Pubblicato il: 7 dicembre 2017 alle 9:00 am

«Io, imprenditore assediato dalla mafia, non lascero’ la Sicilia, se ne andassero loro» La storia, terribile e meravigliosa, di Gianluca Maria Calì che si oppone da anni a minacce e intimidazioni di Cosa Nostra. «C’è chi pensa che tenere le bocca chiusa significhi non avere colpe»

di Arcangela Saverino.

Palermo, 7 Dicembre 2017 – «Sto aprendo una nuova attività e vorrei fosse chiaro che mai e poi mai pagherò nulla che non siano le imposte dello Stato! Per cui se qualcuno ha intenzione di venire a chiedere qualcosa per i carcerati o le loro famiglie o ancora per pagare gli avvocati sappia che deve andare al diavolo! Io non pago!», firmato «un normale imprenditore». Ma Gianluca Maria Calì non è un normale imprenditore, non in Sicilia dove «la mafia uccide, il silenzio pure», sosteneva Peppino Impastato.

Palermitano, appassionato d’auto, classe 1973, Calì da dipendente di concessionaria decide di aprire una sua azienda a Casteldaccia, in provincia di Palermo. Le cose vanno alla grande e, ben presto, sbarca al Nord, aprendo una nuova sede a Milano. Ma nel 2011 iniziano i primi problemi, scaturiti all’aggiudicazione all’asta di una villa appartenuta prima a Michele Greco, detto il Papa, uno dei padrini più influenti della vecchia gerarchia di Cosa Nostra, poi al boss di Bagheria Michelangelo Aiello. Non è tutto. Calì, con la sua fiorente attività, attira l’antipatia del suo concorrente Antonino Giuseppe Maria Virruso, socio della concessionaria d’auto “Car Center s.r.l.”, oggi condannato a otto anni di reclusione per essersi avvalso della famigghia mafiosa per mettere in atto le intimidazioni contro chi «interferiva nei suoi affari», nonché di Francesco Lombardo, altro boss della zona.

E’ il 3 aprile del 2011. Alle ore 02:27 le telecamere del punto vendita Calicar riprendono due soggetti con il capo travisato da un cappuccio che, dopo avere cosparso di liquido infiammabile quattro autovetture parcheggiate nel piazzale antistante l’autosalone, appiccano il fuoco. Qualche settimana prima i mafiosi locali erano andati a fargli visita, dicendogli che «faceva troppo di tutto». Ma Calì dice no. Non paga e denuncia i suoi estorsori. Non finisce qui. Nel corso di una gara automobilistica, cinque bulloni della ruota della sua auto saltano tutti contemporaneamente. Va fuori strada, ma si salva. Dopo l’attentato, nei mesi di giugno e ottobre, si presenta anche Sergio Flamia, 40 omicidi alle spalle e oggi collaboratore di giustizia, perché serviva «un contributo per mantenere i carcerati e le loro famiglie e per pagare gli avvocati», in cambio offriva la propria “protezione”. Dalle denunce, anche di altri imprenditori, prende vita un’indagine che conduce all’arresto di 22 persone affiliate al clan di Bagheria e condannate a settembre del corrente anno.

Dal 2011, però, il fatturato dell’azienda comincia a calare e, dal giorno dell’attentato, la vendita delle auto subisce una inspiegabile diminuzione. «Questo perché l’ufficio marketing della mafia, che reputo uno dei migliori al mondo, è riuscito a farmi terra bruciata attorno», racconta a neifatti.it. Iniziano i licenziamenti dei 24 dipendenti fino alla disperata decisione di chiudere l’azienda. «Il 19 gennaio 2017, dopo l’ennesima telefonata da parte della banca per ricordarmi che ero in ritardo con il pagamento del mutuo, mi sono lasciato andare ad un momento di sconforto legato anche al fatto che in giro continuavo a vedere autovetture con l’adesivo dell’azienda di Virruso “Car center”, nonostante fosse già in carcere e condannato». La mafia, ci ricorda, si sconfigge quotidianamente con le piccole cose, per esempio con quello che definisce l’ “acquisto etico”. Nel suo tono c’è l’amarezza di chi sogna una terra affrancata e libera dai suoi aguzzini, ma sa che sradicare il cancro è un’impresa da titani. «Noi siciliani abbiamo un’idea sbagliata, quella secondo cui far finta di niente equivale a non avere colpe. Scegliere di non scegliere, invece, è una decisione inequivocabile, quella di favorire i mafiosi».

Il coraggio non gli manca e, alla fine, Calì non si arrende, non vuole darla vinta ai suoi nemici. Anzi, decide di aprire una nuova attività, un’agenzia immobiliare, sfidando la mafia pubblicamente, con una foto e un messaggio che dimostrano il suo animo battagliero. Le uniche armi a sua disposizione in questa dura guerra sono le denunce e l’ostinazione nel continuare a fare impresa, senza subire l’onta del pizzo.

Lo Stato, le istituzioni dove sono stati in tutto questo periodo? «Purtroppo, mio malgrado, devo dire che non hanno fatto quello che avrebbero dovuto nei tempi e nei termini previsti dalla legge. Spesso la burocrazia uccide più della mafia». Calì, tra le tante cose, porta avanti una battaglia per raggiungere l’efficienza nel contrasto alla mafia dal punto di vista amministrativo e burocratico perché la criminalità organizzata non si vince solo con la sua repressione, ma anche attraverso l’attività sociale. Se la mafia colpisce, lo Stato deve proteggere. Dovrebbe.

C’è un altro fatto che lo addolora. Nel 2015 l’organizzazione mafiosa lo ha raggiunto fino a Milano. I tentacoli della piovra sono arrivati fin sotto la scuola dei figli, nel centro della città: il 19 ottobre una Mercedes nera con i vetri oscurati si presenta al suono della campanella e il suo conducente, un uomo dal forte accento siciliano, chiede alla baby sitter: «Sono i figli di Calì?», mentre il navigatore satellitare all’interno dell’autovettura tuona «Sei arrivato a destinazione». Il successivo 26 ottobre un nuovo episodio coinvolge la moglie nella sua agenzia di pratiche automobilistiche, dove si presenta un finto finanziere. Anche questa volta Calì decide di denunciare quelle che lui considera intimidazioni, ma la Procura di Milano non gli crede e, nel marzo 2016, archivia le accuse, definendo palesemente falsi i fatti, raccontati allo scopo di tenere alta l’attenzione del mass media su di sé. Da allora sulla sua persona si è abbattuta la scure “dell’antimafia per interessi”. Un professionista dell’antimafia, lo definirebbe Sciascia. «Da queste accuse io mi difendo con un dato oggettivo: la sentenza che è stata emessa da un Tribunale della Repubblica il 27 settembre 2017 che ha condannato i miei estorsori» racconta. Allontana il proposito di aprire una polemica contro i giudici milanesi perché sa che «questo favorirebbe solo ed esclusivamente i mafiosi», ma non ha dubbi sul fatto che la mafia ha voluto continuare a minacciarlo. «Chi, al mio posto, dopo tutto quello che ho fatto e subito, riuscirebbe ad essere sereno dopo tali episodi intimidatori? Non ho fatto altro che tentare di proteggere la mia famiglia». Chi parla è un uomo che ha imparato a difendersi dalla mafia, ma non dalla delegittimazione che proviene dalle persone comuni. Un uomo che non si ferma e che vuole dimostrare la veridicità dei fatti denunciati a Milano, provando che la mafia locale ha interessi nel capoluogo lombardo.

Di diverso avviso è la Procura di Palermo, secondo cui “emerge la chiara matrice mafiosa connessa all’attività illecita posta in essere nei confronti del Calì, nonché la sua piena collaborazione fornita all’autorità”. In particolare, uno dei pentiti, Antonino Zarcone, racconta che i mafiosi locali, venuti a sapere dell’acquisto di un capannone ad Altavilla Milicia per l’apertura dell’autosalone (dopo l’incendio appiccato a Casteldaccia), lo volevano “contattare per vedere di farlo mettere in regola e fargli uscire qualcosa di soldi”, ma questo non voleva sentire nulla di pagare estorsioni o di uscire soldi per quanto riguarda il mantenimento dei detenuti”. Lo stesso Zarcone dà agli amici il consiglio di stare attenti “a questo personaggio in quanto era facile a denunziare e di starci con le pinze”.

Ancora oggi Calì subisce intimidazioni: qualche giorno fa dalla ruota della sua auto sono spariti tre bulloni. Pare che la mafia preferisca farlo fuori facendo credere che sia stato un incidente. Anche stavolta ha denunciato. Nel frattempo continua la sua quotidiana lotta contro la piovra. E alla domanda se ha mai pensato di lasciare il Paese risponde «Sì, ci ho pensato. Ma sono giunto alla conclusione che non sono io a dover andare via, ma loro».

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