi su quattro si consumano all’interno della famiglia. A questi dati si aggiungono quelli relativi alle donne che subiscono maltrattamenti da uomini violenti, spesso per motivi futili. Senza dimenticare, poi, il recente scandalo sulle molestie che ha colpito il mondo dello spettacolo.

Dati contenuti nel quarto rapporto Eures sul femminicidio in Italia, reso pubblico pochi giorni prima del 25 novembre, quando cioè si celebra la giornata internazionale dedicata a combattere la violenza sulle donne. Una vera e propria emergenza, una ferita dalla quale non riusciamo a guarire che riguarda tutti, non solo il genere femminile.

Un termine che tristemente e prepotentemente è entrato nella quotidianità. Una violenza frutto di relazioni di potere storicamente e socialmente diseguali, nonché di una società sorretta da una mentalità patriarcale.

Neifatti.it ha intervistato la famosa criminologa e psicologa forense Roberta Bruzzone per comprendere più da vicino il fenomeno in continua crescita.

Considerata la sua esperienza in materia, è possibile tracciare un profilo del potenziale femminicida?

«Il profilo del femminicida non è così facilmente tracciabile perché, purtroppo, questo tipo di delitti vengono commessi da soggetti che provengono dagli ambiti più disparati sia sotto il profilo socio- culturale, che geografico ed anagrafico. Il potenziale femminicida ha come tratto comune una propensione a manipolare la propria partner e ad estrinsecare all’interno della relazione una forma di controllo alimentando una asimmetria di potere che si manifesta piuttosto rapidamente. Quello che posso dirle è che nella stragrande maggioranza dei casi di femminicidio di cui ci siamo occupati negli ultimi tempi l’assassino non aveva alle spalle una storia psichiatrica conclamata e non aveva precedenti penali. Purtroppo questo tipo di soggetti manifesta la sua reale natura solo all’interno del perimetro familiare o della coppia, mostrandosi all’esterno in maniera spesso assai diversa».

Quali sono i campanelli d’allarme a cui le donne devono prestare attenzione per riconoscere un potenziale uomo violento?

«Il principale campanello d’allarme è il controllo che rapidamente si trasforma in una vera e propria sorveglianza della vita quotidiana e della sfera relazionale della vittima. Il controllo può venire esercitato in vari modi, come il controllo del cellulare, della posta elettronica, del profilo social della compagna, della sfera delle amicizie, eccetera. Il primo campanello d’allarme a cui prestare tantissima attenzione, quindi, è il controllo e poi esistono tutta una serie di tecniche di manipolazione che normalmente il potenziale uomo violento utilizza per controllare psicologicamente la propria vittima e per tenerla in pugno suscitando in lei un senso di colpa e senso di inadeguatezza. L’aggressione sistematica all’autostima della vittima è la regola. L’obiettivo è fare in modo che la donna non si fidi più di se stessa, delle proprie opinioni e, addirittura, della propria percezione della realtà. Poi c’è un altro parametro estremamente importante che è rappresentato dall’aver subito violenza fisica durante la gravidanza: una donna che ha subito atti di violenza durante la gravidanza ha una possibilità di cadere vittima di omicidio tre volte più alta rispetto a chi subisce varie forme di maltrattamento, per così dire, “tradizionale”».

Stando a recenti dati solo due donne su dieci denunciano le violenze subite. Secondo lei perché vi è tanta reticenza?

«In primo luogo perché c’è, ancora oggi, un fortissimo retaggio culturale che impone alle donne di rimane con gli uomini che hanno scelto perché liberarsi da una relazione viene considerata una sorte di violazione del codice familiare di matrice patriarcale. In secondo luogo, perché vi è una sostanziale sfiducia nelle istituzioni, alimentata tra l’altro da alcuni elementi di fatto, visto che molte donne che hanno denunciato alla fine sono morte per mano dello stesso aguzzino che avevano segnalato. Da una parte c’è la paura, dall’altra c’è la vergogna, ma c’è anche la scarsa fiducia nei confronti di chi dovrebbe tutelare le donne, in primo luogo nei confronti della magistratura e delle istituzioni. Una miscela micidiale che porta molte donne a non chiedere aiuto, purtroppo. Si calcola che solo due casi su 10 vengano denunziati».

Cosa pensa del recente scandalo sulle molestie che ha colpito il mondo dello spettacolo?

«Francamente, mi sembra il segreto di pulcinella. Che ci sia un vero e proprio sistema che alimenta questo tipo di condotte non mi sembra sia mai stato un mistero per nessuno. Quello che trovo discutibile è la modalità con cui questo scandalo è emerso, ovvero non attraverso delle denunce presentate davanti ai magistrati, ma attraverso interviste televisive. Questo non basta».

A tale proposito, qual è il confine, la linea di demarcazione tra molestia e non molestia?

«Occorre distinguere tra i casi di violenza sessuale, di molestia e di prostituzione. Il confine è molto preciso anche sotto il profilo normativo. Possiamo parlare di violenza sessuale quando la vittima non ha nessuna possibilità di sottrarsi all’aggressione. Parliamo di molestia quanto il margine di scelta esiste anche se il negare la propria disponibilità sessuale può comportare conseguenze negative per la vittima. La prostituzione si ha quando, in cambio di favori sessuali, si ottengono dei benefici. I confini tra questi tre ambiti sono molto precisi e netti».

Si sente di dare dei consigli alle donne, soprattutto a quelle che subiscono violenze e decidono di non denunciare?

«Rivolgersi ad un professionista dell’aiuto, uno psichiatra, uno psicologo perché evidentemente hanno qualche problema a carico della loro sfera relazionale e rischiano di continuare a mettere in scena lo stesso copione affettivo disfunzionale anche se con uomini diversi».

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