Pubblicato il: 30 dicembre 2017 alle 9:00 am

Il necessario paradosso della condizione umana: «io esisto se sono te» Analisi della spiritualità individuale che unisce tutti gli uomini e che Jung definì «inconscio collettivo condiviso». La lezione di una novella araba

di Francesco Rettura*.

La settimana scorsa. Appena mi alzo al mattino faccio il caffè. Rito antropologico, culturale, viscerale, storico, ambientale ed esistenziale. Da quel momento inizia a scorrere il tempo, i pensieri, le emozioni, i desideri e i bisogni.

E così quel giorno, mentre apro il mio portatile, mi capita sotto gli occhi una novella araba letta per la prima volta nel tempo della mia adolescenza.

Si narra di un giovane arabo, ricco e potente, bello ed elegante, che si aggira curioso per il mercato della sua città in un giorno di festa. Fra i banchi dei venditori curiosava una fanciulla bellissima di cui il giovane subito si invaghisce. Prova a seguirla, ma la perde di vista. Non sa chi è e non sa dove abita, allora si informa in giro fino a quando gli viene detto il suo indirizzo, si precipita subito da lei e bussa alla sua porta. Dopo un po’ una voce chiede «chi è?» senza aprire la porta e il giovane risponde contento «sono io», ma la porta non si apre.

Passano giorni e l’innamorato chiede a tutti informazioni, è disperato e non sa cosa fare, ma ritorna alla casa dell’amata e ribussa alla porta: ancora la voce chiede «chi è?» e ancora il giovane risponde speranzoso «sono io», ma la porta anche questa volta non si apre. Passano allora giorni di disperazione, ma il giovane non si arrende e decide di provare ancora, ritorna alla casa dell’amata e ribussa, e la solita dolcissima voce chiede «chi è?» e il giovane finalmente risponde «sono te» e solo a questo punto la porta si apre.

Sbattere la testa contro questo paradosso mi costrinse ad aprire gli occhi su un nuovo territorio della mia psiche: ma come, dopo tutto il tempo passato a costruire un mio «Io» forte, orgoglioso, profondamente maschile, senza se e senza ma, che veniva prima di tutto e di tutti, ora mi toccava entrare nella necessità di vedere l’altro, di accettare l’esistenza dell’altro, addirittura di diventare l’altro se volevo poter avere una relazione, fino a dare un senso all’Io e al Tu!?

Passano anni ricchi di esperienze culturali, politiche, esistenziali, professionali, spirituali. E, camminando una sera di una vigilia di Natale, mi scontro con il secondo paradosso decisivo per la mia vita: la nascita di un bambino chiamato Gesù.

Una storia da pazzi! Una storia folle, anche se di divina follia! Un Dio sceglie una donna mortale per fare un figlio, la rende feconda per delega allo Spirito Santo mentre era già promessa ad un falegname. Ma non finisce qui, perché il bambino nasce in una stalla, viene visitato da regnanti sconosciuti di paesi sconosciuti che gli portano regali altamente simbolici, proporrà la più radicale delle rivoluzioni, morirà su una croce per tutti gli uomini, anche quelli malvagi, eppure il suo regno non avrà fine.

Cosa poteva farsene la mia psiche di tutta questa storia? Come potevo sistemarla all’interno del mio sistema culturale, emozionale e psichico? In tutte le culture i popoli hanno umanizzato le divinità – da quella indiana a quella greca – ma non si era mai visto scendere dal cielo il figlio di un Dio che viene a vivere tra noi e con tutti le nostre passioni e i nostri dolori, i nostri sogni e i nostri deliri di onnipotenza, le nostre miserie e le nostre follie.

Un paradosso così grande non potevo nasconderlo sotto il tappeto, avevo il bisogno di capire e così mi sono ritrovato davanti la favola dell’innamorato arabo.

Anche la cultura laica e psicologica ha affrontato il tema ineliminabile della spiritualità presente in ciascuno di noi, prima e al di là della forma religiosa che assume, e in questa spiritualità è inevitabile riconoscere una unità di tutti gli uomini, una rete sotterranea che ci unisce tutti: Jung ha inventato gli archetipi per spiegarla e per riuscire a dirci che esiste un inconscio collettivo condiviso da tutti noi. E’ per questa via che l’Altro può esistere e può essere riconosciuto. Ed è per questo motivo che dell’Altro abbiamo bisogno per esistere e per essere consapevoli della nostra esperienza umana. E’ per questo che un giorno ho scelto di fare mia la divina follia. In questi giorni mi piace sperare che ognuno possa avere l’occasione e il desiderio di dire «Io sono te».

*Psicologo – Psicoterapeuta

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