Pubblicato il: 3 dicembre 2017 alle 7:30 am

Nel nascere e nel morire si e’ da soli, mentre la vita impone l’autosufficienza Prima la forza di crescere, poi i riferimenti familiari, quindi la fede, ma tutta l’esistenza e' una sfida con se stessi

di Giosuè Battaglia.

Roma, 3 Dicembre 2017 – L’aforismo “A nascere e morire si è da soli”, contempla due stati che rappresentano gli eventi più importanti della vita, con i quali veramente ognuno si trova da solo ad affrontare una trasformazione. La vita stessa è “un nascere e un morire continuo”, e continuo è essere da soli in ogni situazione. Sì, perché in un modo o nell’altro, ogni individuo affronta da solo ogni problema che gli si presenta. A partire dai primi passi, nonostante si è guidati, il bambino mette da solo in atto la propria volontà di sfidare il pericolo della caduta e si lascia all’equilibrio. Allo stesso modo, a tappe si muove in tutta la sua vita. Così nelle decisioni da prendere scatta lo spirito individuale che addossa la responsabilità unicamente alla propria persona e la decisione ultima viene presa dopo aver valutato le varie posizioni suggerite da altri e limate secondo la propria stima e questo poi porta a essere soli nell’esprimersi. Ancora più solo rendono i modi che sembrano darti una piena autonomia di pensiero, di comportamento perché ti lasciano ancora più indeciso. Si, perché essere soli, dopo aver valutato i vari consigli che ricevi prima della decisione da prendere, è diverso dal ricevere un secco: «fai come vuoi, hai un cervello per pensare», con il quale si viene lasciati appunto da soli. E allora l’individuo, per la maggior parte, evita certe situazioni e certe posizioni che lo vedrebbero da solo, specialmente quelle posizioni che necessiterebbero di supporto in atteggiamenti per il vivere sociale, per il lavoro, per la giustizia. Siccome tutto questo crea problemi e sicuramente quel vuoto dell’essere solo, potrebbe essere riempito solo dalla mamma, l’uomo cerca nella fede religiosa quello che gli manca. Ma anche qui non trova un accompagnatore alle sue molteplici esigenze, perché il tutto rappresenta un di là da venire che però da forza allo spirito.

L’essere umano ha la percezione di non sentire questa sua solitudine, attraverso rapporti umani, sociali, di lavoro che alla fine riveleranno le proprie caratteristiche per lo più malefiche, come l’invidia, la persecuzione, i cattivi consigli e quindi fanno sentire ancora più solo ciascuno, perché ancor di più ha modo di constatare che stare da soli, forse potrebbe essere un rimedio in diversi casi. Alla fine ognuno di noi si lascia andare nell’assolo che mette fine all’esistenza, andando da solo, incontro al suo «Porto quieto».

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