Pubblicato il: 10 dicembre 2017 alle 10:00 am

Napoli esoterica, terza parte Lo spirito di Sancha a Santa Chiara, il mistero del coccodrillo che affascinò anche Dumas, la facciata ‘musicale’ del Gesù Nuovo. Ultimo itinerario di neifatti.it tra storia, arte e leggende partenopee

di Vittoria Maddaloni.

Napoli, 10 Dicembre 2017 – La storia di Napoli è pervasa di leggende e miti, che si perdono tra realtà e fantasia, tra strade e vicoli, tra luci e ombre. Dopotutto, come diceva il grande Peppino De Filippo: «Non è vero… Ma ci credo».

La gotica Basilica di Santa Chiara rappresenta uno dei più importanti complessi monastici di Napoli realizzata dall’architetto Gagliardo Primario tra il 1310 e il 1328 per volere di Roberto D’Angiò e della moglie Sancha di Maiorca. Oltre a diversi avvenimenti importanti, tra cui un episodio legato allo scoppio della Battaglia di Lepanto, è in questo luogo che la storia e la bellezza si fondono con il mistero.

Tutt’oggi nella Basilica di Santa Chiara ciò che inquieta e incuriosisce è la presenza di uno spirito. Tra le mura di questo antico luogo di culto è possibile avvertire la presenza del fantasma di Sancha che dal 28 luglio del 1345, giorno in cui la donna venne tumulata nel monastero, vaga per la il monastero, tra i chiostri adiacenti, i viottoli e i suoi giardini. Sancha vestita con un abito lungo cammina a passo lento senza una meta con il capo chino e le mani giunte come se stesse pregando. Triste, insicura e con un’espressione terrificante, quest’ultima alzerebbe lo sguardo e fermerebbe il suo cammino solo in rare occasioni.

Lo spirito di Sancha ed il suo volto bagnato dalle lacrime non sono stati mai descritti in modo perfetto poiché si narra che chiunque abbia osato disturbare la sua preghiera abbia immediatamente perso la vita. Ancora oggi sono in molti a pensare erroneamente che il fantasma della Basilica di Santa Chiara sia quello di Giovanna I d’Angiò la quale fu fatta assassinare da Carlo di Durazzo il 12 maggio del 1382. La sovrana venne sepolta in un luogo sconosciuto o in una zona della sagrestia di Santa Chiara.

Vari luoghi della città di Napoli sono legati al mistero. Uno fra tutti il Castel Nuovo, detto anche Maschio Angioino. Storico castello medievale, il “Castrum Novum”, come lo chiamavano in origine i sovrani di casa d’Angiò, cela una delle più celebri leggende napoletane. Il Maschio Angioino ha nei sotterranei due prigioni: la “prigione della congiura dei Baroni” e la “fossa del miglio” che inizialmente era usata come deposito del grano. Ma proprio quest’ultima, con il passare del tempo fu usata per rinchiudere i prigionieri, tra gli altri anche il filosofo Tommaso Campanella. E da allora prese il nome di “fossa del coccodrillo”.  Benedetto Croce racconta, in “Storie e leggende napoletane”, l’origine di questa denominazione: «Era in quel castello una fossa sottoposta al livello del mare, oscura, umida, nella quale si solevano cacciare i prigionieri che si volevano più rigidamente castigare: quando a un tratto si cominciò a notare con istupore che, di là, i prigionieri sparivano. Fuggivano? Come mai? Disposta una più stretta vigilanza allorché vi fu cacciato dentro un nuovo ospite, un giorno si vide, inatteso e terrifico spettacolo, da un buco celato della fossa introdursi un mostro, un coccodrillo, che con le fauci afferrava per le gambe il prigioniero, e se lo trascinava in mare per trangugiarlo».

Non poté resistere al fascino del mistero del coccodrillo neanche Alexandre Dumas che nella “Storia dei Borbone di Napoli” scrisse: «Da questa bocca dell’abisso, dice la lugubre leggenda, uscendo dal vasto mare, appariva un tempo, l’immondo rettile, che ha dato il suo nome a quella fossa».

Ma da dove proveniva questo coccodrillo? La leggenda narra che fu portato a Napoli dall’Egitto, dalla regina Giovanna II che sposò nel 1415 Giacomo di Borbone. Tutti la ricordano grazie all’imponente mausoleo di San Giovanni a Carbonara che ella stessa fece costruire. Antonio Caracciolo, detto Carafa, la descrive come «Bella e seducente, vana e mutevole, ma buona e di buon senso, se ne viveva in letizia di facili amori». E proprio questi “facili amori” doveva nascondere nelle segrete di Castel Nuovo dando in pasto al coccodrillo, tramite una botola, tutti i suoi amanti. Secondo alcuni, anche le profondità del Castel dell’Ovo erano piene di fosse, con punte di spada e lame di rasoi, nelle quali la regina faceva precipitare i suoi amanti.

Un’altra leggenda narra invece che a inventare la fossa del coccodrillo fu Ferrante d’Aragona, re di Napoli dal 1458 al 1494. Il sovrano gettò lì, dopo averli attirati in un tranello, numerosi Baroni protagonisti d’una congiura ai suoi danni. Secondo Croce fu proprio re Ferrante a disfarsi del coccodrillo. Decise di ucciderlo gettandogli in pasto una coscia di cavallo. Morto soffocato, l’animale fu pescato, impagliato e appeso alla porta d’ingresso.

La splendida chiesa del Gesù Nuovo a Napoli si trova nella omonima piazza del Gesù, una piazza ricca di capolavori che comprende anche il monastero di Santa Chiara con il bellissimo campanile, e l’affascinante guglia dell’Immacolata. Ma la chiesa del Gesù Nuovo non è solo una delle più belle chiese monumentali di Napoli e vero capolavoro dell’arte barocca ma è anche un edificio che per secoli ha fatto parlare di se per un mistero tutto napoletano svelato solo qualche anno fa.

Il suo magnifico bugnato, che anni fa finì anche sul retro delle diecimila lire, riportava dei segni, delle scritte sulle bugne sul cui significato per secoli c’è stato un alone di mistero. C’era chi parlava di occulto, chi di alchimia e chi dei segreti che i maestri pipernai si trasmettevano oralmente. Altri sostenevano che le scritte sarebbero servite a convogliare le energie positive dall’esterno all’interno dell’edificio alimentando le tante leggende sorte attorno al palazzo. Altri invece sostenevano che fossero solo i simboli delle diverse cave di piperno dalle quali provenivano le pietre.

Solo di recente il segreto della chiesa del Gesù Nuovo è stato svelato. I simboli incisi sul bugnato della facciata della bella chiesa del 1584 sono lettere dell’alfabeto aramaico, la lingua parlata da Gesù, che possono essere anche “suonate”.  Sono solo sette segni e ognuno corrisponde a una delle note.  Infatti osservando bene le pietre nere vulcaniche si scoprono dei segni di circa dieci centimetri che sono lettere aramaiche. Lette in sequenza da destra a sinistra, guardando la chiesa, dall’edificio del liceo Fonseca a quello del liceo Genovesi, e dal basso verso l’altro, le incisioni, possono essere tradotte in note, e la loro combinazione crea una musica della durata di quasi tre quarti d’ora.

La musica scolpita nella facciata di questo pentagramma a cielo aperto, è stata decifrata da uno storico dell’arte, Vincenzo De Pasquale, specializzato nel Rinascimento napoletano che ha lavorato assieme a un padre gesuita ungherese, esperto di aramaico, nella cittadina ungherese di Eger quasi ai confini con l’Ucraina. Un musicologo ungherese, Lòrànt Réz, è poi riuscito a far concordare lettere e note, abbozzando lo spartito.

I segni che sono incisi sul bugnato della facciata del Gesù Nuovo sono dunque la partitura di un concerto per strumenti a plettro (mandole e affini) che fu anche eseguito tempo fa proprio nella chiesa per celebrare la scoperta. Anche in questo caso è d’obbligo concludere dicendo: Napoli non finisce mai di stupirci.

Napoli esoterica, seconda parte.

Napoli esoterica, prima parte.

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