Pubblicato il: 10 dicembre 2017 alle 8:00 am

Nessun dorma, bisogna ritrovare il concetto di identita’: «Io chi sono?» E’ un viaggio pieno di rischi e di trabocchetti che ci porta ai vertici e agli abissi della nostra esistenza. Per questo deve esserci alleanza tra societa' e individuo in una relazione positiva

di Francesco Rettura*.

Roma, 10 Dicembre 2017 – Nel Vangelo di Marco (33,34) si dice: «Vegliate perché non sapete quando è il momento». Più di una volta ho fatto usare ai miei allievi il Vangelo come ottimo testo di Psicologia generale per la sua capacità di sintetizzare situazioni complesse nelle quali è difficile separare il destino collettivo dal destino individuale.Lo dico perché sento quanto sia difficile per le persone, in questo momento storico, definire con chiarezza la propria posizione e le ragioni delle proprie scelte. Ci siamo abituati a rappresentarci come “società liquida” e così quasi a poter sempre giustificare quelle aree ambigue del nostro comportamento, nelle quali il “non definito” può sospendere qualunque soluzione o conclusione certa del nostro agire sociale ed individuale.

Peccato che per la nostra psiche le cose vadano in modo molto diverso. Perché la nostra psiche sopporta per tempi brevi il ‘non-definito’, avendo bisogno di ancoraggi chiari, di situazioni manifeste, di fatti che corrispondono a definizioni condivise.

Lo spazio della ‘non-definizione’ si rende possibile quando, tanto a livello individuale quanto a livello collettivo, sono bassi i livelli di consapevolezza e il nostro IO trova vantaggioso rintanarsi in una “zona rifugio” al momento comoda, che in realtà non solo è illusoria ma anche più dispendiosa, perché poi il nostro inconscio alla fine chiede il conto che risulterà piuttosto salato. Significa che così la nostra psiche accumula “rinforzi negativi” che andranno a sabotare i nostri sistemi decisionali deteriorando sempre di più il nostro livello di consapevolezza, la nostra autostima, la legittimazione del nostro agire sociale.

È antica acquisizione, della sociologia e della psicologia, l’interesse del potere a mantenere i cittadini in una deprivazione di comunicazione sociale, non solo relativamente alle informazioni veicolate quanto più alla disponibilità di griglie di lettura e di autonomia critica dei soggetti individuali. Intanto può essere comodo per il singolo individuo nascondersi nell’anonimato del “così fan tutti”, ed allora il gregge è pronto a seguire il pifferaio di turno. A questo punto quando arriverà comunque il “momento” nella politica, nel lavoro, nell’amore, nell’amicizia, se saremo pronti, ci riconosceremo soggetti ed arbitri della nostra storia e della ricaduta che questa ha nella storia degli altri, rileggendo in toto il senso della nostra vita; se, invece, il momento ci coglierà distratti, allora sarà un imprevisto terribile che noi non governeremo, che annulla o interrompe il senso della nostra vita, e ci sentiremo vittime della sfortuna, della cattiveria degli altri e del mondo, sorpresi e smarriti da una realtà che avrebbe tradito i nostri sogni, disarmati verso qualunque sogno di riscatto, a meno di non trovare un nuovo pifferaio pronto a rubarci l’anima.

E questa anima può essere rubata individualmente e socialmente. Ci sono individui traditi e popoli traditi. Cosa fare, allora?

È il momento di contattare un concetto ultimamente tirato per la giacca da molte parti e con intenti contraddittori: il concetto di identità. Non è facile rispondere alla domanda: “Chi sono?”.

L’identità vuole una identificazione attraverso un processo inconscio e trasformativo col quale ci facciamo simili ad una persona o ad una “qualità”, tanto in senso positivo quanto in senso negativo, quando, per esempio, facciamo nostro il desiderio represso di un’altra persona (identificazione negativa). Con lo stesso meccanismo, al positivo, possiamo arricchire la nostra personalità e garantire la crescita di ideali e valori utili alla formazione e strutturazione del nostro carattere (identificazione positiva). Così possiamo comprendere la “costruzione identitaria” che procede in maniera psicologicamente corretta quando l’individuo si percepisce come soggetto unitario della propria esperienza, quando si riconosce come uguale a se stesso pur nella diversità delle immagini con le quali si può rappresentare, quando percepisce di essere diverso da tutti gli altri nonostante le somiglianze che riconosce nelle relazioni con gli altri dovute alle categorie alle quali appartiene ed è in grado di rispondere alla domanda: “Chi sono?” (identificazione positiva).

L’identità non è un prodotto, è invece un processo, perché attraversa in continuazione le nostre limitazioni e le nostre inadeguatezze: un viaggio pieno di rischi e di trabocchetti che ci porta ai vertici e agli abissi della nostra esistenza. Per questo deve essere nutrita e tutelata e, perché questo accada, deve esserci alleanza tra la società e l’individuo, in una relazione positiva che vede crescere entrambi in un processo che garantisca il potere di lottare, il potere di lasciare andare, il potere di amare, il potere di creare. Soltanto così saremo cittadini psicologicamente sani, disponibili al confronto e non allo scontro stupido e violento, pronti a riconoscere quello che ci unisce e non quello che ci divide, ricordando che questo mondo ci è dato in prestito dai nostri figli.

*Psicologo – Psicoterapeuta

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