Pubblicato il: 2 dicembre 2017 alle 8:56 am

«Sono solo un imprenditore»: morto Biagio Cava, il potente boss della camorra “dimenticata” dai giornali Scompare uno dei più spietati capiclan della Campania per anni in guerra con la famiglia dei Graziano per il controllo del Vallo di Lauro. Gli hanno ammazzato una figlia, una sorella e la cognata: lui è rimasto muto

di Gianmaria Roberti.

Roma, 2 Dicembre 2017- «Io un boss? Assolutamente no. Sono solo un imprenditore. I pentiti che mi accusano sono drogati e bugiardi». Così parlava di sé durante un’udienza Biagio Cava, che ha negato fino all’ultimo di essere il capo di uno dei più spietati clan della Campania. Come si conviene ai boss davvero irriducibili. E sono in molti a pensare che con la sua morte si sia chiusa un’epoca. I Cava contro i Graziano, i Graziano contro i Cava, nella guerra tramandata come la faida di Quindici. Una scia di sangue lunga più di 30 anni. Affari e questioni d’onore cementati da vincoli familiari, con le vendette trasversali sempre dietro l’angolo. Camorra di provincia sì, e in una terra lontana dai riflettori come il Vallo di Lauro, a cavallo tra l’Irpinia e il Nolano. Ma non meno feroce dell’archetipo gomorrista. Un equivoco trascinatosi per decenni, nel disinteresse dei grandi giornali. “La popolarità di Cava – osserva lo scrittore Bruno De Stefano – è ridotta rispetto alla sua reale forza solo perché tutto ciò che accade ad Avellino è fuori dal circuito mediatico giudiziario, concentrato, per comprensibili ragioni, su Napoli e dintorni”. Biagio Cava, detto Biaso, è rimasto tutto d’uno pezzo di fronte ai colpi più efferati che sa riservare un conflitto di camorra. Fedele al cliché da padrino, ha subito gli omicidi del padre, di una figlia, di una sorella, di un nipote e della cognata. Il prezzo da pagare alla legge della malavita organizzata e dell’omertà. «Non ho mai saputo chi avesse ucciso mio padre – affermava davanti ai magistrati – l’ho appreso solo dalle dichiarazioni di Felice Graziano (pentito del clan nemico, ndr). Posso dirvi che la madre di Felice Graziano, qualche anno fa, quando ero in cella al Tribunale di Avellino per un processo, mi disse: ‘Biagì, te lo giuro sui figli, noi non c’entriamo nulla con il fatto di tuo padre, quelli sono stati i parenti nostri’».

Un po’ come Totò Riina, non ha mai ceduto alla giustizia. Nonostante lo slalom tra le sbarre e le infermerie degli ultimi anni. Arrestato nel 2006, sarebbe rimasto in carcere fino al 2030, se le sue condizioni di salute non fossero peggiorate rapidamente. Ma solo a settembre era uscito da una cella del 41 bis al carcere di Sassari, per essere trasferito ai domiciliari. Un tumore al cervello da circa due anni lo minava assieme ad uno scompenso cardiaco. Non ha superato la seconda operazione al cuore ed è deceduto a 62 anni nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Cardarelli. E adesso gli investigatori si chiedono cosa ne sarà degli equilibri criminali nella terra di mezzo tra le province di Avellino e Napoli. Un’analisi che ripercorre l’evoluzione del clan Cava: dagli albori insieme proprio ai Graziano alla rottura, quando i rivali si allearono con la Nco di Raffaele Cutolo, per passare con la Nuova Famiglia di Carmine Alfieri e ancora dopo con il clan vesuviano di Mario Fabbrocino, potente ma autonomo affiliato al cartello nemico dei cutoliani. Gli irrequieti Cava non hanno mai trascurato la politica delle alleanze per acquistare sempre maggiore egemonia, fino a stringere accordi con la cosca avellinese dei Genovese, per gestire le estorsioni tra alta e bassa Irpinia. Piombo ma anche trattative, alternando violenza a diplomazia. E tra imprenditori terrorizzati e uno Stato che lo inseguiva, non è mai mancata davvero l’ingombrante ombra di “Biaso” nel feudo del Vallo di Lauro. Anche quando era costretto per lunghi periodi a darsi alla macchia. «Non ero latitante, ma irreperibile – si schermiva -. Ho delle attività in Francia ed in America e per questo motivo ero costretto a viaggiare». Nel febbraio 2002 lo arrestarono all’aeroporto di Nizza, mentre stava per imbarcarsi in un volo diretto a New York. In galera si procurò un cellulare, col quale venne informato del capitolo più cruento della faida: la “strage delle donne”. Il 26 maggio di 15 anni fa gli sterminarono in un agguato la figlia 16enne Clarissa, la sorella Michelina e la cognata, Maria Scibelli. Un’altra figlia, Felicia, rimase gravemente ferita. La polizia scoprì che il boss era in contatto con l’esterno, ma non intervenne per poterne intercettare le conversazioni. Ma lui restò muto. Soltanto nel 2015 la Cassazione lo ha condannato a 30 anni per associazione a delinquere e traffico di droga. L’anno dopo è assolto dall’accusa di aver ordinato un agguato contro Felice Graziano. La malattia ha già iniziato ad aggredirlo e a scrivere, forse, la parola fine al romanzo criminale di Quindici.

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