Pubblicato il: 10 dicembre 2017 alle 12:00 pm

Detenuto in attesa di giudizio: innocente presunto, ma colpevole per la societa’ Il dramma di chi è in preda allo stato di angoscia in attesa del verdetto di un magistrato giusto e “liberatore”

di Giosuè Battaglia.

Roma, 10 Dicembre 2017 – In generale, essere in attesa di giudizio implica un intervallo, di solito lungo nel campo della giustizia, che si manifesta abbastanza stressante prima della decisione finale. Infatti si stimano in oltre trentamila i detenuti in attesa di questo verdetto finale, mettendo fine a un epilogo che spesso rappresenta una liberazione al proprio stato di sofferenza. E’ il caso rappresentato da quelle persone che si trovano rinchiusi e che incarnano “il carcere degli innocenti”, cioè quella parte più soggetta a vivere una realtà cruda, infelice, perché costretti a vivere una realtà quasi virtuale in quanto sanno di essere in una situazione che non risponde all’accusa subita. Gente vittima di sviste, false testimonianze, scambi di persona. Quindi la realtà che vivono li porta ad essere facile preda dello stress, danni psicologici, disperazione e costretti a vivere in ambienti angusti non solo per il luogo, ma anche rispetto alla quotidianità vissuta prima che si concretizzasse il torto. Il tutto diventa ancora più brutale quando questa attesa viene vissuta da “libero”, cioè da non rinchiuso, in quanto la persona si sente ancora più avversata nella quotidianità dei rapporti sociali, nei quali si avverte una certa diffidenza da parte di chi sta intorno e nutre certi dubbi sulla persona stessa, dando la parvenza del controllo sia sulle parole che nel modo di fare. Sembra che gli interlocutori possano in ogni momento sbattere in faccia le accuse che hanno portato a quello stato di attesa.

Attendere un giudizio da “libero” è un’attesa ancora più cruenta, perché impedisce la libertà di movimento e la presenza costante di un fardello dal quale è difficile liberarsi. La persona innocente che si trova in questo stato, ne soffre e pensa al momento in cui potrà liberarsi del peso che si porta dietro. Si accorge che tutto sembra ritorcersi contro, a iniziare dallo sguardo talvolta sospettoso e accusatorio di chi mostra una certa diffidenza o curiosità, chi nega una richiesta coprendola con l’impossibilità a esaudirla. Tutto ciò viene evidenziato ancor più, quando ad esempio, l’incolpevole viene fermato dalle forze dell’ordine, magari per una semplice identificazione e viene guardato in cagnesco dagli agenti perché ne leggono la posizione sul monitor e magari ciò può instaurare altri meccanismi mentali. Egli si sente ancor più vessato quando si trova a dichiarare la sua posizione nei confronti dello stato penale, quando deve dichiarare ad esempio di non avere procedimenti penali in corso e talvolta ciò gli impedisce di partecipare a un concorso pubblico o far parte di organismi pubblici. E allora la persona ne soffre ancor più e il suo pensiero continuo è rivolto al momento in cui potrà essere veramente libero da una morsa che lo ha attanagliato per anni e spera che alla fine ci sia un giudice “liberatore” che possa interpretare al meglio la sua innocenza. Un giudice che giudicherà in piena coscienza, come quello a cui toccherà il Giudizio finale dell’esistenza.

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