Pubblicato il: 9 dicembre 2017 alle 12:55 pm

Lavoro: Italia sempre peggio, lo dice la Fondazione Di Vittorio «Mai così tanti lavoratori nell’area del disagio», sostiene l’Istituto della Cgil. «Sono 4 milioni 492 mila persone nel primo semestre 2017 ed è il dato più alto degli ultimi dieci anni»

di Giulio Caccini.

Roma, 9 Dicembre 2017 – Arriva  –  presto e circostanziata – dalla Fondazione Di Vittorio la risposta alla recente rilevazione Istat che parlava di un boom degli occupati a termine anche nel terzo trimestre dell’anno e alle conseguenti dichiarazioni entusiastiche da parte di alcuni componenti dell’esecutivo di governo (e del segretario del Pd). La ricerca pubblicata dall’Istituto nazionale della Cgil per la ricerca storica, economica, sociale e della formazione sindacale, dice che sono 4 milioni 492mila le persone che nel nostro Paese si trovano nella cosiddetta area del disagio occupazionale (cioè coloro che in modo involontario svolgono un lavoro temporaneo o a tempo parziale), con un incremento del 45,5% rispetto al 2007.

Il tasso del disagio è pari al 20% (rispetto al totale degli occupati). Il più alto degli ultimi dieci anni. Al Sud (23,9%) è maggiore rispetto al Nord (17,7%). Nell’occupazione femminile più alto (26,9%) rispetto a quella maschile (15,2%). L’analisi per classi di età, poi, registra nella fascia 15-24 anni una percentuale di disagio del 60,7%, in aumento di ben 21 punti rispetto al 2007; segue la fascia 25-34 anni con un tasso del 32% (era il 19% nel 2007).

«Cresce l’occupazione, ma quale occupazione?» si chiedono gli estensori del dossier. Per i quali, a due anni dalla introduzione del Jobs Act, il disagio generato dalla precarietà dell’impiego e/o dal numero ridotto di ore di lavoro continua a crescere e investe ormai un occupato su cinque, pari a quasi 4 milioni e 500 mila persone, con un aumento tendenziale dell’1,5% nel I° semestre 2017, pari a +67 mila unità, tutto imputabile al lavoro temporaneo involontario aumentato nell’ultimo anno del 7,8%, pari a +195 mila persone. E questo fenomeno, che interessa soprattutto i giovani, presenta ormai il carattere di dinamica strutturale, come dimostra l’aumento del tasso di disagio negli ultimi 10 anni.

L’area del disagio – formata dagli occupati in età compresa tra 15 e 64 anni che svolgono un’attività di carattere temporaneo (dipendenti o collaboratori) perché non hanno trovato un’occupazione stabile (temporanei involontari) oppure sono impegnati a tempo parziale (anche autonomi) perché non hanno trovato un’occupazione a tempo pieno (part-timer involontari) – continua a crescere e conta nel primo semestre 2017 il numero record di 4 milioni e 492 mila persone, 2 milioni 689 mila temporanei involontari e 1 milione 803 mila part-time involontari).

Il tasso di disagio occupazionale è più alto tra i lavoratori stranieri (poco più di un lavoratore su tre), rispetto a quelli con cittadinanza italiana (18,4%). Il disagio è più alto tra i lavoratori con basso titolo di studio (licenzia media), pari al 22,8%, vale a dire 5,3 punti sopra il tasso relativo a chi ha una formazione universitaria. L’analisi per settori di attività, infine, riconosce negli “altri servizi collettivi e personali” e in “alberghi e ristoranti”, i comparti nei quali questa condizione è più frequente (39% degli occupati).

Per il presidente della Fondazione Di Vittorio, Fulvio Fammoni: «Nel nostro Paese, continua un processo di progressiva precarizzazione e dequalificazione dell’occupazione, che ha portato l’area del disagio al punto più alto degli ultimi dieci anni, penalizzando particolarmente le fasce di età più giovani. Contestualmente continua a peggiorare anche la qualità della nostra occupazione in termini di qualifica professionale, in controtendenza con quanto avviene nel resto d’Europa».

Severo il commento anche della segretaria confederale della Cgil, Tania Scacchetti: «Lo studio della Fondazione di Vittorio dimostra come quella del Governo su crescita e ripresa del Paese sia pura propaganda. Aumentano i lavoratori nell’area del disagio e si allarga la forbice delle disuguaglianze a causa di scelte politiche che hanno ridotto diritti e tutele, sostenuto la flessibilità del mercato del lavoro e favorito gli incentivi a pioggia alle imprese attraverso la decontribuzione. Per queste ragioni – aggiunge la dirigente sindacale – non è più rinviabile un cambio di passo nelle scelte di politica economica e del mercato del lavoro. Le risorse – spiega – devono essere indirizzate verso gli investimenti, così da poter valorizzare saperi, ricerca e innovazione». Infine, conclude Scacchetti: «Il lavoro buono, stabile e di qualità deve essere precondizione per lo sviluppo e non può essere considerato una condizione di privilegio che impedisce la competitività».

Il disagio, come è stato detto, è maggiore nel Mezzogiorno che nel Nord, nell’occupazione femminile rispetto a quella maschile: segno che nessuna politica seria è stata posta in essere negli ultimi anni né in favore del Sud della Penisola (svaniti i vari Planner) né per equilibrare il divario uomini-donne nel mercato del lavoro, divario che torna di moda denunciare solo in occasione di ricorrenze speciali che riguardano le politiche e le battaglie a sostegno delle donne.

“Il dato generale che emerge, in buona sostanza – si legge nelle conclusioni dell’indagine –  la traduzione in termini di occupazione di un altro fenomeno, apparentemente disgiunto ma di fatto connesso, quello del peggioramento della qualità dell’occupazione in termini di qualifica professionale. Il difetto di occupazione registrato in Italia rispetto alla media dell’Unione Europea è quasi tutto imputabile alle occupazioni di fascia alta, anche a causa delle ridotte dimensioni delle imprese e per la modestia degli investimenti in ricerca e sviluppo (i motivi principali dal lato della domanda), nonché per il basso livello di istruzione della forza lavoro (il motivo principale dal lato dell’offerta)”.

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