Pubblicato il: 24 dicembre 2017 alle 10:00 am

San Gregorio Armeno tra reliquie cristiane e culti misterici Uno spin-off dei nostri tour napoletani: la co-patrona della città Santa Patrizia, la Canefora di Demetra, il mito delle ancelle di Persefone

di Vittoria Maddaloni.

Napoli, 24 Dicembre 2017 – Abbiamo scritto più volte di Napoli, dei siti da visitare e dei misteri che si celano nel centro antico di questa straordinaria città, come di un tesoro tutto da scoprire, un viaggio ideale multiculturale dove il sacro e il profano convivono ancora nelle storie e nelle leggende tramandate nei secoli dai napoletani. E qui, nei vicoli antichi dove ogni crepa racconta una storia, si respira il profumo della tradizione incontaminata, soprattutto in alcuni particolari momenti dell’anno, come quando, in occasione del Natale, nel cuore del centro storico, affollato di bancarelle e oggetti simboli di Napoli, con le loro particolarità, la loro arte e l’inventiva, le botteghe di Via San Gregorio Armeno si popolano di statuette che raccontano il momento storico: dai personaggi tradizionali della Natività fino ai politici, ai cantanti, ai calciatori più rappresentativi dell’anno che volge al termine.

In realtà, nel suk napoletano dall’atmosfera unica, tra decorazioni, pastorelli, angioletti e gesù bambini, è Natale anche a Ferragosto.

Il quartiere che collega via San Biagio dei Librai a piazza San Gaetano vanta una tradizione secolare, per quanto riguarda la produzione di presepi e statuette. L’origine di questa usanza risale all’epoca classica: secondo un’antica leggenda, infatti, proprio in prossimità della Chiesa di San Gregorio armeno gli artigiani cittadini costruivano statuette ex voto che i devoti donavano alla dea Cerere. In seguito pare che Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, convertitasi al Cristianesimo, proprio in questo luogo fondò il suo monastero. Alcune testimonianze riportano che sempre in questa strada fu costruito nel V secolo il primo ospedale per i poveri. Oltre alla chiesa omonima, vi si trovano la chiesa di San Gennaro all’Olmo, il Palazzo della Domus Januaria (secondo la tradizione la casa di San Gennaro) e il palazzo settecentesco del Banco del Popolo. La stessa chiesa di San Gregorio, inoltre, è centro del culto tutto napoletano per Santa Patrizia: si racconta, infatti, che la santa morì proprio qui e che dal suo sepolcro si diffondesse una manna.

Ma nell’immaginario comune a ogni napoletano, San Gregorio Armeno è sinonimo di presepe: è in questa strada, infatti, che si trovano le botteghe degli artigiani ormai divenuti vere e proprie star, creatori delle celebri figurine note e ammirate in tutto il mondo.

La nascita del presepe, tuttavia, è relativamente recente, poiché risale alla fine del Settecento, quando il re Carlo III di Borbone affidò al suo consigliere spirituale Padre Rocco la missione di incentivare il culto della Sacra Famiglia presso il popolo napoletano. E i napoletani si danno da fare con ingegno e fantasia. Il termine, che nella sua derivazione latina praesepium indicava solo la mangiatoia, ideale di spirituale semplicità, con l’avvento del barocco aggiunge numerosi personaggi: venditori ambulanti, artigiani, pescatori, macellai. Il carattere sacrale iniziale viene completamente scardinato e subentra quello profano, che conferisce l’attuale spettacolare e unica dimensione teatrale.

Se riuscite ad aprirvi, con un po’ di forza, un varco tra la folla e decidete di abbandonare momentaneamente rumore, turisti, traffico, pizza, caos, presepi… Sarete sorpresi dal silenzio che troverete nell’enigmatico convento di San Gregorio Armeno. La Chiesa di San Gregorio Armeno, conosciuta dal popolo come Santa Patrizia, è uno degli edifici religiosi più antichi, grandi e importanti della città. Chiuso al pubblico fino a qualche anno fa, il convento è un vero gioiello che lascia senza fiato. Ha riaperto le porte dopo un lungo restauro grazie al rettore dell’Università Vanvitelli, Giuseppe Paolisso.

La struttura è a navata unica interamente affrescata da Luca Giordano, che dipinge la vita di San Gregorio Armeno e la fondazione dell’ordine monastico. E’ un luogo pieno di fascino e mistero, solare, mistico e austero, custode di decine di sacre reliquie – come il cranio di San Gregorio e il sangue di Santa Patrizia, che secondo la tradizione, come San Gennaro, rinnova il prodigio dello scioglimento del sangue – e allo stesso tempo di simboli profani.

Come anticipato, il nucleo medievale fu fondato dalle monache basiliane intorno al VIII secolo: furono loro,  in fuga dalla guerra iconoclasta, a portare a Napoli le spoglie di San Gregorio Armeno. Nel chiostro, una bellissima fontana barocca, affiancata da due statue raffiguranti il Cristo e la Samaritana, opere scultoree di Matteo Bottiglieri, serviti come abbellimento a un giardino che doveva essere il più possibile accogliente per coloro che, volenti o nolenti, come le ragazze napoletane di buona famiglia, passavano qui tutta la vita.

Il coro, da cui le monache di clausura, accedendovi dalle proprie stanze, senza passare dall’esterno, seguivano le cerimonie religiose lontano dagli sguardi dei fedeli, vanta un maestoso soffitto ricoperto da 600 assi di pioppo, legni preziosi sapientemente intarsiati. Nel coro delle converse, un tesoro fatto di organi del 1700, statue, sete e altarini decorati, ciascuno appartenente ad una monaca, troviamo l’effige di Santa Patrizia.

Si racconta che fosse una ragazza orientale, per alcuni discendente dell’Imperatore Costantino, fuggita a Napoli perché colta dalla vocazione religiosa: a lei il popolo napoletano tributò da subito una devozione pari solo a quella per San Gennaro. Infatti, con lui è co-patrona della città (Napoli ne conta ben 52!). Una saletta è dedicata ai numerosissimi ex voto di qualsiasi natura, presentati sotto forma di oggetti vari, appartenenti al soggetto graziato, come per esempio vestitini di bambini guariti da una malattia, abiti da sposa, busti correttivi, cuori, gambe, polmoni d’argento, quadretti raffiguranti la scena della disgrazia… Dolore, lacrime, speranza, fede. Essi hanno una tradizione antichissima, e rappresentano un ringraziamento per un bene ricevuto, un segno di affetto, di pietà infinita o di grande speranza, espressione di una religiosità semplice e personale, esempio significativo del rapporto primitivo tra l’uomo e Dio, e infine importante documento storico che racconta uno spaccato di vita popolare e di devozione senza tempo. Dolore, lacrime, speranza, fede, gioia, tutto in una piccola stanza.

La chiesa possiede poi un reperto unico a Napoli: una Scala Santa, un tempo presente in tutte le chiese medioevali; una volta era scala di penitenza percorsa in ginocchio dalle monache per tre volte fino a raggiungere il Crocifisso.

Ma qual è l’elemento profano, la particolarità poco nota ai turisti e agli stessi passanti?

E’ una piccola cosa, un bassorilievo misterioso, realmente un pezzo unico e raro, che rivela l’antico culto di Demetra, un’opera di grande importanza dal punto di vista storico e archeologico per Napoli.  Si trova quasi a livello della strada, deturpato dall’incuria del tempo e purtroppo dal vandalismo, proprio a due passi dalla Chiesa di San Gregorio Armeno, sotto l’arco accanto alla bottega di un artigiano dei presepi. Raffigura una Canefora di Demetra risalente all’incirca al VII secolo a.C. ed è legato ai Misteri Eleusini.

Si tratta di un culto di origine pre-ellenica, che originariamente si svolgeva a Eleusi, nell’Attica, fin dal VII secolo a.C., come festa per l’agricoltura e la fertilità. In seguito si diffuse anche a Roma, come culto di Cerere-Proserpina (si racconta che anche Cicerone fosse un adepto), culto vietato dall’imperatore cristiano Teodosio nel 392.

I misteri eleusini si fondano sul celebre mito di Demetra e di sua figlia Persefone (Cerere o Proserpina per i latini): la leggenda narra che la ragazza fu rapita da Ade (o Plutone), re degli inferi, follemente innamorato di lei, e fu a lungo cercata dalla madre, anche ad Eleusi, dove fu trattata dal re con tutti gli onori. Per ringraziarlo, Demetra gli donò un chicco di grano, fino ad allora sconosciuto ai mortali, dando cosi inizio alla pratica dell’agricoltura. Zeus, impietosito dal dolore materno, permise a Persefone di tornare sulla terra almeno per sei mesi all’anno, in primavera e in estate, come il seme del grano, che dopo un periodo sottoterra appare alla luce.

Tornavano a vivere la loro vita di ogni giorno, non come membri di una setta religiosa, ma come uomini liberi dal timore della morte.

I misteri eleusini sono dunque ricchi di simbologia: misteri della fertilità, della nascita e della morte. Il culto fu detto misterioso in quanto era riservato ai soli iniziati, persone dal cuore puro, uomini e donne, liberi e schiavi, greci e barbari, che nutrivano la speranza, se non la certezza, della vita dopo la morte, i soli ad avere accesso al luogo sacro, il Telesterion. Non si impartiva tanto un insegnamento, si offriva piuttosto un’esperienza del divino che cambiava la loro coscienza. «Abbiamo imparato a vivere e morire più ricchi di speranza», raccontava Cicerone.

Il bassorilievo napoletano, scoperto per la prima volta nei primi anni del Seicento dallo storico e teologo Capaccio, rivela una giovane sacerdotessa del culto di Demetra vestita con un abito leggerissimo e drappeggiato con in testa probabilmente una corona; nella mano destra regge una fiaccola ardente mentre nella sinistra una cesta con oggetti sacri. E’ una scena tipica dei Misteri Eleusini che simboleggia una Canefora (cesta sacra posta sulla testa) che porta doni in processione Demetra-Cecere.

Gli studiosi, che da sempre ritengono che il culto di Demetra fosse molto diffuso a Napoli, proprio in quest’area di San Gregorio Armeno così impregnata di simboli pagani, situano qui l’antico tempio, ma anche poco lontano, nei pressi dell’Ospedale degli Incurabili, doveva sorgerne un altro dedicato a sua figlia Persefone-Kore.

A Napoli solo le ragazze vergini appartenenti alle famiglie aristocratiche e ricche potevano accedere al culto: fin da piccole venivano istruite e le migliori potevano aspirare a diventare sacerdotesse di Demetra.

Questo bassorilievo, così come i numerosissimi reperti rinvenuti nel sottosuolo di Napoli, testimoniano la grande importanza che la società romana attribuiva alla Donna e alla figura femminile in generale, con templi e riti dedicati alle divinità della fecondità come Partenope, Cerere, Diana, quasi una reincarnazione della Madre Terra: è la terra che, come la donna, dona, fecondata, i suoi frutti.

Una curiosità collegata a Napoli: il mito racconta che le ancelle di Persefone, non essendo riuscite a proteggere la loro padrona da Ade, furono trasformate per vendetta in Sirene, metà donne e metà uccello. Ma si ribellarono alla dea e si stabilirono in mare. Da qui la leggenda della Sirena Partenope, di cui Napoli ha ereditato il culto.

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