Pubblicato il: 12 dicembre 2017 alle 1:00 pm

Carbone, petrolio, gas: le tre piaghe del clima continuano a prosperare Quasi 4.000 ospiti sono invitati al "One Planet Summit" voluto dalla Francia per (ri)mobilitare la comunità internazionale per combattere il riscaldamento globale

da Parigi, Teresa Terracciano.

12 Dicembre 2017 – Carbone, petrolio, gas: i tre combustibili del riscaldamento globale, rappresentano i 4/5 della produzione mondiale di energia primaria e sono responsabili di quasi 9/10 delle emissioni di biossido di carbonio (CO2). Un cocktail dannoso di cui carbone è la componente più nociva, poiché ha un peso di oltre il 40% nelle emissioni.

Al COP23 (6-18 novembre a Bonn, in Germania), il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres stesso ha implorato la fine degli investimenti in energie che promettono al pianeta «un futuro insostenibile». Questa conferenza ha visto anche la creazione, su iniziativa del Regno Unito e del Canada, di una coalizione per l’abbandono del carbone, forte di venticinque paesi e comunità che sperano di raddoppiare il loro numero in un anno. Una coalizione tuttavia evitata dai maggiori consumatori di questo minerale (Cina e India) come dalla Germania, che sta lottando per emanciparsi da lignite e carbone e la cui Cancelliera, Angela Merkel, è stata accolta il 15 novembre da un “tappeto rosso” con scritto: “Keep it in the ground” (lascialo nel sottosuolo).

Rimane ancora molto da fare, compreso l’Europa e la Francia. L’organizzazione Friends of the Earth ha prodotto uno studio che punta a investimenti da parte di gruppi assicurativi e bancari francesi nel settore del carbone, pari a oltre 2,7 miliardi di dollari (2,3 miliardi di euro), e riporta che “le lobby dell’industria del gas” all’interno dell’Unione europea continuano a sostenere i combustibili fossili, e il coinvolgimento della Francia nei progetti internazionali di gas.

In cifre:

37 Gt: in miliardi di tonnellate (Gt), è la quantità di CO2 emessa nel mondo nel 2017 attraverso la combustione di combustibili fossili e l’industria, secondo il Global Carbon Project. È aumentato del 2% rispetto al 2016 e quasi del 70% rispetto al 1990. Rappresenta il 90% delle emissioni totali di CO2 (41Gt), il resto proviene dall’uso del suolo, in particolare la deforestazione.

43% è la quota di carbone nelle emissioni globali di CO2 del settore fossile nel 2016. È del 37% per il petrolio e del 20% per il gas.

28% è il peso della Cina nelle emissioni di CO2 del settore fossile e dell’industria nel 2016. Poi arrivano gli Stati Uniti (15%), l’Unione europea (10%) e l’India (7%). Ma cumulativo nel periodo 1870-2016, la quota degli Stati Uniti è del 26%, davanti all’Europa (22%), alla Cina (13%), alla Russia (7%), al Giappone (4%) e India (3%).

La Climate Policy Initiative, una società di esperti in materia di finanza per il clima, pubblicava in ottobre un rapporto su tutti i flussi finanziari relativi al clima. Si arriva a un totale di 410 miliardi di dollari l’anno spesi per questi problemi. La somma comprende anche gli investimenti effettuati nei paesi sviluppati. Un mercato in crescita, che ha superato i 100 miliardi di dollari nel 2016 e dovrebbe superare i 130 miliardi nel 2017. Francia e Cina sono i primi due paesi a emettere questi “green funds”.

Nel suo programma presidenziale, Emmanuel Macron aveva promesso la chiusura, entro la fine del quinquennio, delle ultime quattro centrali elettriche a carbone in Francia: le unità Cordemais (Loire-Atlantique) e Le Havre (Seine-Maritime), gestito da EDF, e quelli di Gardanne (Bouches-du-Rhône) e Emile-Huchet (Moselle), proprietà di Uniper. Ma una comunicazione del Consiglio dei ministri prevede che «entro il 2022 tali impianti saranno “chiusi” o convertiti in minori soluzioni di carbonio».

Dal 3 al 14 dicembre 2018, al COP24 di Katowice, si spera che i negoziatori si decidano a trovare e applicare soluzioni a questa complessa questione di cui fino ad oggi si è solo discusso.

neifatti.it ©