Pubblicato il: 22 dicembre 2017 alle 11:00 am

In una Berlino tappezzata di adesivi nazisti, il vero messaggio di Natale Dal buonismo dei film delle feste a una notizia realmente buona. La storia di Irmela che cancella l’odio dai muri, sperando di eliminarlo dai cuori

da Berlino, Fritz M. Gerlich.

22 Dicembre 2017 – C’è chi lo ama e chi proprio non lo sopporta. E’ il Natale: luci nelle strade, ore di shopping per scegliere i regali, serate in famiglia, colore rosso dappertutto, neve finta, abbuffate (come dite voi in Italia, da noi qualcosa tipo grosses fressen) a tavola, sorrisi a volte sinceri a volte forzati. Quando inizia il mese di dicembre, se non prima, riprende come ogni anno il rituale natalizio fatto di gesti e di un’estetica cui siamo abituati: alberi addobbati, luci, regali, auguri eccetera eccetera. Questa atmosfera che ci accompagna per più di un mese ha un suo valore e una sua bellezza. Da bambini il Natale rappresentava un periodo magico, l’attesa dei regali, dei giochi tra parenti, la funzione religiosa… Tutto ciò emozionava e nel complesso costituiva ciò che molti chiamano l’atmosfera del Natale.

Nonostante questo, il mondo intorno a noi non cambia a Natale, nessuno diventa più buono, le notizie sono le solite. Per non dire dei problemi familiari, lavorativi, l’accentuazione dell’ipocrisia che consumiamo anche in questi giorni e mille altre cose. Così quella spiritualità che ognuno di noi desidera intimamente recuperare è una chimera.

Che c’è di meglio allora di andarci a cercare una notizia che sembra fatta apposta per donarci un po’ di fiducia nel prossimo?

E quella notizia la troviamo proprio qui a Berlino, nelle vesti di una distinta signora settantenne dai capelli bianchi e lo sguardo dolce, una forza e una determinazione che la mantiene giovane: Irmela Mensah-Schramm (nella foto) da trent’anni a Berlino stacca adesivi razzisti e nazisti da muri, cassette della posta, lampioni e segnali stradali, ma solo in questi giorni la stampa e i social ce l’hanno fatta conoscere. Di recente è uscito anche un docu-film che racconta la sua storia: THE HATE DESTROYER, “La distruttrice dell’odio”, opera di due documentaristi torinesi, Vincenzo Caruso e Fabrizio Lussu.

Girando per Berlino, sui muri lontano dal centro turistico o nei quartieri residenziali non è raro di questi tempi notare tristissime scritte xenofobe, se non addirittura filonaziste, simboli che si credevano ormai sepolti, come le odiose svastiche: Flüchtlinge raus (fuori i migranti), Merkel raus, Ausländer raus (fuori la Merkel, fuori gli stranieri). Tanto per dire che aria tira, il famoso libro di Hitler Mein Kampf, da un anno non è più vietato in Germania, e il Partito nazista è ormai legale (e anche l’apologia del passato) dopo una sentenza del gennaio 2017.

Le ragioni di questo clima hanno a che fare, certo, con la crisi economica e con la parallela crisi della politica, ma sono anche lo specchio di una débâcle culturale più verticale, che è quella che ha pensato che il nazismo fosse una reliquia del secolo scorso.

Nella capitale tedesca, già da circa un anno, un gruppo di ragazzi, otto giovani writer, Die kulturellen Erben (Gli eredi culturali), risponde all’idiozia nazista con un’arma intelligente, utilizzando la loro ironia e fantasia, essi trasformano le svastiche in opere di street art. Il progetto è molto piaciuto agli abitanti dei quartieri deturpati, tanto che ormai sono i proprietari delle case a richiedere l’intervento dei ragazzi.

Per la signora Mensah-Schramm, settant’anni e un passato da insegnante in una scuola per bambini diversamente abili, opporsi – anche solo simbolicamente – a chi professa la barbarie,  cancellare il simbolo del male radicale dai muri di Berlino è diventata una missione, da quando, una mattina del 1985, andando al lavoro, ha visto su un muro un adesivo razzista e lo ha staccato, poco a poco, con una chiave. La scritta riportava “Freedom for Rudolf Hess”, il gerarca nazista, il cosiddetto delfino di Hitler che stava scontando l’ergastolo nel carcere di Spandau, dove poi è morto suicida. Da allora la signora non ha più smesso di staccare adesivi. Ne ha letti di carattere prevalentemente antisemita, e più di recente soprattutto contro i rifugiati, donati poi al Deutsches Historisches Museum di Berlino, esposti in una sezione della mostra “Anti-semitic and racist stickers from 1880 to the present”. Gli slogan sugli adesivi sono spesso in inglese, affinché proprio gli stranieri di tutte le razze, destinatari dell’odio, li comprendano. Irmela tiene anche incontri nelle scuole, seminari, workshops e conferenze dove cerca di insegnare ai giovani a non farsi sedurre dal razzismo e dai neonazisti, convinta che tutti siamo chiamati a tenere desta la memoria, a incidere nella ricostruzione della cultura antinazista e a educare alla democrazia.

I neonazisti tedeschi l’hanno aggredita e continuano a tappezzare Berlino con adesivi che le augurano la morte, ma lei prosegue per la sua strada e nel 1996 ha ricevuto la Croce al merito federale.

Questa è la sua storia e dovrebbe essere anche la nostra: quella di noi europei in un’Unione sempre più fragile, con contrasti sempre più radicati e violenti, noi che dobbiamo re-imparare a utilizzare il collante comunitario originario del rispetto degli altri come persone di qualunque etnia o cultura, a tutelare le libertà fondamentali, a condannare la violenza fisica contro i deboli, a contrastare oppressione, illiberalismo, sopraffazione, antidemocrazia, razzismo… Questo sarebbe un buon – e non buonista- messaggio di Natale.

neifatti.it ©